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Redazione
ANNO XIVvenerdì 14 Agosto 2026
racconto

Il mio “Serchio delle Muse”: tre giorni straordinari di poesia, musica e bellezza

Ci sono giornate di lavoro che finiscono quando si chiude il computer. E poi ce ne sono altre che, anche una volta tornati a casa, continuano a risuonare dentro.

Quando ho saputo che avrei seguito tre appuntamenti consecutivi de Il Serchio delle Muse – il 10 agosto a Casa Pascoli, l’11 al Lago Santo e il 12 al Rifugio Rossi – ho pensato subito che sarebbero stati, almeno per me, tre dei concerti più belli dell’intera rassegna. Non per togliere qualcosa agli altri appuntamenti, ma perché ciascuno di questi luoghi aveva già in partenza qualcosa di speciale da offrirmi.

Il primo era a casa. A Castelvecchio Pascoli, nel giardino di quella dimora che fu il teatro della vita quotidiana di un poeta che amo molto: Giovanni Pascoli.

Vedere Casa Pascoli così viva, piena di persone, illuminata e attraversata dalla musica è stato emozionante. In quel luogo le parole acquistano inevitabilmente un peso diverso. Ascoltare Alessio Boni dare voce a X Agosto, L’Aquilone, Il Viatico, L’ora di Barga e alle altre pagine scelte per la serata, intervallate dalle interpretazioni di cantanti e musicisti di livello internazionale, ha fatto sì che quei versi risuonassero ancora più forte.

Forse perché erano pronunciati proprio lì, a pochi passi dalle stanze, dal giardino, dagli oggetti appartenuti a Pascoli. Forse perché il tema di quest’anno, dedicato a San Francesco, parlava di libertà, fratellanza, mitezza e ricerca interiore. O forse semplicemente perché certe parole, quando trovano il luogo giusto e il momento giusto, riescono davvero a toccare corde che non ci aspettiamo.

Il giorno successivo il viaggio è continuato dall’altra parte dell’Appennino.

Avrei voluto raggiungere il Lago Santo a piedi. Non conoscendo abbastanza bene il percorso, però, ho preferito non improvvisare e arrivare in macchina. Una scelta forse meno romantica, ma che mi ha permesso comunque di scoprire un luogo che non avevo mai vissuto in quel modo.

Il Lago Santo ha qualcosa di etereo. È davvero, come lo ha definito durante i saluti il vicesindaco di Barga Lorenzo Tonini, una sorta di “paradiso terrestre”. E lì, tra le note del concerto e il narrato affidato a Laura Martinelli, ho scoperto quanto anche un confine possa raccontare una storia di unione.

Per secoli quella terra è stata contesa, attraversata, ridisegnata. Il Lago Santo è stato legato a Barga e alla Toscana prima di passare al Ducato di Modena. Eppure oggi proprio quel crinale, che sulla carta separa due regioni, sembra raccontare esattamente il contrario. Un crinale che unisce. È stata questa l’espressione ripetuta più volte durante la giornata e credo che sia quella che meglio la descrive.

Barga e Pievepelago distano circa un’ora e venti minuti di macchina. Sembrano lontane e, allo stesso tempo, sono vicinissime. Non soltanto geograficamente, sui due versanti della stessa montagna, ma negli animi. È stato bello ascoltare le parole di affetto e di stima reciproca tra le due amministrazioni e percepire una volontà autentica di mantenere vivo questo legame attraverso la cultura. E poi la musica, ancora una volta. Verdi, Puccini, Bizet, Mascagni, Leoncavallo: arie che, con il lago e le montagne alle spalle, sembravano trovare uno spazio ancora più grande nel quale espandersi.

Ma l’avventura vera, almeno per me, doveva ancora arrivare. Il terzo giorno: Rifugio Rossi.

Già assistere all’impresa di portare un pianoforte a coda fino lassù con un elicottero sarebbe bastato a rendere la giornata memorabile. Vederlo sollevarsi, volare sopra le Apuane, piccolo e allo stesso tempo imponente sospeso nel cielo, è stato uno spettacolo che difficilmente potrò dimenticare.

Poi è arrivato il momento di partire.

Avevo deciso che sarei salita da sola fino al rifugio. Una camminata in solitaria, il concerto in cima e poi il ritorno: nella mia testa il programma era perfetto. La montagna, però, ha deciso di aggiungere qualcosa.

Avevo superato ormai metà del percorso e mancavano circa cento metri alla fine della faggeta quando ha iniziato a grandinare. Forte. Subito dopo è arrivato un vero e proprio diluvio.

All’inizio mi sono fermata ad aspettare. Ero convinta che sarebbe passato in pochi minuti. Invece continuava. A quel punto ho guardato il sentiero e ho pensato che ormai ero quasi arrivata. Tornare indietro significava comunque percorrere chilometri sotto la pioggia. Così ho deciso di continuare a salire.

E proprio quando sono uscita dalla faggeta è successa una di quelle cose che, quando le racconti, sembrano costruite apposta per rendere più bella una storia: ha smesso di piovere.

Sono arrivata al Rifugio Rossi zuppa, un po’ sporca e probabilmente non proprio nel mio aspetto migliore. Ma ero arrivata. Il pianoforte era già lì.

Poco dopo mi sono seduta, ho tirato fuori telefono, macchina fotografica e ho ricominciato a fare quello per cui ero salita: lavorare. E a quel punto la fatica si è trasformata in privilegio.

Astor Piazzolla suonato nel cuore delle Apuane, il racconto delle sue origini italiane e del tango nuevo, poi Fosco Maraini, le sue prime escursioni su quelle montagne, il Linchetto, le pagine dedicate alle Apuane e perfino la stravaganza meravigliosa de Il Lonfo. Tutto con le pareti rocciose come scenografia naturale.

Tre giorni di fuoco, dunque. Tre giorni all’avventura e molto emozionanti.

Sono passata dal giardino di Giovanni Pascoli al confine storico del Lago Santo e infine a un rifugio nel cuore delle Apuane. Ho ascoltato poesia, lirica, tango, racconti, leggende e storie di uomini che quelle montagne le hanno attraversate e amate.

Per tre giorni sono stata, forse, un po’ ingorda. Ingorda di cultura, di bellezza e di emozioni.

E mentre prendevo appunti, scattavo fotografie, registravo parole e cercavo di trasformare tutto quello che vedevo in articoli, mi sono resa conto di una cosa che nella quotidianità del lavoro è facile dimenticare: quanto sono fortunata.

Mi è permesso di fare un mestiere che, qualche volta, significa anche questo: trovarsi sotto le stelle nel giardino di Pascoli, ascoltare musica davanti a un lago incastonato tra le montagne o arrivare fradici a un rifugio per poi assistere a un pianoforte che suona a oltre 1.600 metri.

E quando pensavo che questi tre giorni mi avessero già regalato abbastanza, il caso ha voluto aggiungere un’ultima sorpresa. Tornata al Piglionico, dopo la discesa dal Rifugio Rossi, ho alzato gli occhi al cielo e ho incontrato anche l’eclissi. Forse era il modo più bello per concludere tre giornate vissute con gli occhi e le orecchie spalancati.

E tornare a casa stanchi, sì. Ma con qualcosa in più dentro: quella meraviglia del fanciullino pascoliano, capace ancora di stupirsi davanti alla bellezza, e la voglia di continuare a scoprire, conoscere e lasciarsi sorprendere ancora.

Foto di Cristoforo Feliciano Ravera

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