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Redazione
ANNO XIVsabato 12 Settembre 2026
intervista

Capobianco (Conflavoro): “Il futuro delle imprese passa da innovazione e competenze”

Il mondo del lavoro sta attraversando una trasformazione profonda. Intelligenza artificiale, transizione energetica, nuove professionalità, difficoltà nel reperire personale qualificato, salari, sicurezza e formazione sono ormai questioni che riguardano direttamente imprese e lavoratori.

Temi che conosco bene anche per la mia lunga esperienza professionale nelle politiche del lavoro e nei Centri per l’impiego e che oggi assumono una dimensione ancora più importante davanti ai cambiamenti che stanno interessando il nostro sistema produttivo.

È forse proprio questo il punto da cui ripartire. Cambiano le tecnologie, cambiano le professioni e cambiano le imprese, ma il futuro del lavoro continuerà a dipendere dalla capacità di investire nell’uomo, nelle sue competenze e nella sua dignità.

La Gazzetta del Serchio ne ha parlato con Roberto Capobianco, presidente nazionale di Conflavoro, in vista della XVI Assemblea nazionale, in programma il 30 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che avrà come filo conduttore proprio due delle grandi sfide del nostro tempo: energia e intelligenza artificiale.

Presidente Capobianco, partiamo proprio dall’Assemblea nazionale. Perché avete deciso di mettere al centro energia e intelligenza artificiale?

“Perché sono due temi destinati a incidere profondamente sul futuro delle nostre imprese. L’energia rappresenta ormai una delle principali voci di costo e quindi un elemento decisivo per la competitività. L’intelligenza artificiale, invece, sta modificando rapidamente processi produttivi, organizzazione del lavoro e professionalità. Dobbiamo fare in modo che queste trasformazioni diventino opportunità, soprattutto per le piccole e medie imprese, e non nuovi fattori di disuguaglianza”.

L’intelligenza artificiale viene vista con grande interesse, ma anche con una certa preoccupazione, soprattutto per le conseguenze sull’occupazione. Dobbiamo averne paura?

“La paura non aiuta a governare i cambiamenti. Ogni grande innovazione tecnologica ha modificato il lavoro e anche questa volta accadrà. Alcune mansioni cambieranno, altre probabilmente scompariranno e ne nasceranno di nuove. La vera sfida è accompagnare questa trasformazione attraverso la formazione e l’aggiornamento continuo delle competenze. L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento al servizio dell’uomo, non qualcosa che sostituisca semplicemente il lavoratore”.

Da uomo che ha lavorato per molti anni nei Centri per l’impiego, continuo a vedere un paradosso: abbiamo persone che cercano lavoro e, nello stesso tempo, imprese che non riescono a trovare lavoratori con le competenze necessarie. Come si supera questa distanza?

“È uno dei problemi principali del nostro mercato del lavoro. Dobbiamo costruire un collegamento molto più stretto tra scuola, formazione professionale e imprese. Non possiamo continuare a formare giovani senza conoscere quali professionalità saranno richieste dal sistema produttivo. La formazione deve essere concreta e capace di anticipare i bisogni delle aziende. E dobbiamo restituire dignità anche alle professioni tecniche e manuali, che offrono ancora oggi importanti possibilità occupazionali”.

Quindi la formazione professionale torna ad avere un ruolo centrale?

“Assolutamente sì. Non deve essere considerata una scelta di serie B. Abbiamo bisogno di tecnici, artigiani specializzati, manutentori e di nuove figure professionali legate alla digitalizzazione, all’energia e alle nuove tecnologie. Investire nella formazione significa investire contemporaneamente nella competitività delle imprese e nel futuro dei giovani”.

Le piccole e medie imprese continuano però a denunciare un peso eccessivo della burocrazia e del costo del lavoro. È ancora questo uno dei principali ostacoli alla crescita?

“Certamente. Chi fa impresa deve poter dedicare il proprio tempo alla produzione, all’innovazione e alla crescita dell’azienda, non essere soffocato dagli adempimenti. Serve una semplificazione reale e serve ridurre il peso fiscale e contributivo sul lavoro. Se un’impresa ha condizioni migliori per crescere, può investire, assumere e riconoscere retribuzioni migliori”.

Conflavoro ha avanzato anche la proposta “Salva Impresa”. Qual è l’idea di fondo?

“L’idea è cambiare prospettiva. Non possiamo intervenire soltanto quando un’azienda è ormai arrivata alla crisi irreversibile. Gli strumenti di sostegno devono aiutare l’impresa a ripartire, tutelando contemporaneamente il lavoro. La cassa integrazione, ad esempio, non dovrebbe essere soltanto uno strumento passivo, ma diventare parte di un percorso di rilancio dell’impresa. Salvare un’azienda significa molto spesso salvare posti di lavoro, competenze e interi pezzi dell’economia di un territorio”.

Parlando di lavoro, non possiamo dimenticare il rapporto tra imprenditore e lavoratore. È possibile costruire un nuovo equilibrio?

“Non soltanto è possibile, ma è necessario. Impresa e lavoratore non devono essere considerati due mondi contrapposti. Un’impresa senza lavoratori preparati e motivati non cresce; allo stesso modo, senza imprese solide non esiste occupazione stabile. Occorre costruire un rapporto fondato sulla responsabilità reciproca, sulla qualità del lavoro, sulla sicurezza e su retribuzioni adeguate”.

E i giovani? Molti sembrano guardare al mondo del lavoro con sfiducia e spesso scelgono di andare all’estero

“Dobbiamo dare loro una prospettiva. Un giovane deve poter pensare che attraverso il lavoro sia possibile costruirsi una vita, una famiglia, una casa e un futuro. Questo significa investire sulle competenze, favorire l’ingresso nel mercato del lavoro e creare condizioni perché le imprese possano assumere e remunerare meglio. Se perdiamo i nostri giovani più preparati, perdiamo una parte importante del futuro del Paese”.

Che cosa chiedete allora alla politica?

“Chiediamo soprattutto coraggio e una visione di lungo periodo. Le imprese hanno bisogno di regole chiare, meno burocrazia, un sistema fiscale più sostenibile, energia a costi competitivi e politiche capaci di accompagnare innovazione e formazione. Non servono interventi occasionali: occorre una strategia che metta al centro chi produce, chi investe e chi lavora”.

Presidente, vorrei chiudere tornando alla persona. In mezzo a intelligenza artificiale, tecnologia e trasformazioni produttive, riusciremo a conservare la dimensione umana del lavoro?

“Dobbiamo farlo. La tecnologia deve migliorare il lavoro dell’uomo, non cancellarne il valore. Dietro ogni impresa ci sono persone, famiglie, sacrifici, idee e responsabilità. E dietro ogni lavoratore c’è una storia, una professionalità e un progetto di vita. Se riusciremo a tenere insieme innovazione e centralità della persona, allora queste grandi trasformazioni potranno rappresentare davvero un’opportunità”.

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