Una mattina di tanti anni fa il maestro Alvaro Simoni, alla sua classe della scuola elementare di Coreglia, assegnò il seguente tema: “Alla svolta della Croce, appollaiata su di uno sperone roccioso, appare Coreglia, descrivetela”.
E’ proprio da questo titolo che vorrei iniziare a raccontare del paese sul cui stemma campeggiano tre colli, un cuore e due stelle. Ed eccola Coreglia, si intravede a malapena, subito dopo la Croce tra le acacie cresciute a dismisura, tanto che per averne una visione completa bisogna proseguire ancora per qualche metro, fino a quando il paese ci appare nella sua interezza: sembra essersi messo in posa, adagiato su un contrafforte roccioso, con il Giovo ed il Rondinaio alle sue spalle, i loro profili si stagliano contro un cielo che ne esalta e ne accarezza i contorni.
La pianta del paese è a forma di cuore, le case si sono man mano posizionate e distribuite in quello spazio, riuscendo a non alterarne la forma. Le loro finestre sono occhi spalancati che guardano ad occidente verso le Apuane e lo sguardo spazia dal Matanna al Pisanino ed è dietro a quei rilievi che ogni sera il sole tramonta, offrendo a chi guarda spettacoli mai uguali, il cielo si tinge di bagliori rossastri con riflessi cangianti, argentati, dorati, rosati che lasciano senza fiato. I tetti delle case si sfiorano, si uniscono, sembrano rincorrersi lungo le vie che si snodano sui crinali dell’Ania e del Segone. Strade strette, lastricate con antiche pietre, vie più o meno ripide che convergono verso il centro del paese.
Da queste strade si dipartono vicoletti che conducono a piazzette, chiassi, “rughe”, loggette su cui si aprono ingressi, taluni arricchiti da portali in pietra con tracce di antiche incisioni. Le strade che collegano la Rocca con il Forte e la Penna in alcuni tratti risuonano al passaggio di coloro che vi transitano, a riprova che sotto il loro selciato sono nascoste misteriose gallerie medievali che collegavano le tre piazzeforti distanti tra di loro. La Rocca situata nel punto più alto, circondata da mura, sovrasta l’abitato.
All’estremità opposta sorge la Penna, arroccata su di un costone roccioso rossastro, punteggiato dai numerosi lecci abbarbicati tra le rocce, dalle quali sembrano sorgere ed ergersi i bastioni. Il Forte, antico edificio militare, trasformato nei secoli in civile abitazione, ma che conserva nella parte che si affaccia sul parco archi e vestigia del suo passato ormai perduto.
Coreglia, un paese che affascina e che rimane nel cuore di chi ci vive o di chi vi ha vissuto ed il pensiero corre ai tanti migranti che dovettero lasciarla e vivere lontano all’estero.
Quante volte e con quanta nostalgia avranno ripensato e ripercorso nella mente le vie a loro familiari, i luoghi dove erano soliti sostare per ammirare i tanti panorami che Coreglia sa offrire e, dopo tanti anni di lontananza, finalmente il ritorno in patria e l’emozione di ritrovarsi nei luoghi natii. Risalire la ripidissima Via degli Astrachi ed accorgersi che Porta a Piastri è sempre lì in attesa, col suo arco antico e sotto, il dipinto della Madonna con il bambino.
Risalendo ancora, la vecchia Canonica e più su la Chiesa di San Michele, sul muraglione la fontana col mascherone in marmo scolpito da Giocondo Molinari e poi le “Gradola” e spingere lo sguardo oltre la Porta San Michele e riscoprire l’Appennino che incornicia i rilievi dell’Ania e decidere di risalire ancora per Via della Rocca fino a Porta a Ponte, andare oltre, fino alla chiesa del Crocifisso. Soffermarsi, per guardare l’interno attraverso le grate delle due finestre ed improvviso è il ricordo delle tante processioni del Gesù Morto… Notti di Venerdì Santo immerse nell’oscurità, pervase dalle note del Miserere, illuminate dalle fiaccole dei fedeli ed all’interno della Chiesa i neri addobbi e le cascate multicolori dei fiori a coprire il giaciglio di Gesù Morto.
I ricordi dell’infanzia così lontana sembrano non voler dar tregua, si fanno sempre più insistenti e spingono ad andare oltre, cercando il Rio, le selve, le Prada, Piantaio, la chiesa di San Martino e di San Rocco e scoprire e non stupirsi che il ricordo di quei luoghi non si è mai affievolito né cancellato, nonostante il trascorrere del tempo, perché l’amore per la propria terra è stato più forte della lontananza.
Scritto estratto dal libro “A Coreglia si può ancora sognare” di Matilde Gambogi