Ascoltare le storie di uomini straordinari ha il suo fascino struggente: anche nell’ora più buia, continuano a inseguire la propria arte con disperata devozione.
Un sentimento di intimità e stupore che ha avvolto il pubblico collegato per la riapertura della stagione culturale targata Piazza al Serchio. Si è tenuto ieri sera infatti, in modalità digitale, l’evento inaugurale del nuovo ciclo di incontri promosso dal Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico.
La serata sul web – concepita per superare i confini fisici – ha visto protagonista la saggista Rossella Martina con la presentazione del suo volume “Gli ultimi giorni di Puccini. Turandot il sogno incompiuto”, edito da Dreambook; l’opera ha così inaugurato una stagione ricca di dibattiti dedicati alla cultura immateriale, alle tradizioni popolari e alla ricerca storica.
Tra le principali novità di questa edizione autunnale ha figurato un appuntamento mensile interamente riservato alla lettura e all’analisi guidata di una fiaba scelta direttamente dagli utenti. Una scelta strategica – fortemente voluta dalla direzione – conferma la vocazione partecipativa e accessibile del centro museale.
L’incontro ha permesso al pubblico online di addentrarsi negli ultimi drammatici mesi di vita del compositore lucchese; mettendo in luce il legame profondo e tormentato tra la stesura dell’opera e il suo destino personale. Ambientata in una Pechino leggendaria, la vicenda ha ripercorso la storia della spietata principessa Turandot, solita sottoporre i propri pretendenti a tre enigmi mortali: chiunque fallisse, sarebbe stato giustiziato. Ma il principe Calaf è riuscito a risolverli e, per conquistarne davvero il cuore, le ha proposto a sua volta una sfida, ossia indovinarne il nome prima dell’alba.
Il lavoro teatrale, avviato nel 1920 a partire dal testo di Carlo Gozzi, ha rappresentato una svolta: imponenti scenografie, con un ruolo centrale delle masse corali e un’innovativa ricerca sulle sonorità orientali. Accanto all’apparato scenico, l’autore ha introdotto significative variazioni psicologiche – come l’invenzione del personaggio di Liù, assente nella trama originale e ispirata alla tragica vicenda di Doria Manfredi – e il tema del trauma ancestrale per spiegare la spietata freddezza della principessa.
“La figura della protagonista – ha evidenziato la giornalista Rossella Martina – ha perseguitato il maestro anima e corpo ben prima che la malattia si manifestasse chiaramente, condizionando profondamente la creazione della partitura“. Dall’analisi del vasto epistolario pucciniano è emersa un’inquietudine costante. Condizione che ha generato un presagio della fine ed ha preceduto persino la diagnosi del tumore alla gola, giunta nell’ottobre del 1924 e formulata dal dottor Ledoux prima del ricovero a Bruxelles.
In seguito a un doloroso trattamento clinico, l’artista si è spento il 29 novembre 1924. L’evento luttuoso ha lasciato lo spartito interrotto subito dopo la scena del sacrificio di Liù. Quello stesso silenzio è rimasto impresso nella prima rappresentazione alla Scala del 1926, quando Arturo Toscanini ha fermato l’orchestra – tra lo stupore e la commozione dei presenti – nel punto esatto in cui la musica si era spenta per sempre.
In fondo, è proprio in questo abbraccio tra la fragilità umana e l’immortalità del genio che risiede il senso profondo dell’eredità pucciniana. Un patrimonio di passione, sofferenza e poesia che le serate del Museo dimostrano di saper custode e tramandare con autentica, toccante partecipazione.