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Redazione
ANNO XIVgiovedì 17 Settembre 2026
curiosità

Menare l’orso a Modena: quando il proverbio era un “canone” vero

C’è un modo di dire che, in Garfagnana, suona come una battuta e invece nasce da una storia con nomi, date, notai e perfino un “ufficiale delle saline”: “menare (o portare) l’orso a Modena”. Per molti significa ancora oggi “mettersi in una fatica improba”, ma dietro c’è molto di più: un tributo in natura imposto per secoli a una comunità di alta montagna. E sì: l’orso era davvero un orso vivo.

Il modo di dire è abbastanza antico da entrare nel Vocabolario della Accademia della Crusca: “Menar l’orso a Modena” viene spiegato come “mettersi a impresa da non trarne onori, né guadagno”, con esempi letterari cinquecenteschi e secenteschi. 

Ma nelle valli di qua dall’Appennino, la frase si colora di un significato ancora più concreto: un pagamento difficilissimo, di quelli che “ti portano via tempo e fiato”.

Il punto d’origine più citato è legato a Soraggio e all’Alpe Fazola (in alcune memorie collegata al “monte… de Cipola”), data e rogiti: “XXVIII iunii 1451”. Nel 1451 gli abitanti ottennero pascoli e boscaglie in enfiteusi (o “a livello”) dalla camera ducale, con un patto preciso: condurre ogni anno un orso vivo fino a Modena. Lo registra chiaramente il Dizionario geografico di Emanuele Repetti, che collega esplicitamente quel patto alla nascita del proverbio. 

E qui arriva il dettaglio che trasforma la leggenda in cronaca amministrativa: una memoria d’archivio riportata in una pubblicazione della Società Ligure di Storia Patria indica la formula dell’“Entrata de orsi” e specifica perfino la scadenza: “a la festa de Natale”. In sostanza: ogni anno, a Natale, un orso. 

Il cuore del proverbio sta nella logistica. La stessa fonte racconta che:

  • non sempre si trovavano esemplari “giovinetti” (quindi più gestibili);
  • bisognava portare un animale “silvestre e feroce” per “ispazio di cinquanta miglia”,
  •  (miglia preunitarie), “la più parte dirupi e balze”. 

Non è difficile immaginare cosa significasse, per un gruppo di montanari, catturare vivo un orso nelle selve e poi scendere e risalire passi con l’animale legato, sorvegliato, contenuto (probabilmente con corde e strutture di fortuna; su questo i documenti non si dilungano, ma la difficoltà è dichiarata senza mezzi termini). E infatti la fonte aggiunge che chi si prendeva l’incarico veniva motteggiato: “ha tolto a menar l’orso a Modena”, come a dire “s’è preso una briga da matti”. 

Un dettaglio sorprendente è il destinatario della consegna: l’orso veniva consegnato “in mano del soprastante delle saline”, che poi lo mandava “per acqua” a Ferrara. 
Perché le saline? Con ogni probabilità (qui siamo nel ragionamento storico, non nella frase notarile) perché certi uffici ducali gestivano anche riscossioni e trasferimenti di beni “in natura”, e perché la corte estense aveva interesse a ricevere animali rari o simbolici.

E l’interesse estense per l’orso non era solo contabile. Il Duca  Ercole d’Este in una lettera del 1550 scrive chiedendo, durante una visita in Garfagnana, di poter vedere una “caccia de orsi”: segno che l’orso era anche oggetto di prestigio e divertimento venatorio. 

Più tardi, nel 1574, si parla già di orsi che scarseggiano nell’Appennino, proprio perché un duca chiede al governatore se sia possibile organizzare una battuta. 

In breve: l’orso serviva perché c’era (o c’era stato), era “da montagna”, era raro e spettacolare, e in un mondo di corti la rarità faceva status.

Come spesso accade ai tributi “impossibili”, anche questo finì per essere commutato.

Le fonti ci danno una sequenza piuttosto nitida:

  • all’inizio l’obbligo è orso vivo;
  • poi compaiono alternative: “uno porco cengiaro” (cinghiale) e, se non disponibile, un porco domestico di peso stabilito (300 libbre);
  • infine, si passa a pagamenti in denaro.

Repetti registra che il canone fu scambiato nel 1607 in un porco domestico, e poi nel 1740 in dodici ducati. 
La memoria archivistica citata dalla Società Ligure di Storia Patria aggiunge particolari preziosi: ricorda l’atto del 1451(con il nome del notaio) e un successivo strumento del 1607, e riporta che “al presente” si pagavano dodici ducati d’argento l’anno, fino all’affrancazione ottocentesca (con una cifra e una data di rogito). 

Date chiave (per orientarsi)

  • 28 giugno 1451: stipula del patto (atto notarile ricordato nelle memorie d’archivio). 
  • 1604–1607: fase di commutazione/riordino dell’obbligo (da orso a animale “porcino” e poi forme sostitutive). 
  • 1740: stabilizzazione in denaro (dodici ducati, secondo Repetti). 
  • fine ’800: affrancazione definitiva (citata nelle memorie riportate). 

È affascinante vedere come un fatto amministrativo diventi proverbio e poi cambi sfumatura a seconda di dove lo ascolti.

  • Nella tradizione “da vocabolario” (Crusca) l’idea è: fatica che non rende, impresa che non porta onore né guadagno. 
  • Nel parlato garfagnino resta fortissima l’immagine della “fatica improba”. Un dizionario locale ricorda esplicitamente l’espressione con questo significato. 

Sono due facce della stessa medaglia: una cosa enorme, rischiosa, dispendiosa, che spesso non ripaga chi la fa. Non a caso circola anche una versione proverbiale molto efficace: chi mena l’orso a Modena, si perde il tempo, le parole e i passi (attestata in repertori paremiologici moderni). 

Perché proprio un orso? Tre motivi (uno scritto, due molto verosimili)

  1. Perché lì l’orso c’era davvero. La memoria parla di boschi “di che allora n’erano pieni”. 
  2. Perché è un tributo “identitario”: ti concedo pascoli e boscaglie di montagna, tu mi riconosci il diritto con un animale simbolo di quelle selve (un “segno” di sovranità e controllo sul territorio). Questo è tipico dei canoni in natura.
  3. Perché alla corte serviva anche come prestigio/venatoria/curiosità, e la lettera che chiede una caccia d’orsi in Garfagnana lo rende molto plausibile. 

Raccontare oggi “menare l’orso a Modena” non è folklore da cartolina: è un modo per capire come funzionavano diritti d’uso, livelli, boschi, pascoli, e come le comunità di montagna negoziavano (o subivano) obblighi con poteri lontani.

E la prossima volta che, davanti a una pratica infinita o a un lavoro enorme “che non finisce mai”, vi scappa un sorriso e dite “mi tocca menare l’orso a Modena”, sappiate che qualcuno, secoli fa, quell’orso l’ha davvero menato.

Tutto quanto scritto è riscontrabile in:

Vocabolario Accademia della Crusca (voce/proverbio)

E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana (Soraggio/Alpe Fazola)

Società Ligure di Storia Patria (memoria d’archivio: “Entrata de orsi…”, 1451/1607/12 ducati/1874)

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