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Redazione
ANNO XIVdomenica 27 Settembre 2026
valle del serchio

Dopo gli studi, quanto vale il lavoro di un giovane? Una riflessione dalla Valle del Serchio

L’altra sera, ascoltando a Otto e mezzo “Il Punto” di Paolo Pagliaro, mi è venuto lo spunto per scrivere questo articolo. Pagliaro affrontava un argomento che riguarda da vicino migliaia di famiglie italiane: che cosa accade ai nostri giovani dopo anni trascorsi a studiare, quando arriva il momento di entrare nel mondo del lavoro?

Un passaggio mi ha colpito in modo particolare. Riguardava i giovani laureati in giurisprudenza che svolgono il tirocinio formativo presso gli uffici giudiziari. Il percorso dura diciotto mesi e consente ai tirocinanti di assistere e coadiuvare i magistrati; Pagliaro ha richiamato l’attenzione sulla borsa di 400 euro mensili e sulle difficoltà che si sono verificate anche nella sua liquidazione.

Da lì è nata una domanda: quanto vale oggi il lavoro di un giovane preparato?

È una domanda che sento particolarmente vicina anche per il mio percorso professionale. Per molti anni, come funzionario della Regione Toscana, mi sono occupato di formazione e di politiche attive del lavoro, seguendo da vicino i problemi dell’orientamento, dell’inserimento lavorativo e dell’incontro tra le esigenze delle persone e quelle delle imprese. Un’esperienza ormai conclusa, ma che continua inevitabilmente ad alimentare il mio interesse verso questi temi e, soprattutto, verso le difficoltà che i giovani incontrano nel passaggio dagli studi al lavoro.

Non penso soltanto ai laureati. Penso anche ai ragazzi che escono da un istituto tecnico o professionale, a quelli che terminano un percorso ITS, a chi acquisisce una qualifica professionale e, naturalmente, a chi conclude l’università. Dietro ciascuno di loro ci sono anni di studio, sacrifici personali e familiari, aspettative e il desiderio, del tutto naturale, di cominciare a costruire la propria autonomia.

Proviamo allora a portare questa riflessione nella Valle del Serchio. Che cosa trova oggi un ragazzo di Borgo a Mozzano, Barga, Coreglia, Castelnuovo o di uno degli altri comuni della Media Valle e della Garfagnana quando termina gli studi e si presenta per la prima volta sul mercato del lavoro?

La domanda non ha una risposta semplice. Ci sono giovani che trovano rapidamente un’occupazione soddisfacente, altri che iniziano attraverso un tirocinio o un contratto a termine; altri ancora impiegano più tempo prima di trovare un lavoro coerente con ciò che hanno studiato.

I dati dell’ISTAT confermano una difficoltà che molti giovani conoscono direttamente: in Italia il passaggio dalla scuola o dall’università al lavoro resta più difficile rispetto alla media europea. Studiare continua a offrire maggiori possibilità di occupazione, ma il titolo conseguito non sempre si traduce rapidamente in un lavoro coerente con la preparazione acquisita.

I dati nazionali, naturalmente, non possono essere trasferiti automaticamente alla Valle del Serchio, che possiede caratteristiche economiche e sociali proprie. Ci consegnano però alcune domande che riguardano anche noi.

Quanto conta la qualità del primo lavoro? Quanto deve essere retribuito un giovane che sta ancora imparando ma che, nello stesso tempo, mette già a disposizione conoscenze e competenze? Quanto può durare quella fase nella quale gli si chiede esperienza senza offrirgli ancora una vera autonomia economica?

Sono interrogativi che non devono trasformarsi in un’accusa generalizzata alle imprese. Molte aziende, anche nel nostro territorio, investono nella formazione dei giovani e incontrano a loro volta difficoltà nel reperire alcune professionalità. Formare una persona all’interno di un’impresa richiede tempo, risorse e l’impegno di lavoratori più esperti.

Proprio per questo il rapporto tra giovani e lavoro merita di essere osservato senza luoghi comuni.

Per un ragazzo il primo impiego non rappresenta soltanto uno stipendio. Significa poter immaginare di andare a vivere da solo, costruire una famiglia, acquistare o affittare una casa, programmare il proprio futuro. Se il passaggio dalla scuola al lavoro diventa troppo lungo o economicamente troppo fragile, quelle scelte inevitabilmente vengono rinviate.

Nella Valle del Serchio questo ragionamento assume un significato ancora più particolare. Vivere nei nostri paesi può rappresentare una grande ricchezza: qualità della vita, rapporti umani, ambiente, comunità. Ma perché un giovane possa scegliere di costruirvi il proprio futuro servono anche opportunità professionali capaci di valorizzarne la preparazione.

Forse dovremmo allora cominciare proprio da qui: non chiedere soltanto ai giovani “che lavoro vuoi fare?”, ma domandare loro “dopo gli studi, che cosa hai trovato?”

A chi ha iniziato a lavorare potremmo chiedere: il tuo primo impiego ti ha permesso di mettere a frutto quello che avevi imparato? Ti sei sentito valorizzato? La retribuzione ti consentiva di pensare a una tua autonomia?

E alle imprese potremmo rivolgere altre domande: quanto costa formare un giovane? Quanto tempo occorre perché diventi pienamente autonomo? Che cosa può convincere un’azienda a investire stabilmente su di lui?

Sono domande semplici, ma le risposte potrebbero raccontarci molto.

Perché dietro ogni diploma, ogni qualifica e ogni laurea non c’è soltanto un titolo da inserire in un curriculum. C’è un giovane che comincia a chiedersi quale posto potrà avere nel mondo del lavoro e, soprattutto, quale futuro potrà costruire nella terra in cui è cresciuto.

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