Dopo solo quattro anni dal cessate il fuoco, la guerra civile sembra tornare in Etiopia. La scorsa settimana, le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno assunto il controllo dei principali scali aeroportuali della regione settentrionale del paese. Sul terreno, sono stati segnalati pesanti combattimenti di fanteria e scambi d’artiglieria lungo il confine con le regioni di Afar e Amhara.
L’Etiopia minaccia di ricorrere alla legittima difesa contro l’Eritrea, accusata di aver inviato truppe sul proprio territorio, in particolare nella regione del Tigray (Tigrai o Tigrè). In una lettera inviata l’8 ottobre al Consiglio di sicurezza dell’ONU, il capo della diplomazia etiope, Gedion Timothewos, ha chiesto l’immediato ritiro delle forze eritree e ha lanciato l’allarme sui rischi per la stabilità regionale.
Secondo Addis Abeba, le incursioni militari si sarebbero moltiplicate lungo il confine comune. Il governo etiope sostiene, in particolare, che unità meccanizzate eritree siano state schierate in profondità nel Tigray, una regione ancora segnata da anni di conflitto.
Di fronte a quella che considera una violazione della propria sovranità e integrità territoriale, l’Etiopia ritiene di non avere altra scelta se non quella di difendersi, qualora la presenza delle truppe del paese vicino dovesse protrarsi. Chiede inoltre al Consiglio di sicurezza di occuparsi della questione per evitare un ulteriore deterioramento della sicurezza nel Corno d’Africa.
Il rischio di uno scontro diretto tra i due vicini del Corno d’Africa appare ormai quasi inevitabile. Mentre nel Tigray proseguono i combattimenti iniziati nella notte tra il 22 e il 23 settembre tra l’esercito etiope e gli insorti del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), nei giorni scorsi alcune unità dell’esercito eritreo hanno attraversato il confine per sostenere i ribelli tigrini. Lo scontro, temuto da mesi da tutti gli osservatori man mano che si moltiplicavano le invettive tra Etiopia ed Eritrea, trasformerebbe l’attuale conflitto nel Tigray in una guerra di dimensioni regionali.
Diversi testimoni oculari hanno riferito al giornale “Le Monde” dell’arrivo, a partire da martedì 6 ottobre, di unità eritree nei pressi di Adigrat, la seconda città più grande della regione, tuttora in mano al TPLF. Mercoledì, diversi camion carichi di soldati eritrei si dirigevano verso la linea del fronte, situata ad Agula, una località nel centro del Tigray.
Il riesplodere del conflitto interno all’Etiopia, infatti, oltre che a rappresentare una tragedia per milioni di persone (tra la fine del 2020 e la fine del 2022 sono stati oltre 600 mila i morti), rischia di essere l’ennesimo tassello a saltare nel delicato puzzle dell’area che va dal Corno d’Africa fino a tutta l’Asia occidentale.
Nell’ovest dell’Etiopia, la fascia di confine del Benishangul-Gumuz e dell’Amhara è già un crocevia nevralgico della guerra in Sudan. Il governo di Khartoum accusa apertamente Addis Abeba di concedere basi logistiche e campi di addestramento ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), manovrati e finanziati da Abu Dhabi.
A nord c’è l’Eritrea, che nel conflitto del 2020-2022 si è impegnata militarmente al fianco del governo di Abiy Ahmed contro i tigrini, che rivendicavano anche parte del suo territorio. Il paese è stato però nei fatti escluso dagli accordi di Pretoria, mentre il primo ministro etiope continua a reiterare la richiesta di ottenere uno sbocco sovrano sul Mar Rosso, a discapito proprio dell’Eritrea.
Per questo Asmara si è avvicinata all’Egitto e alla Somalia. Mentre Il Cairo ha aperto un contenzioso con l’Etiopia sulla Grande Diga della Rinascita (GERD) sul Nilo Azzurro, infrastruttura considerata strategica nella gestione delle acque e di tutte le attività annesse, la Somalia fa i conti con la secessione del Somaliland, riconosciuta unicamente da Tel Aviv, che sappiamo bene avere un asse solido con Abu Dhabi.
L’Unione Africana ha invocato colloqui immediati, ricevendo però il secco rimprovero delle autorità tigrine per non aver fatto rispettare le clausole di Pretoria. Gli Stati Uniti hanno esortato il TPLF a fermare gli scontri. Come sottolineato dall’ex ambasciatore italiano Giuseppe Mistretta, pesa l’atteggiamento tenuto finora da Stati Uniti, Unione Europea e Italia.
In un articolo apparso sulla rivista Nigrizia, il diplomatico afferma che i paesi occidentali hanno continuato a garantire cospicui flussi finanziari ad Addis Abeba “in nome del posizionamento economico e geo-strategico […] senza chiedere in cambio neanche standard minimi sui diritti umani, sui risarcimenti per le popolazioni colpite dalla guerra civile, su una giustizia equa per le atrocità commesse”. Non ha nemmeno chiesto la fine dei bombardamenti con droni sulle popolazioni civili, effettuati dall’esercito federale ogni qual volta venga messo in difficoltà dalle milizie locali di opposizione. L’Etiopia, insomma, è diventato un fattore di destabilizzazione nel Corno d’Africa. Ma lo è diventato in quanto principale “cavallo” su cui hanno puntato gli imperialisti occidentali per controllare l’area.
Adesso comunque l’Etiopia si trova attaccata nuovamente militarmente con accuse pesanti su Asmara che respinge categoricamente tali accuse. Le autorità eritree le considerano un pretesto atto a giustificare un’operazione militare etiope contro il loro paese.
La realtà è che ci sono delle tensioni fra i due paesi e la ripresa di scontri nel Tigray tra le forze federali etiopi e i gruppi armati legati al Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF).