Dieci anni di accoglienza, incontri e percorsi di autonomia. A Fabbriche di Vergemoli l’iniziativa “SAI che ogni storia conta” ha offerto l’occasione per ripercorrere un’esperienza costruita attraverso la collaborazione tra amministrazione comunale, cooperativa, operatori e comunità. Al centro, le persone accolte e le loro storie.
La Gazzetta del Serchio ne ha parlato con Valerio Bonetti, presidente della cooperativa sociale Odissea.
Presidente, che significato ha questo traguardo?
“Dieci anni sono un traguardo importante, ma in un progetto di accoglienza non si misurano soltanto in mesi, numeri o attività realizzate. Si misurano soprattutto nelle persone incontrate, nelle relazioni costruite, nelle difficoltà affrontate insieme e nelle opportunità che siamo riusciti a creare. Per questo abbiamo scelto il titolo “SAI che ogni storia conta”: dietro ogni persona accolta c’è una storia che merita attenzione”.
Che cosa rappresenta il SAI per un comune come Fabbriche di Vergemoli?
“Il Sistema di Accoglienza e Integrazione non serve semplicemente a ospitare delle persone. È uno strumento attraverso il quale il Comune esercita il proprio ruolo pubblico nell’accoglienza, garantendo una gestione ordinata e strutturata e mantenendo una responsabilità diretta sulle politiche del territorio. Permette di organizzare risorse e competenze per costruire percorsi di autonomia”.
Nel suo intervento ha parlato anche di welfare locale. Qual è il legame con l’accoglienza?
“Il SAI mette in relazione l’accoglienza con i servizi e le competenze già presenti sul territorio, contribuendo a integrarli e rafforzarli. L’inclusione richiede la collaborazione di tanti soggetti: scuola, sanità, servizi sociali, mondo del lavoro, casa, associazioni e Terzo settore. Ciascuno ha una parte da svolgere. Il progetto può diventare un’occasione per far comunicare meglio queste realtà e consolidare la rete territoriale”.
Qual è il compito della cooperativa Odissea dentro questo percorso?
“Il nostro compito è accompagnare le persone, mettendo a disposizione strumenti e opportunità perché possano costruire, passo dopo passo, una nuova autonomia. Chi arriva porta con sé partenze, viaggi e difficoltà, ma anche capacità, desideri e progetti. Dobbiamo considerare ogni persona nella sua interezza, riconoscendo la sua storia e la possibilità di costruire il proprio futuro”.
Che cosa vi ha insegnato l’esperienza di Fabbriche di Vergemoli?
“Ci ha insegnato che l’accoglienza funziona quando diventa parte della comunità. In un territorio piccolo le relazioni hanno un valore particolare: incontrarsi, conoscersi e riconoscersi può fare davvero la differenza. Il progetto ha creato occasioni di incontro tra persone provenienti da mondi diversi, favorendo conoscenza e partecipazione. La collaborazione con il Comune, i servizi, le associazioni, le realtà economiche e la popolazione è stata fondamentale”.
Quali cambiamenti avete visto nelle persone accolte?
“Abbiamo visto persone arrivare con tante domande e incertezze e, nel tempo, imparare la lingua, trovare un lavoro, costruire relazioni e prendere decisioni sul proprio futuro. Sono passaggi che danno un significato concreto alla parola autonomia. Dietro questi percorsi c’è anche l’impegno quotidiano degli operatori e delle operatrici, spesso dietro le quinte, ma essenziale per rendere possibili quei cambiamenti”.
A chi vuole rivolgere un ringraziamento in questa occasione?
“Al sindaco e all’amministrazione comunale, alle istituzioni, a tutte le persone che hanno lavorato al progetto e alla comunità che lo ha accompagnato. Un progetto vive attraverso chi lo rende possibile ogni giorno. Voglio ringraziare soprattutto le persone accolte, comprese quelle che oggi non sono più qui: sono loro ad aver dato un volto, una voce e un significato concreto al SAI. Le loro storie fanno parte della storia di questi dieci anni”.
Quale significato ha il percorso fotografico inaugurato durante l’iniziativa?
“Le fotografie raccontano incontri, momenti e relazioni. Ci ricordano che l’accoglienza è fatta soprattutto di persone. Rivedere quei volti permette di ritrovare il senso del lavoro compiuto e di riconoscere il contributo di ciascuno. È una memoria condivisa di ciò che abbiamo costruito insieme”.
Dopo questi dieci anni, come guardate al futuro?
“Questo anniversario è anche un nuovo punto di partenza. Il mondo dell’accoglienza cambia: cambiano i bisogni, le sfide, le persone e i territori. Deve rimanere ferma l’attenzione alla persona e alla sua possibilità di costruire il futuro. Come cooperativa Odissea vogliamo continuare a lavorare con professionalità, responsabilità e attenzione alle comunità nelle quali operiamo, continuando a costruire relazioni. Il senso di questa giornata è proprio questo: dieci anni, tante storie, un’unica idea. Ogni storia conta”.