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Redazione
ANNO XIVdomenica 27 Settembre 2026
barga

Alla Fondazione Ricci un viaggio nel cinema di Luchino Visconti: tra realtà, bellezza e contraddizioni

La bellezza come ricerca continua, mai fine a se stessa, ma capace di raccontare una società, le sue trasformazioni e persino le zone più oscure dell’animo umano. È stato questo il filo conduttore dell’incontro “L’insopprimibile ricerca della bellezza. Luchino Visconti e il suo cinema”, che si è svolto ieri negli spazi della Fondazione Ricci di Barga, nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del grande regista italiano.

A condurre il pubblico attraverso la vita e l’intera filmografia di Visconti è stato Pier Dario Marzi, che ha ricostruito le diverse fasi della sua produzione cinematografica intrecciandole alla biografia, alla formazione culturale e alle contraddizioni di una personalità artistica complessa.

Ad aprire il pomeriggio sono stati i saluti di Cristiana Ricci. La parola è poi passata a Pier Dario Marzi, che ha introdotto l’incontro ricordando anche il proprio rapporto personale con il cinema e con l’opera di Visconti. Una passione nata molto presto e cresciuta negli anni fino a farne, già in giovane età, il proprio regista prediletto.

Marzi è partito proprio dalla biografia di Visconti, nato in una famiglia aristocratica e cresciuto fin da bambino a stretto contatto con il teatro, la musica e l’arte. Una formazione che avrebbe lasciato un’impronta profonda su tutta la sua opera. Negli anni trenta il trasferimento a Parigi e l’incontro con ambienti culturali differenti, fino alla conoscenza di Jean Renoir, segnarono invece un ulteriore passaggio nella sua formazione e nel suo avvicinamento alla sinistra e al marxismo.

Una doppia anima, quella di Visconti, che Marzi ha indicato come una delle chiavi per comprenderne il cinema: da una parte le origini aristocratiche, dall’altra una forte attenzione per la realtà sociale, gli ultimi, le trasformazioni storiche e politiche.

Il percorso cinematografico è iniziato da “Ossessione”, film del 1943 considerato uno dei titoli anticipatori del neorealismo italiano. Un’opera carnale e profondamente innovativa per l’epoca, capace di mostrare un’Italia lontana da quella idealizzata dal cinema del regime e di mettere in discussione anche alcuni dei valori tradizionali della società. Un film che, proprio per la sua forza, incontrò numerosi ostacoli e problemi di censura.

Con “La terra trema” Visconti entra ancora più direttamente nella realtà sociale, raccontando il mondo dei pescatori siciliani e intrecciando il progetto cinematografico con I Malavoglia di Giovanni Verga. Marzi ha ricordato anche l’accoglienza contrastante ricevuta alla Mostra del Cinema di Venezia: un’opera difficile per il pubblico dell’epoca, anche per l’uso del siciliano, ma destinata a diventare uno dei film simbolo di quella stagione cinematografica.

Poi “Bellissima”, con Anna Magnani, nel quale Visconti porta lo spettatore dietro le quinte della macchina cinematografica. Attraverso la storia di una madre che sogna per la figlia un futuro nel cinema, il regista mostra contemporaneamente il fascino e le illusioni di quel mondo: la promessa del sogno e dello spettacolo, ma anche ciò che normalmente rimane nascosto agli occhi del pubblico.

Con “Senso” arriva invece un passaggio importante. Visconti torna progressivamente verso il mondo dal quale proviene, quello dell’aristocrazia, senza però rinunciare a osservare la storia con sguardo critico. Primo suo film a colori, presenta sequenze costruite con una cura pittorica tale da richiamare vere e proprie opere d’arte. Un cambiamento che provocò anche forti discussioni con parte della critica di sinistra, soprattutto per la rappresentazione del Risorgimento.

Marzi si è quindi soffermato su “Le notti bianche”, del 1957, tratto dall’opera di Dostoevskij e costruito quasi interamente in studio. Un film sospeso tra sogno e realtà, nel quale Marcello Mastroianni interpreta un uomo alla ricerca di qualcosa di bello da afferrare nella propria esistenza, senza però riuscire a trattenerlo.

Con “Rocco e i suoi fratelli”, nel 1960, lo sguardo torna invece sugli emarginati. Al centro la storia di una famiglia lucana che lascia il Sud per trasferirsi a Milano, in un film che racconta migrazione, disagio sociale, legami familiari e violenza. Un’opera che incontrò anch’essa difficoltà con la censura per alcune delle scene più dure come la violenza sessuale e il femminicidio.

Un capitolo centrale dell’incontro è stato naturalmente dedicato a “Il Gattopardo”, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1963. Un film che all’epoca divise fortemente la critica e che fu accusato da una parte della sinistra di proporre una lettura conservatrice della storia.

Marzi ha invece evidenziato come nel film emerga soprattutto la consapevolezza della fine di un mondo. Quello raccontato da Visconti è un universo destinato a scomparire: il potere economico può sopravvivere, ma la società nella quale è cresciuto il principe di Salina sta irrimediabilmente cambiando. Da qui quella nostalgia e quella malinconia che attraversano tutta l’opera, con personaggi quasi simili a “statue di cera” consapevoli di appartenere ormai al passato.

Con “La caduta degli dei”, del 1969, il cinema di Visconti diventa invece più cupo e sanguigno. Al centro la corruzione di una famiglia e di un intero mondo travolto dall’ascesa del nazismo, tra pedofilia, incesto e rapporti di potere sempre più degradati. È lo stesso Visconti, ha ricordato Marzi, a sintetizzarne il senso parlando della volontà di mettere in scena “la depravazione del potere”.

Particolarmente personale è stato infine il passaggio dedicato a “Morte a Venezia”, del 1971, il film che Marzi ha indicato come quello che lo fece innamorare definitivamente del cinema di Visconti.

Un’opera dominata dai silenzi e dalla contemplazione, nella quale l’anziano artista Gustav von Aschenbach rimane affascinato dal giovane Tadzio. Non soltanto un’attrazione, nella lettura proposta durante l’incontro, ma la materializzazione di qualcosa di irraggiungibile: la giovinezza, ciò che sfugge, soprattutto quella bellezza cercata per tutta una vita e che improvvisamente sembra incarnarsi davanti agli occhi del protagonista.

Ed è forse proprio qui che il titolo dell’incontro trova il suo significato più profondo. Nel cinema di Visconti la bellezza non nasconde la decadenza, la sofferenza o le contraddizioni dell’uomo: al contrario, diventa lo strumento attraverso cui osservarle.

La conferenza di Pier Dario Marzi ha così permesso di riscoprire non soltanto la filmografia di uno dei grandi maestri del cinema italiano, ma anche il percorso di un autore capace di muoversi tra neorealismo e aristocrazia, impegno politico e ricerca estetica, storia collettiva e inquietudini individuali.

“L’insopprimibile ricerca della bellezza” ha offerto quindi l’occasione per tornare a guardare Visconti a cinquant’anni dalla sua scomparsa, scoprendo quanto le sue immagini continuino ancora oggi a parlare allo spettatore: perché dietro la loro perfezione estetica rimane sempre l’uomo, con le sue aspirazioni, i suoi desideri, le sue contraddizioni e la sua eterna ricerca di qualcosa che possa chiamare bellezza.

L’incontro è stato organizzato dalla Fondazione Ricci, con il sostegno del comune di Barga, Unitre Barga e Istituto storico lucchese – sezione di Barga, e con il contributo della Fondazione cassa di risparmio di Lucca.

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