Percorrendo il sentiero che da Foce a Giovo porta verso il Lago Turchino, dopo una mezz’ora di cammino, ci si trova a passare davanti ad una piccola baita in pietra, costruita proprio in riva al lago, ai piedi del Rondinaio.
Molti passanti pensano che sia un rifugio alpino aperto al pubblico, ma non è così… Fu costruito circa 50 anni da da un ristretto gruppo di amici, tutti studenti universitari, accomunati dall’amore per la montagna. Per tutti loro però, la costruzione di questo piccolo rifugio è stato un sogno da realizzare, un’avventura ed un impegno, a volte al di sopra delle loro forze, portato a termine anche a costo di enormi fatiche; i materiali, a parte le pietre utilizzate per la costruzione, dovevano essere trasportati lungo il sentiero, caricandoseli sulle spalle, ma tanti erano gli amici, soci del CAI, che ogni domenica, o durante le vacanze estive, accorrevano per dare una mano. Una volta terminata, la baita ha accolto i numerosi amici che vi si recavano per trascorrere in compagnia, ma soprattutto in un ambiente incontaminato ed unico il loro tempo libero.
L’unico mio rimpianto: non aver mai potuto trascorrere una sola notte in quella baita. Ma oggi voglio ricorrere all’immaginazione e fingere di essere là mentre il sole tramonta ed il cielo si colora di bagliori rossastri che si allungano a lambire il prato, il ruscello ed il lago…L’oscurità avanza lentamente, la luna si affaccia dietro alla cresta del Rondinaio, mentre le tante stelle bucano il blu della notte. Sdraiarsi sull’erba, accanto agli amici più cari, ascoltare in silenzio il loro parlare e perdersi nell’infinito del cielo, cercando con lo sguardo le costellazioni dell’infanzia e all’improvviso il suono di una chitarra e la voglia di cantare le canzoni più belle della nostra gioventù… guardare in alto i monti che ci circondano e con stupore riuscire a vederne il profilo che si staglia contro un cielo sempre più scuro. Cercare di dormire su un letto estraneo, ma non riuscirci e rimanere sveglia, ascoltando il respiro di chi già dorme e sentirsi sola…sola ad ascoltare i rumori della notte, i versi degli animali notturni ed abbandonarsi allora a quella pace, in una piccola baita su un lago turchino.
Mercatello
A distanza di anni quella stessa esperienza, vissuta in gioventù, è stata da noi riproposta e portata avanti, ristrutturando un vecchio fabbricato del CAI, posto al Mercatello, al di sotto della Foce a Giovo. Le murature di quel vecchio edificio, quasi un rudere, apparivano profondamente degradate, sia per i danni dovuti agli eventi bellici, che per l’abbandono in cui era rimasto per anni. Osservando le pietre dei suoi paramenti esterni, si notavano numerose scheggiature provocate dai colpi dei mortai e dalle fucilate anglo-americane.
(Da “Mercatello Registro dei lavori e della presenze, 1994-2012” Carla Gambogi)
Questa zona, negli anni 1944-45 fu teatro di violenti scontri tra gli Alleati ed i Marò della Repubblica Sociale Italiana. I Marò erano marinai molto giovani, dai 17 ai 20 anni, catturati dai Tedeschi in Albania dopo l’8 settembre ed internati in un lager in Germania. In cambio della libertà avevano accettato di tornare in Italia e di combattere contro le Forze Alleate ed i Partigiani. La casa del Guardafili, al Mercatello, situata circa a 300 metri da Foce a Giovo divenne il loro ricovero e fu chiamata “Casa Mitraglia”. Indossavano la divisa marinara e, vestiti a quel modo, erano costretti a combattere sui monti affrontando il gelo dell’inverno.
Nel 1945 al Mercatello vi fu una violenta battaglia con numerosi morti, l’incursione degli Alleati fu coronata da grande successo, buona parte della Compagnia dei Marò fu sterminata e per i sopravvissuti ebbe inizio il lungo viaggio della prigionia. (Quelli della “San Marco” sul fronte dell’Abetone, gennaio-aprile 1945, Daniele Amicarella. Mursia ed. 2005)
Come ai vecchi tempi, ogni domenica, ci siamo ritrovati al Mercatello, con quei compagni con i quali avevamo condiviso la costruzione del piccolo rifugio sul Lago Turchino e lassù nella vecchia “Casa Mitraglia” ognuno ha prestato la propria opera. Talvolta, interrompendo il lavoro che mi era stato assegnato, mi capitava di fermarmi ad osservare i vecchi amici degli anni ’60, che erano quasi tutti lì con qualche capello bianco e qualche ruga in più, ma con lo stesso spirito e la stessa voglia di fare e di partecipare. A tavola, tutti insieme in allegria, condividendo il cibo cucinato sulla stufa economica tra mille difficoltà. A noi donne, oltre alla pulizia e alla tinteggiatura, toccava preparare il pranzo. Mia sorella aveva preso possesso della cucina e la gestiva imponendosi con autorità, redarguendo con severità gli amici maschi, che entrando o uscendo dalla cucina creavano disordine e confusione, qualcuno più indomito tentava di ribellarsi, ma lei l’aveva sempre vinta!
Oggi il Mercatello, che ha preso il nome del vecchio Rifugio Casentini, è in funzione, gestito da alcuni soci del CAI, ed accoglie turisti ed escursionisti.
I nomi di coloro che, gratuitamente e volontariamente vi hanno lavorato, sono elencati sul libro del Rifugio, a disposizione dei visitatori, che potranno così consultarlo e ripercorrere le varie fasi della sua ristrutturazione.


