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Redazione
ANNO XIVsabato 10 Ottobre 2026
intervista

10 anni di accoglienza a Fabbriche di Vergemoli. Giannini: “Faticosi, ma pieni di successo”

Una scuola rimasta aperta, persone che hanno trovato lavoro, una donna che ha imparato a scrivere il proprio nome. Nel bilancio dei dieci anni del progetto SAI a Fabbriche di Vergemoli ci sono risultati concreti e storie che emozionano.

La Gazzetta del Serchio ne ha parlato con il sindaco Michele Giannini che, durante l’incontro celebrativo, ha ripercorso un’esperienza costruita attraverso la collaborazione tra amministrazione, cooperativa sociale Odissea, popolazione e persone accolte.

Sindaco, cosa significa questo traguardo?

“Raggiungere dieci anni di accoglienza di rifugiati e persone bisognose di protezione internazionale, su un territorio così piccolo, senza aver registrato nel tempo particolari problematiche o disagi, è sicuramente un successo. Un risultato che deriva da tanti fattori: innanzitutto l’accoglienza della popolazione, la serietà della cooperativa che gestisce questo articolato progetto e un’amministrazione attenta ad ascoltare tutte le esigenze, quelle dei cittadini, del soggetto gestore e dei rifugiati stessi”.

Come è cambiata questa esperienza nel corso degli anni?

“Siamo partiti dall’accoglienza nei CAS, i Centri di accoglienza straordinaria, durante l’emergenza del 2013-2014. Sul territorio erano presenti molteplici strutture e un numero molto elevato di persone accolte. Successivamente siamo passati ai progetti oggi chiamati SAI, inizialmente rivolti soprattutto agli uomini e poi trasformati in progetti per famiglie. Questi ultimi sono molto rari sul territorio regionale, perché accogliere una famiglia è più articolato e impegnativo”.

E voi ci siete riusciti?

“Sì, e questo ci ha permesso anche di tenere aperta per tanti anni la nostra scuola, che aveva pochi bambini. Allo stesso tempo abbiamo potuto aiutare tante persone che ne avevano bisogno. Sono risultati importanti, sia per chi è stato accolto sia per il nostro territorio”.

Durante l’incontro si è emozionato. Quale testimonianza l’ha colpita di più?

“Non nego di essermi particolarmente emozionato ascoltando una donna richiedente asilo. Ha raccontato che nel suo paese non era stata mandata a scuola e nessuno le aveva insegnato a leggere e scrivere. Qui, oltre a imparare a parlare italiano, ha imparato a scrivere il proprio nome: è stata una delle prime cose che le hanno insegnato, dopo pochi mesi dal suo arrivo. Questo emoziona e rende felici, perché mostra l’importanza dei progetti ben fatti e quello che possono dare alle persone”.

C’erano anche tanti bambini. Che cosa ha provato nel vederli?

“Vedere tutti quei bambini mi ha riempito il cuore. Ero anche consapevole che chi ha partecipato ai progetti SAI nel nostro territorio ha imparato una cosa sulla quale insisto sempre, anche al momento della firma dei patti di accoglienza: il rispetto delle regole”.

Hai richiamato anche il valore delle radici di ciascuno. Come si lega al rispetto della comunità che accoglie?

“Ho voluto ricordare che i colori dei loro abiti richiamavano le loro radici. Li ho apprezzati anche perché le persone presenti avevano compreso il rispetto delle nostre origini e delle regole del nostro paese. Conservare le proprie radici si accompagna al rispetto del luogo in cui si viene accolti”.

L’inserimento nel lavoro ha contribuito a questo percorso?

“Tanti rifugiati, nel corso degli anni, hanno trovato lavoro sul territorio, spesso svolgendo lavori che gli italiani non vogliono fare. Questo ha permesso di costruire una sinergia che rende questi dieci anni faticosi, ma pieni di successo”.

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