Negli anni Sessanta-Settanta a Corsagna, avevamo tutto! Avevamo persino un cinema, sotto i locali del dopolavoro, affacciato sulla Piazza XX Settembre.
Sopra la Piazza, più in alto, dominava la Chiesa. La sua posizione rendeva immediatamente l’idea di quanto l’altare fosse vicino alla sala cinematografica: bastava alzare gli occhi. Da una parte lo schermo, dall’altra la Chiesa che osservava.
Il cinema era una sala vera, bella, con le poltrone di legno e la cabina di proiezione. Per noi ragazzi era una finestra aperta sul mondo. I gestori erano Rinaldo, Cucche e Coppi. Coppi faceva il macchinista, Rinaldo lo aiutava, Cucche vendeva i biglietti all’ingresso. Tutto funzionava con passione e semplicità.
Già all’ingresso del cinema, e poi anche all’interno, le pareti erano ricoperte di manifesti. Manifesti grandi, colorati, che annunciavano la programmazione del mese. Bastava guardarli per sapere cosa sarebbe arrivato sullo schermo nelle settimane successive. Quei cartelloni invitavano, incuriosivano, facevano sognare.
Ma la domenica mattina, dall’altare che sovrastava la Piazza, arrivava puntuale la voce di don Sergio. Non parlava solo di fede. Parlava di costume, di morale, di pericoli. E il cinema, per lui, era uno dei peggiori.
Lo definiva senza mezzi termini un mezzo di perversione. Diceva che certi film rovinavano le famiglie, confondevano i giovani, allontanavano da Dio.
Bastava poco per scatenare la sua indignazione. Quando in paese arrivavano titoli come “A qualcuno piace caldo, La dolce vita, Cleopatra, Divorzio all’italiana, Boccaccio ’70 o La ragazza con la valigia” le prediche diventavano ancora più dure.
Per lui quei manifesti, visti anche solo passando per la piazza, erano già una provocazione.
E forse don Sergio sapeva anche un’altra cosa. Sapeva che, nel buio della sala, durante la proiezione, tra i giovani poteva scappare qualche bacetto. Un gesto innocente, una mano che cercava un’altra mano, fidanzatini e ragazzine che approfittavano della penombra. In quei tempi tutto era poco permesso, e anche un bacio poteva sembrare troppo.
Così il cinema diventava pericoloso due volte: per quello che mostrava sullo schermo e per quello che faceva nascere tra le sedie, lontano dagli sguardi.
I nostri genitori ci pensavano davvero. Le parole del Parroco pesavano. Non ci vietavano sempre di andare al cinema, ma ci mettevano in guardia, ci facevano riflettere. Andare a vedere un film sembrava quasi una cosa da giustificare.
Eppure la gente continuava ad andarci. Il cinema era un orgoglio per Corsagna. Era il segno che il paese non era chiuso, che guardava avanti. Ogni proiezione era una piccola sfida silenziosa all’altare che dominava la piazza.
E poi, una volta usciti dal cinema, la serata non finiva lì. Salire al piano di sopra, al Dopolavoro, era quasi d’obbligo. A gestirlo c’era il Signor Benassi. Un toast o un panino, una birra o un gelato e intanto il jukebox faceva il resto.
Partivano le canzoni degli anni Sessanta e Settanta, le voci dei cantanti di allora. Si ascoltava, si canticchiava, si commentava il film appena visto.
Così passava la serata, o la domenica. Tra un manifesto, una predica, una birra e una canzone.
Sono ricordi indelebili. Oggi, che tutto passa da uno schermo di telefonino, viene quasi da sorridere. Ma allora andare al cinema non era solo svago: era una scelta. Piccola, semplice, ma sentita.
E soprattutto non c’era bisogno di scendere fino a Fornoli, o andare a Valdottavo o a Borgo a Mozzano. Corsagna aveva il suo cinema, il suo cineforum, il suo dopolavoro e il suo jukebox.
Un piccolo paese vissuto tra l’altare e lo schermo, sotto lo sguardo della Chiesa e dentro il buio di una sala piena di sogni.
borgo a mozzano
Corsagna, anni ’60-’70: un film, una predica e qualche bacetto
zona
Mediavalle


