Un’ambulanza che parte, un servizio portato a termine, un volontario che tende la mano. Sono le immagini attraverso le quali conosciamo e apprezziamo le nostre associazioni. Dietro quei gesti esiste però un lavoro meno visibile: organizzare le persone, amministrare le risorse, curare la sicurezza, rispettare scadenze e garantire continuità ai servizi.
Un tema che conosco attraverso i tanti anni trascorsi alla guida della Misericordia di Corsagna e sul quale merita richiamare l’attenzione. Ne parliamo con Nicola Consani, presidente della Croce Rossa di Bagni di Lucca, una realtà storica al servizio della Valle del Serchio.
Nicola, secondo te la gente sa davvero che cosa significa gestire un ente del terzo settore?
Credo che se ne conosca soprattutto la parte più visibile: i servizi, le iniziative, la presenza dei volontari. È comprensibile, perché sono le attività che incontrano direttamente la popolazione. Si vede meno tutto ciò che permette di realizzarle. Dietro un servizio ci sono turni, persone da coordinare, mezzi da mantenere, documenti, spese e decisioni. Far conoscere questo lavoro aiuta a comprendere meglio anche il valore dell’associazione.
Negli spunti che mi hai mandato hai usato un paragone preciso: gestire un’associazione strutturata assomiglia a gestire un’azienda. In quale senso?
Per la complessità dell’organizzazione. Le associazioni hanno dimensioni e attività diverse, ma quando crescono i servizi aumentano anche le responsabilità. Ci sono dipendenti, bilanci, acquisti, assicurazioni, manutenzioni e rapporti con gli enti pubblici. Occorre programmare e verificare che gli impegni siano sostenibili. La finalità resta sociale, ma proprio per questo dobbiamo usare bene le risorse che ci vengono affidate.
C’è poi una particolarità: far lavorare insieme dipendenti e volontari. Quanto è delicato questo equilibrio?
È uno degli aspetti che richiedono maggiore attenzione. I dipendenti hanno compiti, orari e diritti da rispettare; i volontari offrono il proprio tempo conciliandolo con il lavoro, la famiglia e gli impegni personali. Serve un’organizzazione capace di riconoscere queste differenze e di valorizzare il contributo di ciascuno. La chiarezza dei ruoli e il rispetto reciproco aiutano a prevenire incomprensioni e a lavorare verso un obiettivo comune.
Come si concilia la disponibilità del volontario con un servizio che deve essere garantito?
Attraverso il dialogo e una programmazione attenta. Chi dona il proprio tempo deve sentirsi accolto e accompagnato, senza essere considerato una disponibilità inesauribile. Allo stesso tempo, assumere un impegno significa sapere che altre persone fanno affidamento su di noi. Per questo occorre conoscersi, raccogliere le disponibilità e costruire turni realistici, evitando di caricare sempre le stesse persone.
Hai citato valutazione dei rischi, medico competente, estintori, procedure e audit. Quanto pesa il lavoro sulla sicurezza?
Richiede tempo, competenze e risorse. Gli adempimenti cambiano secondo le attività svolte e i rischi presenti, ma il punto di partenza è concreto: tutelare chi opera e chi riceve il servizio. La manutenzione di un’attrezzatura, la formazione o una procedura ben compresa possono incidere sulla sicurezza quotidiana. Per questo i documenti devono trovare corrispondenza nei comportamenti e nell’organizzazione.
Esiste però anche una burocrazia che rischia di sottrarre energie alla solidarietà?
Il rischio esiste quando le richieste sono ripetitive, poco chiare o difficili da rapportare alle dimensioni dell’ente. Le verifiche sono necessarie, così come la trasparenza. Sarebbe utile avere procedure più semplici, indicazioni comprensibili e interlocutori con cui affrontare i dubbi. Il tempo impiegato a ricostruire più volte gli stessi dati pesa sull’organizzazione, soprattutto quando il lavoro amministrativo ricade su poche persone.
Quanto conta, oggi, avere competenze specifiche dentro un’associazione?
Conta molto. La buona volontà è il punto di partenza, ma deve essere accompagnata dalla preparazione. Servono competenze amministrative, organizzative e tecniche, insieme alla capacità di ascoltare le persone. Chi guida un’associazione deve anche riconoscere i propri limiti e sapere quando chiedere il supporto di un professionista. Nessuno può conoscere tutto: una gestione seria si costruisce attraverso il lavoro di squadra.
Parliamo di risorse economiche. Perché anche questo aspetto dovrebbe essere compreso meglio dai cittadini?
Perché ogni servizio comporta costi, anche quando viene svolto con il contributo dei volontari. Mezzi, carburante, attrezzature, assicurazioni, utenze e formazione devono essere pagati. Se ci sono dipendenti, bisogna garantire gli stipendi e tutti gli impegni collegati. Fare bene i conti permette di mantenere le promesse e di dare continuità all’aiuto. Anche una scelta generosa deve poter durare nel tempo.
Che cosa chiedi alle istituzioni nel rapporto con il Terzo settore?
Di riconoscere il lavoro necessario a garantire i servizi, compreso quello organizzativo. Le associazioni conoscono le comunità, raccolgono bisogni e spesso intercettano difficoltà che altrimenti resterebbero nascoste. Un confronto stabile permette di progettare meglio gli interventi. Servono accordi chiari, risorse adeguate e tempi di pagamento che consentano di programmare le attività con serenità.
Queste responsabilità possono scoraggiare chi vorrebbe assumere un incarico e rendere più difficile il ricambio?
Possono farlo, soprattutto se una persona pensa di dover affrontare tutto da sola. Per favorire il ricambio bisogna coinvolgere gradualmente chi è interessato, spiegare come funziona l’ente e condividere le responsabilità. Ai giovani occorre dare spazio nelle decisioni e occasioni per imparare. Chi ha più esperienza può accompagnarli, trasmettendo conoscenze e lasciando loro la possibilità di portare idee nuove.
Dare fiducia ai giovani significa anche accettare che possano commettere errori?
«C’è un aspetto fondamentale che dobbiamo tenere a mente quando parliamo di giovani: dobbiamo permettere loro di sbagliare. I giovani, come tutte le persone, sono fallibili. Proprio per questo, dagli errori possono nascere nuovi insegnamenti e nuove opportunità. Il giovane non è infallibile, ed è dalla necessità di affrontare il fallimento che si può trarre un nuovo insegnamento, per costruire qualcosa di nuovo e di migliore».
Quanto è importante raccontare anche le difficoltà, oltre ai risultati?
È importante per costruire un rapporto di fiducia. Raccontare una difficoltà permette di spiegare una scelta, far capire un bisogno e talvolta trovare nuove disponibilità. Anche chi offre una competenza amministrativa, informatica o tecnica può dare un aiuto prezioso. Per partecipare alla vita di un’associazione ci sono molti modi, compresi quelli che raramente finiscono in una fotografia.
Che cosa vorresti rimanesse al lettore di questa intervista?
La consapevolezza che dietro ogni gesto di solidarietà c’è una responsabilità condivisa. Il volontario, il dipendente, chi coordina i servizi e chi segue l’amministrazione contribuiscono allo stesso risultato. L’entusiasmo ci spinge a esserci; un’organizzazione solida ci permette di continuare a esserci quando qualcuno ha bisogno di noi.