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Redazione
ANNO XIVvenerdì 23 Ottobre 2026
intervista

Aldo Bertozzi: “Dopo il Dizionario, una nuova mini collana sulle ‘mie’ chiese della Garfagnana”

Aldo Bertozzi non finisce mai di stupire. Dopo il fortunato volume “Dizionario Garfagnino” – opera omnia ristampata, di recente, dall’Unione Comuni Garfagnana in occasione del ventennale della sua collana editoriale, la Banca dell’Identità e della Memoria -, l’avvocato torna, quest’anno, con una piacevole sorpresa: una mini collana sulle “sue” chiese della Garfagnana.

Alcuni volumi hanno già visto la pubblicazione nella collana “Comuni e comunità” della Banca Identità e Memoria, alla quale l’avvocato ha fornito – gratuitamente – i testi e che, sul sito www.aldobertozzi.it, è possibile trovare nel classico formato. Altri, non ancora pubblicati, si potranno sfogliare in una veste editoriale più semplice e flessibile, mentre i testi delle chiese di due comuni – Castelnuovo di Garfagnana e Careggine – sono in corso di revisione e presto verranno pubblicati.

Bertozzi ha colto l’occasione della sua presenza qua, nel periodo pasquale, per presentare questo lavoro che arricchisce ulteriormente la conoscenza del patrimonio storico, artistico e architettonico garfagnino. La Gazzetta del Serchio lo ha raggiunto per un’intervista.

Avvocato, come nasce l’idea di questa mini collana?

“È frutto di un importante lavoro volto a descrivere così, come sono apparse ai miei occhi, tutte le chiese tuttora aperte al culto esistenti in Garfagnana”.

Un’opera rivolta ai garfagnini, quindi?

“Non solo. Anche a tutti coloro che hanno origini garfagnine, ma vivono nelle diverse parti del mondo. Essi potranno entrare, virtualmente, nella chiesa dove sono stati battezzati, o dove si sono sposati gli avi, con i propri familiari, o leggere, con i propri figli o nipoti, il dizionario garfagnino che, penso, possa fare piacere e contribuisce, inoltre, a rafforzare l’identità territoriale”.

In che contesto si inserisce questa sua nuova iniziativa?

“Il progetto si colloca – quasi come un seguito – nella linea ideale tracciata con il ‘Dizionario Garfagnino’, volta alla conservazione del patrimonio culturale, storico ed artistico dell’alta Valle del Serchio. Si tratta di un disegno ambizioso, che ha richiesto impegno ed energie fisiche ed economiche non irrilevanti gratificate dal riconoscimento che mi hanno espresso tanti amministratori, autorità civili e religiose e numerosi cittadini impegnati nella salvaguardia e valorizzazione di questo immenso patrimonio”.

Che importanza ha, oggi, conservare e riscoprire il nostro patrimonio di tradizioni?

“In tempi di globalizzazione – o quando, comunque, le comunicazioni sono diventate più agevoli e le conoscenze fra i diversi popoli e le varie culture più approfondite – è concreto il rischio di perdere il senso della propria individualità ed il ricordo delle proprie radici per adottare una visione, certo più ampia, ma più generica e spersonalizzante. Conservare invece le tradizioni, i costumi, la lingua, in una parola la propria identità è, dunque, diventato ancor più importante rispetto al passato, per non recidere i legami con le nostre origini che, oltre ad appartenerci, servono soprattutto a spiegarci perché siamo così e non altrimenti, con certi valori, certi modi di pensare e di vivere, costituenti parte – come si dice oggi – del nostro D.N.A. ed assunti con il latte materno dai nostri avi”.

E perché si è concentrato proprio sulle chiese?

“Perché, in quest’ottica, rappresentano un punto di riferimento essenziale, da conservare e salvaguardare e – perché no – far conoscere ad un pubblico più ampio. Non interessa in questa sede il loro valore artistico ed economico, ma il loro aspetto di testimonianza dei sentimenti delle generazioni che ci precedettero, per cui appaiono, tutte quante, ed allo stesso modo, degne di nota. Ecco, questo lavoro ha voluto essere una specie di censimento delle chiese della Garfagnana, di archivio di quanto in esse contenuto affinché un domani, anche se tutto dovesse venir travolto e superato dal frenetico correre ed evolversi della vita, sia possibile conoscere e ricordare dove si riunivano i nostri nonni ed i nonni dei nostri nonni ed i sacrifici da loro compiuti per rendere più bella possibile la loro chiesa che, in genere, era poi anche la loro casa comune”.

La chiese sono anche uno scrigno prezioso di opere d’arte…

“La Garfagnana è una terra conosciuta maggiormente per le sue bellezze paesaggistiche e naturalistiche, piuttosto che per le testimonianze storiche e per il patrimonio artistico di cui dispone; non è da sottovalutare, però, la ricchezza di opere d’arte che la Garfagnana può vantare nei settori della pittura, della scultura e dell’architettura. Nell’ambito di questo patrimonio, la parte preponderante è costituita indubbiamente dagli edifici di carattere religioso con quanto in essi contenuto: ciò, se può essere una costante anche per molte altre zone, non solo in Italia, è particolarmente evidente nei luoghi più poveri”.

Come se lo spiega?

“In queste realtà per lo più agricole, come è sempre stata la Garfagnana, le persone non avevano la possibilità di costruire grandi piazze, sontuosi palazzi, immensi viali e concentravano, quindi, ogni loro sforzo economico per far edificare e abbellire, rendendoli più accoglienti possibile, gli edifici di ritrovo collettivo che, per lungo tempo, furono principalmente le chiese, i conventi e le altre costruzioni di tipo religioso. Per far ciò vi era solo una via: affidarsi ad artisti di sperimentata capacità, ma le cui pretese economiche fossero compatibili con quanto questa gente, povera, ma onesta e dignitosa, fosse in grado di pagare. Ecco come può spiegarsi la presenza di terrecotte invetriate dovute ad artisti del livello dei Della Robbia, di sculture eseguite da Matteo Civitali, di quadri di Pietro Paolini, di Giuliano di Simone di Pietro da Talada ma anche l’esistenza di opere di autori come Giovanni Simone Caretta, Baccio Ciarpi, Pietro da Carrara, Bartolomeo di Stefano, Vasco e Rubens Cavani”.

Il suo approccio a questi temi è genuino e non pretenzioso…

“Da qui la ricerca di un linguaggio di uso quotidiano, la descrizione delle impressioni personali riportate, il contenuto dei colloqui avuti con le persone spontaneamente prestatesi a farmi da guida, l’indicazione dei dubbi via via venutimi alla mente e la candida ammissione della mia ignoranza e limitatezza davanti alle circostanze o alle cose sconosciute, a quelle non comprese o di cui mi rendevo conto di non saperne fornire corretta spiegazione. Anche i termini usati sono quelli di chi cerca solo di far capire quanto intende dire; un critico d’arte, un architetto, un pittore, uno scultore, ma anche un semplice appassionato o conoscitore della materia potranno trovare non solo del tutto sbagliati i miei giudizi sulle varie opere, ma anche erronei e usati a sproposito ed assolutamente imprecisi i termini da me adottati nelle descrizioni”.

C’è qualcuno che si sente di ringraziare per questa sua ricerca?

“Sì. Ci sono dei necessari ringraziamenti da fare verso tutti coloro che, spontaneamente e disinteressatamente, si sono prestati a farmi da guida. In ogni paese ho sempre trovato qualcuno e, spesso, ho cercato di riferirne il nome nel testo. In alcuni casi, per mia colpevole dimenticanza, non ho avuto modo di chiedere alla mia guida il nome e, dunque, manca l’espressa menzione del suo aiuto ed il mio “grazie” al riguardo. Mi scuso profondamente con tutti costoro, indispensabili – come le altre persone citate – per il completamento dell’opera”.

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