Dire Garfagnana significa dire farro, e dire farro significa Garfagnana. Trent’anni di tutela, identità e riscatto economico legano indissolubilmente il celebre cereale alla sua valle.
Un traguardo storico che oggi vede protagonista a Firenze Lorenzo Satti, fondatore e presidente della Garfagnana Coop Alta Valle del Serchio, nata nel 1996 a Sillicagnana. Il produttore garfagnino partecipa alle celebrazioni regionali per i trent’anni della denominazione IGP — un riconoscimento ufficiale conferito dalle massime autorità toscane, tra cui il presidente della Regione Eugenio Giani e l’assessore all’Agricoltura Leonardo Marras — intervenendo anche a nome del vertice del Consorzio di Tutela, Riccardo Fabbri.
Riavvolgendo il nastro fino agli anni novanta, la tipica coltura locale rischia quasi l’estinzione, con appena 3-5 quintali prodotti all’anno per le sole feste paesane. “La scintilla è scoccata – osserva Lorenzo Satti – vedendo tutti quei campi abbandonati“. Il numero uno della cooperativa specifica inoltre che, insieme a Giovanni Pechelli di Piazza al Serchio, l’animatore della prima ora, decisero di puntare su questo cereale antico. Così, nel 1996 viene costituita la struttura societaria e arriva il marchio europeo, seguito nel 2010 dalla nascita dell’ente di tutela per proteggere il prodotto dalle contraffazioni e promuoverlo.
Coltivare questo grano intorno ai 1.000 metri di quota rappresenta da sempre un atto di presidio ambientale. Pianta rustica e biologica per natura, non richiede trattamenti chimici: “Se si abbandona la montagna, quindi viene abbandonata l’agricoltura – spiega l’agricoltore –, poi la montagna con i cambiamenti climatici scende a valle e arrivano le frane, perché non c’è più manutenzione“. Mantenere vivi i terreni agricoli, significa quindi prevenire anche il dissesto idrogeologico che minaccia i pendii della valle.
Le sfide per il futuro, tuttavia, non mancano. Dalle migliaia di quintali degli anni 2000, si passa agli 800 attuali, coltivati su circa 100 ettari da una trentina di agricoltori custodi. A pesare sono i danni da cinghiali e l’invecchiare dei coltivatori storici: “Noi abbiamo ancora dei produttori iscritti al consorzio che hanno circa 80 anni. – evidenzia con viva preoccupazione Lorenzo Satti – Se smettono quelli, la produzione cala ulteriormente“. Un rischio concreto per una filiera coordinata che rappresenta un vanto economico e turistico per il territorio.
L’impegno per far conoscere questo gioiello agroalimentare si spinge da sempre ben oltre i confini locali, come dimostrano le storiche e trionfali partecipazioni in trasferta: “Noi siamo andati anche al Salone del Gusto di Torino — ricorda il presidente della Garfagnana coop —, dove il nostro stand è stato preso d’assalto da tantissime persone che venivano ad assaggiare la zuppa di farro“. Una vetrina strategica e di altissimo livello per conquistare la critica e gli appassionati di tutta Italia.
Perché difendere questo chicco antico non è solo una questione di economia o di gusto, ma un gesto d’amore verso una montagna fragile che chiede di rimanere viva, coltivata e protetta, attraverso le mani sapienti di chi la abita ogni giorno.
