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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
ponte a moriano

Al Teatro Nieri “Il sogno di Moneva”: ovvero la silenziosa morte di un fantasma nell’ombra

Il sole bacia i belli e i dannati. I belli si rosolano al mare, mentre i dannati ardono nelle serre. Gli uni corrono il rischio di una scottatura, gli altri di un incenerimento. Sono i salvati e i sommersi di un’Italia che lentamente brucia perché ha smarrito la sua ombra.

Ieri sera al Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano la compagnia Imprevisti e Probabilità – che, per l’occasione, rappresentava il Lazio – ha messo in scena il dramma del caporalato. Lo ha fatto portando al Gran Premio Nazionale del Teatro Amatoriale, organizzato dalla F.I.T.A., lo spettacolo “Il sogno di Moneva” di Valentina Fantasia: l’affresco moderno di un fenomeno – ahinoi – antico.

Un telo trasparente mostra tre fantasmi sullo sfondo. Senza nome, senza voce, senza volto. Sono tre braccianti agricole e ballano sulle note di Giuni Russo una danza macabra. Sono come pesci in apnea. Boccheggiano fuori dall’acqua, cercano disperatamente ossigeno per non morire asfissiate.

Interessante la scelta registica, anche se la messa in scena lascia un po’ a desiderare. L’accento delle attrici (credibile, va detto) tradisce subito l’origine dei loro personaggi: vengono dall’est, dalla Bulgaria precisamente. Spinte, con ogni probabilità, dalla promessa di una vita migliore rispetto a quella del loro paese, si ritrovano invece schiave nelle piantagioni del sud.

Angelova (una bravissima Soledad Agresti), Ivana, Veleva. Così si chiamano. Ma un nome vale l’altro per il terribile caporale Vincenzo, per il quale le donne sono femmine e, in quanto tali, debbono essere trattate come meritano: ovvero come bestie. La morte di una di loro non è rilevante. Come un insetto, si schiaccia. Si annulla. Si cancella. La logica del profitto lava via la coscienza.

Per fortuna c’è Pasquale, il fratello di Vincenzo, che ancora riesce a distinguere il bene dal male. Un modesto impiegato del tribunale che, di fronte all’orrore di conradiana memoria, non riesce a tacere. Rompe persino il sacro legame familiare, che suggerirebbe connivenza con il crimine, pur di essere fedele al “romanzo” della giustizia: trascrive tutto per filo e per segno, si scontra con il suo stesso sangue. Fa la parte di Caino. Di Giuda. Uccide, tradisce.

La regia porta la firma di Raffaele Furno che, sul palco, non appare mai se non in video. Perché sì. Il teatro, in questo caso, si mescola con il cinema. Lo spettacolo, infatti, alterna momenti recitati dal vivo con proiezioni allo schermo (peraltro di notevole fattura). Un mix intrigante, certo, anche se macchinoso nella resa e, soprattutto, complicato nella gestione. Sono tanti i momenti di silenzio – silenzio vero, non artistico -, gli attimi morti. Numerosi anche i difetti tecnici: a partire dall’audio, troppo basso o troppo alto a seconda delle scene.

Davvero troppo si è chiesto a questo allestimento che, in fondo, non ha mai lasciato al pubblico la voglia di applaudire. Una nota di merito, però, spetta alla compagnia madrina – le Fortunate Eccezioni – che non si è limitata, nel presentarsi, ad uno sterile siparietto, ma ha introdotto la serata con una coinvolgente – ed apprezzata – lettura.

Cosa portarsi a casa, dunque, da questa serata? La consapevolezza che esistono zone d’ombra nel nostro paese dove le istituzioni non arrivano o non vogliono arrivare. Ma anche la speranza che la giustizia si annidi ancora nel cuore degli uomini chiamati a non voltarsi dall’altra parte.

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