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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
Volti e storie di Corsagna negli ultimi settant’anni

Don Sergio Giorgi, il parroco che conosceva il cuore della sua gente

Ancora un volto che racconta la memoria della nostra comunità. In questi ritratti ho scelto di non indicare date di nascita o di morte: ciò che conta è la vita vissuta, il ricordo e il segno lasciato nella comunità.

Oggi sento il dovere di raccontare e ricordare il mio parroco, don Sergio Giorgi. Lo faccio perché il tempo passa, tante persone che lo hanno conosciuto non ci sono più, e i ragazzi di oggi forse non si rendono nemmeno conto di cosa abbia rappresentato per Corsagna un sacerdote come lui. Questo racconto vuole essere anche una testimonianza di un prete che ha dato tutto per la sua gente.

Sono cresciuto vicino a lui, da bambino, durante l’adolescenza, da giovane uomo, fino a diventare padre di famiglia; come me, credo che intere generazioni di corsagnini abbiano visto in lui qualcosa di più di un semplice sacerdote. Don Sergio Giorgi era nato ad Anchiano e compì gli studi nel seminario arcivescovile di Lucca e il 22 maggio 1937 fu ordinato sacerdote da monsignor Antonio Torrini. Il 31 luglio dello stesso anno venne nominato parroco di Brandeglio, nel comune di Bagni di Lucca e l’11 settembre 1938 fece il suo ingresso come parroco a Corsagna. Da quel giorno e per ben 54 anni, la comunità di San Michele Arcangelo divenne la sua casa e la sua famiglia.

Era un prete semplice, legato alle tradizioni, ma nello stesso tempo capace di vivere con serenità anche il cambiamento portato dal Concilio Vaticano II. Lui stesso si definiva “un prete di montagna”, e forse proprio in quella definizione c’era tutta la sua identità: vicino alla gente, concreto, essenziale e autentico. Arrivò a Corsagna insieme alla mamma Cherubina e alla sorella Rita, inserendosi subito nella vita della comunità.

Ha voluto bene a tutti, indistintamente: ai bambini, ai giovani, agli anziani e alle famiglie. Ed è proprio questa la cosa che ancora oggi tanti ricordano di lui, ma quando era necessario sapeva anche essere fermo, deciso, persino duro. Non soltanto con noi ragazzi, quando diventavamo troppo vivaci, ma anche nelle questioni importanti che riguardavano il paese e la comunità. Don Sergio non era un uomo che cercava lo scontro, ma quando riteneva che certi valori dovessero essere difesi, prendeva posizione senza paura.

Io ricordo ancora il suo ufficio in canonica, pieno di lettere, documenti, testimonianze e appunti. Erano le lettere che i ragazzi di Corsagna gli scrivevano quando facevano il servizio militare. Gli chiedevano consigli, conforto e vicinanza. Lui rispondeva a tutti. Quell’archivio pastorale era ricchissimo di storia e memoria della comunità.

Purtroppo, con il tempo, tutta quella documentazione è andata perduta. Questo, personalmente, mi dispiace tantissimo, perché in quei fogli c’erano cinquant’anni di vita di Corsagna, raccontati attraverso gli occhi del suo parroco. Una perdita importante per tutta la comunità. Ma una parte di quella memoria è stata comunque salvata, perchè nel 1987, quando ero presidente della Misericordia di Corsagna, contribuii alla pubblicazione di un diario dal titolo “Momenti di storia corsagnina”, dove furono raccolte testimonianze, racconti e ricordi scritti proprio da don Sergio. In quelle pagine è possibile ritrovare episodi della vita del paese, testimonianze delle famiglie corsagnine e soprattutto i racconti legati al periodo della Seconda guerra mondiale, vissuti e raccolti da lui con grande attenzione. Sono pagine importanti, che ancora oggi rappresentano una memoria preziosa per Corsagna.

Sono sicuro che tanti corsagnini ricordano ancora quei piccoli biglietti scritti da lui in occasione di un compleanno, di un matrimonio, di una nascita oppure di un momento particolare vissuto da una famiglia. Bigliettini semplici, scritti a mano, con quella sua calligrafia così particolare e riconoscibile. Io stesso ne conservo ancora diversi, e credo che tante famiglie di Corsagna li abbiano custoditi nel tempo come un piccolo tesoro. Perché dentro quei messaggi c’era il suo modo di stare vicino alle persone: discreto, umano e paterno.

Con noi giovani è sempre stato disponibile, ci lasciava organizzare giochi, attività e momenti di incontro. Ricordo ancora un gesto semplice, ma pieno di umanità, durante le vacanze che la Misericordia organizzava sul Colle per i ragazzi disabili, allora chiamate “vacanze degli handicappati”, termine che oggi giustamente non si usa più. Ogni settimana arrivava con discrezione e ci lasciava una busta con un’offerta dove diceva semplicemente: “Comprate dei gelati a quei ragazzi”. Dentro quella frase c’era tutto il suo modo di essere sacerdote, era un parroco che sapeva entrare nel cuore delle persone. Quando ti incontrava per strada, anche se magari volevi evitare certi discorsi, lui ti si avvicinava, ti puntava il dito indice sul petto e diceva: “E ora apri il cuoricino al tuo prete”; quasi senza accorgertene finivi davvero per confidarti con lui. La domenica poi controllava anche se avevi fatto la Santa Comunione. Questo fa capire quanto fosse presente nella vita dei giovani e quanto fosse riuscito a conquistare la fiducia della comunità con il suo modo semplice e paterno.

Quando andava a Lucca per le pratiche in Curia, partiva sempre elegante, vestito da sacerdote come si usava un tempo, con quel caratteristico cappello nero rotondo che oggi quasi non si vede più. Ma il ritorno da Lucca aveva sempre un sapore speciale, perché, oltre alla Curia, passava sempre anche da Piazza San Michele, nella storica pasticceria Taddeucci, a comprare i buccellati lucchesi. Li portava poi alle famiglie del paese: una volta a una casa, una volta a un’altra, come piccolo gesto di affetto. Quando rientrava, noi ragazzi gli correvamo incontro per prendergli la borsa e portarla fino alla canonica. Lo facevamo per rispetto, ma anche perché spesso ci regalava qualche cento lire di mancia, con quel sorriso che ancora oggi mi sembra di vedere.

Il 2 aprile 1978 il Sommo Pontefice Paolo VI lo nominò Monsignore. Un titolo importante che lui accolse con estrema semplicità, quasi con imbarazzo. Raramente indossava la veste nera con i bottoni rossi, la fascia e la stola anch’essa rossa, perché quel titolo sembrava quasi pesargli. Lui, che aveva sempre scelto di vivere come un parroco semplice tra la sua gente, non amava sentirsi importante. Forse proprio questa umiltà contribuiva a renderlo ancora più vicino alle persone.

Don Sergio è stato davvero un parroco padre, uno di quelli che non si limitano a celebrare le funzioni religiose, ma che condividono la vita quotidiana della propria gente. Conosceva tutti, uno per uno e sapeva entrare nelle case, parlare con le persone, capire i problemi, i caratteri e le difficoltà. Non c’era famiglia che non lo accogliesse con affetto. Per tanti anni è stato un punto di riferimento, ma anche una sorta di “parafulmine” della comunità di Corsagna. Una presenza rassicurante, capace di tenere insieme le persone anche nei momenti difficili.

Una cosa che voglio ricordare ancora oggi sono le parole che spesso mi ripeteva: “Giovanni, cerca di comportarti bene. Il Signore ti guarda, il Signore ti sta vicino, e cerca di non sbagliare”! Poi aggiungeva un ragionamento che mi è rimasto dentro per tutta la vita;
diceva: “Immagina se io, dopo una vita passata al servizio della gente, facessi qualcosa di sbagliato proprio negli ultimi anni. Tutto il bene fatto verrebbe cancellato”. Ecco, queste parole oggi fanno riflettere anche me e forse dovrebbero far riflettere tanti miei paesani.

A volte mi viene spontaneo chiedermi: se don Sergio tornasse oggi a Corsagna, cosa troverebbe? Sicuramente vedrebbe tante cose belle, ma anche tante cose cambiate, troverebbe un paese diverso da quello che lui aveva conosciuto, vissuto e contribuito a costruire giorno dopo giorno insieme alla sua gente.

Anche se Corsagna continua a essere il nostro paese, forse non è più la Corsagna che don Sergio aveva voluto trasmetterci. Oggi, ripensando a lui, viene spontaneo dire che sacerdoti così hanno lasciato un segno profondo non solo nella Chiesa, ma nel cuore delle comunità. Prima ancora di essere un parroco, è stato un uomo capace di voler bene davvero alla sua gente, sicuramente
è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, Corsagna continua a ricordarlo con tanto affetto.

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