C’è un momento, verso la fine della rappresentazione, in cui Menelao guarda Elena e sceglie di non condannarla. Dopo la guerra, i tradimenti e i lutti, non arriva la vendetta che ci si potrebbe aspettare, ma una parola di accettazione: “Voller così gli dèi, volle così la sorte”.
È con questo gesto, semplice e insieme sorprendente, che ieri sera si è conclusa al Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana la stagione estiva dei Cantori dell’antico Maggio della Garfagnana, protagonisti della rappresentazione de “La Guerra di Troia”, inserita nel programma del Canto del Maggio Festival 2026.
Una conclusione che ha riportato sul palco una vicenda epica ma sopratutto una tradizione popolare che ha attraversato i secoli e sa ancora comunicare con la gente attraverso musica canto e gesti tramandati da generazioni.
Il copione portato in scena dai cantori non è precisamente quello dell’Iliade, ma una sua rielaborazione popolare, costruita nel tempo attraverso il lavoro di diversi autori che hanno riportato la materia troiana dentro il linguaggio e la sensibilità della gente comune. La storia conserva i suoi grandi temi: l’amore, il tradimento, la guerra, il dolore e il destino, ma li racconta con una voce più diretta, immediata e vicina al sentimento popolare.
Ettore rimane l’uomo che difende la propria terra, Andromaca la moglie consapevole della tragedia che si avvicina, Cassandra la profetessa condannata a non essere ascoltata e Paride il giovane che, con la scelta di Elena, dà origine a una catena di eventi destinati a travolgere intere comunità.
A distinguere il Maggio garfagnino dalla narrazione più conosciuta dell’epopea antica è soprattutto la figura di Menelao, che assume il ruolo di vero capo dei Greci, prendendo il posto che in altre versioni spetta ad Agamennone. È proprio a lui che viene affidato il passaggio più significativo del finale: davanti a Elena, Menelao non sceglie l’ira, ma il perdono. Un gesto che restituisce alla vicenda una dimensione estremamente umana e che segna la distanza netta tra la vendetta narrata nel poema e l’accettazione della versione popolare.
La rappresentazione ha offerto una serata piacevole, capace di scorrere con naturalezza. I cantori hanno affrontato i propri ruoli con impegno e partecipazione, affidando alle parole, alla musica, ai costumi la forza della narrazione.
Una modalità collocata a metà tra il tratro e il rito. È proprio in questa dimensione che il Maggio conserva una parte della propria unicità rappresentando ben più di una messa in scena, ma un vero patrimonio artistico e culturale, custodito da chi intepreta.
Quella di ieri sera è stata la tappa conclusiva di una stagione iniziata il 10 maggio a Fivizzano e proseguita con appuntamenti a Castiglione di Garfagnana, Fabbriche di Vallico, Varliano, sede naturale del Maggio, e nei paesi che negli ultimi anni hanno scelto di inserire lo stesso copione all’interno delle proprie feste del Maggio, come Gorfigliano e Regnano. Un calendario articolato che racconta un interesse crescente verso questa forma di teatro popolare profondamente legata alla storia della Valle.
Un ringraziamento va al Circo La Luna, che ha curato la progettazione della serata, e agli sponsor che hanno sostenuto il Canto del Maggio Festival: la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e l’Unione Comuni Garfagnana. Importante anche il contributo organizzativo delle associazioni dei singoli paesi che, nel corso della stagione, hanno ospitato le rappresentazione.
Alla fine ciò che rimane di importante è l’immagine di Menelao che, davanti a Elena, sceglie di non condannare. Un uomo che, dopo aver attraversato la guerra, riconosce di non poter cambiare ciò che è stato e accetta il proprio destino.


