C’era un tempo, neppure troppo lontano, in cui la vita dei nostri paesi era profondamente scandita dalla chiesa. A Corsagna, come in tante comunità della Valle del Serchio, la chiesa non era soltanto il luogo della Messa domenicale: era il punto di riferimento di un’intera comunità, accompagnava la vita delle persone dalla nascita alla morte e segnava le stagioni, le feste, i momenti felici e quelli dolorosi.
Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, prima dei grandi cambiamenti introdotti dal Concilio Vaticano II, entrare in chiesa significava entrare in un mondo fatto di regole, gesti e consuetudini che oggi possono apparire lontanissimi.
Uomini da una parte, donne dall’altra
Una delle abitudini più evidenti era la separazione tra uomini e donne. Durante le funzioni religiose non ci si sedeva liberamente come avviene oggi: gli uomini prendevano posto davanti e le donne dietro entrando da porte separate. Era una consuetudine rispettata quasi naturalmente, tramandata da generazioni.
Le donne entravano in chiesa con il capo coperto, spesso con un fazzoletto o con la veletta; gli uomini, invece, si toglievano rigorosamente il cappello appena varcata la porta.
Anche i bambini imparavano molto presto quei comportamenti. La chiesa richiedeva silenzio, compostezza e rispetto. Bastava uno sguardo di un genitore, o dello stesso parroco, per richiamare all’ordine chi si distraeva.
La celebrazione era molto diversa da quella che conosciamo oggi. La Messa veniva celebrata in latino e il sacerdote, per buona parte del rito, era rivolto verso l’altare. I fedeli non comprendevano necessariamente tutte le parole, ma conoscevano i momenti della celebrazione, le risposte e i gesti che si ripetevano domenica dopo domenica.
C’era un’atmosfera di grande raccoglimento. Il suono delle campane annunciava le funzioni e raggiungeva anche le case e i campi più lontani, diventando una sorta di orologio della comunità.
Anche il momento della Comunione aveva una solennità particolare. I fedeli si avvicinavano alla balaustra e ricevevano l’ostia consacrata in ginocchio e direttamente sulla lingua.
La preparazione all’Eucaristia era accompagnata dal digiuno dalla mezzanotte, assai più rigoroso di quello previsto oggi. Per i bambini, soprattutto in occasione della Prima Comunione, quel momento rappresentava una delle tappe più importanti dell’infanzia.
La formazione religiosa faceva parte della vita quotidiana. Il catechismo insegnava le preghiere, i comandamenti e le verità della fede, ma parlava anche con grande chiarezza di Paradiso, Purgatorio e Inferno. E allora si parlava ancora del Limbo, che nell’immaginario dei bambini diventava un luogo misterioso e difficile da comprendere.
Il Limbo era il luogo dove andavano i bambini morti non battezzati.
C’erano espressioni che appartenevano al linguaggio comune e che oggi quasi nessuno utilizza più. Una di queste era “entrare in santo”, legata alle antiche consuetudini religiose che accompagnavano la nascita e il ritorno della madre alla vita della comunità ecclesiale.
Particolarmente suggestivo era il mese dedicato ai defunti. In chiesa compariva il catafalco nero, che agli occhi di noi bambini appariva enorme e incuteva un certo timore.
Il ricordo dei morti era molto presente nella vita delle famiglie. Le Messe di suffragio, le novene,le visite al cimitero e le preghiere per le anime del Purgatorio facevano parte di una religiosità nella quale il legame con chi non c’era più rimaneva fortissimo.
Poi arrivò il Concilio
Con il Concilio Vaticano II molte cose cominciarono gradualmente a cambiare. La liturgia si avvicinò maggiormente ai fedeli, si diffuse l’uso della lingua italiana nella celebrazione e vennero progressivamente meno alcune delle consuetudini che avevano caratterizzato per generazioni la vita religiosa dei nostri paesi.
Scomparve anche la rigida separazione tra uomini e donne. Le velette diventarono sempre più rare, cambiarono il catechismo e il modo di partecipare alla Messa. Una trasformazione profonda che non avvenne tutta in una volta, ma che segnò il passaggio tra due epoche.
Oggi, ripensando alla Corsagna di quegli anni, non si tratta di dire se fosse meglio allora o sia meglio adesso. Sono tempi diversi, modi diversi di vivere e manifestare la fede.
Ma quelle immagini appartengono alla nostra storia: le campane che chiamavano alla Messa, le donne con il capo coperto, gli uomini davanti e le donne dietro; il latino che risuonava tra le navate, i bambini inginocchiati alla balaustra e quel grande catafalco nero che nel mese di novembre ci metteva un po’ di paura.
Sono frammenti di una Corsagna che non c’è più, ma che continua a vivere nella memoria di chi l’ha conosciuta. Ricordarla significa anche consegnare alle nuove generazioni un pezzo della storia del nostro paese e di quella fede che, per tanti anni, ne ha scandito la vita.