“Sparate sui musei, fucilate il vecchiume”, così osava invitare, nei suoi versi futuristi, il grande poeta russo Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
Questi incitamenti nascevano dalla convinzione che i musei di allora e, soprattutto quelli etnografici, erano rappresentativi di una cultura tutta centrata sul passato, negata al futuro, riservata a pochi, ostile al linguaggio comune e al dinamismo della vita. Musei nutriti dalla sola funzione conservativa che solo raramente di ventava conoscitiva. Ora invece la funzione conservativa è data per scontata e non appartiene più all’immagine del museo, divenuto luogo di comunicazione e conoscenza.
Chi pertanto visita questo museo a chiaro indirizzo socio-antropologico, non deve solo fermarsi ad ammirare la bellezza estetica della figurina, ma anche ricordare la sua storia e soprattutto quella del suo autore; di quell’umile ed intraprendente girovago che da un continente all’altro, creando e vendendo figurine di gesso e riportando in patria il frutto del suo duro lavoro e della sua multiforme esperienza, non solo ha inciso sul tessuto economico-sociale, ma ha anche creato localmente i presupposti per una civiltà più composita e universale.
Per questo è importante conoscere la storia della figurina di gesso che ha determinato, per ben quattro secoli, la situazione economica, sociale, culturale e, talvolta, perfino politica delle comunità della Media Valle del Serchio e della Val di Lima e soprattutto dei comuni di Coreglia Antelminelli e di Bagni di Lucca. Dobbiamo pertanto chiederci, per prima cosa, quando e dove è nata la figurina di gesso. Tra le varie ipotesi esistenti, la più credibile ci sembra quella espressa dallo studioso lucchese Eugenio Lazzareschi che, dopo varie ricerche e dopo aver letto “I domenicani in Lucca” di Padre Innocenzo Taurisano, giunse alla conclusione che la figurina non era nata, come allora si credeva, nei laboratori cinquecenteschi del Civitali, ma che aveva origini ben più remote, facendola risalire al 1300 all’interno dei conventi domenicani lucchesi dove le suore lavoravano gli stucchi. Poi, sempre secondo il Lazzareschi, ci fu l’improvvisa decadenza dello stucco ed il suo immediato passaggio al gesso per ovvie ragioni; lo stucco è costoso, il gesso è invece reperibile ovunque, oltre ad essere il materiale che riproduce più fedelmente l’originale e quindi il più adatto alla formatura. Da qui il suo antichissimo uso*.
Quando avvenne questo passaggio? i primi ad utilizzare la manifattura del gesso furono, sempre secondo il Lazzareschi, gli abitanti di Tereglio e della val di Lima che capirono subito di aver trovato, con questa nuova attività, la soluzione che li avrebbe definitivamente liberati dallo spettro della miseria e della fame. Ad essa si dedicarono sempre più numerosi da anticipare di un secolo l’emigrazione di massa, come risulta da una comunicazione di Coreglia alla repubblica di Lucca del 1777 in cui si richiede “di rendere valide anche quelle determinazioni prese con un consenso numerico inferiore alla norma perché, a causa dell’emigrazione dei figurinai, si era notevolmente ridotto il numero degli uomini abili al governo, essendo tutti all’estero a fabbricare e vendere statuette di gesso”.
All’inizio di questa attività i figurinai si dirigevano nelle più importanti città italiane dove cercavano uno scantinato da adibire a laboratorio: lì mangiavano, dormivano, fabbricavano statuette che andavano a vendere per le vie e per le piazze. Quando, in quel luogo, si esauriva il potere d’acquisto, cambiavano città e ricominciavano tutto daccapo. Così, di città in città, di stato in stato, hanno percorso tutta l’europa a piedi. L’emigrazione del figurinaio ha tutto dell’incredibile e del fiabesco se non fosse supportata da una ricca documentazione archivistica.
Tra la fine del 1700 e l’inizio del secolo successivo i figurinai, in cerca di nuovi mercati da esplorare, si diressero in America. Per oltrepassare l’oceano occorreva però reperire i soldi per il viaggio. Fu allora che crearono delle piccole società chiamate “compagnie”, costituite da un numero di individui che generalmente variava da quattro a otto. ognuna aveva una propria organizzazione interna che attribuiva ed, al tempo stesso, differenziava specificità di compiti e funzioni. La direzione e la guida di queste piccole società erano riservate al cosiddetto “capocompagnia”, che era colui che l’aveva costituita, unendosi ad apprendisti e garzoni. Per il termine “campagna” si intendeva il periodo di permanenza all’estero. Una delle caratteristiche dei figurinai fu la loro innata capacità di penetrazione all’interno di tutti gli strati sociali: dai postriboli alle regge degli imperatori, ovunque lasciarono tracce indelebili della loro arte. Dico arte e non artigianato perché i figurinai seppero elaborare e perfezionare a tal punto la manifattura del gesso da trasformarla in una forma di arte minore. Sbaglia pertanto chi paragona i figurinai ai novelli marocchini. Vi è una fondamentale differenza tra i due: il marocchino acquista e vende il prodotto realizzato da altri, il figurinaio è il creatore ed il fruitore economico della propria arte.
Tra coloro che si dedicarono a questa attività, ci furono alcuni che si distinsero per capacità artistiche ed imprenditoriali come Pier Angelo Sarti di Vetriano, che rinunciò all’invito del Canova di recarsi con lui a roma preferendo andarsene in inghilterra come umile figurinaio e dove finì per diventare il primo formatore del Museo di Londra. Come Vincenzo Barsotti di Tereglio, insignito da Papa Pio vi del prestigioso titolo di Formatore di sua Maestà Cristianissima, divenuto poi strumento indispensabile ed efficace della riforma dell’arte prettamente italiana, iniziata da Winkelmann e da Mengs, perfezionata poi dal Canova.
Il Barsotti fu anche ritenuto tra i più abili e rinomati formatori del suo tempo in Italia. Come Zeffiro Poli di Bolognana, che a sedici anni emigrò in Francia, ma insoddisfatto degli scarsi risultati ottenuti e dei magri guadagni, abbandonò presto il paese della senna e si recò in America, avendo venduto nel frattempo le cialde per rimediare i soldi del viaggio. Dopo aver sopportato enormi sacrifici, iniziò la sua fortuna con la creazione di busti di personaggi celebri ancora viventi, non più venduti “porta a porta”, ma esposti in vetrina. Il guadagno ottenuto da questa nuova produzione pensò di investirlo in teatri fino a possederne in grande quantità. Nel 1928 vendette il suo patrimonio ad una colossale impresa americana, la “Fox”, per l’enorme somma di settantacinque milioni di dollari. Era diventato talmente noto e potente che la sua fama giunse fino alla Casa Bianca. Si racconta che il presidente degli stati uniti e il governatore del Connecticut fossero disposti a riceverlo in qualsiasi momento.
Di molti altri ho ricostruito la biografia, durante i miei anni di permanenza al Museo, che non posso qui rappresentare per ovvie ragioni di tempo.
Termino ricordando che a Coreglia esiste un locale dove sono conservati ed esposti i più preziosi cimeli della manifattura del gesso, come i gattini settecenteschi, colorati con il fumo di candela, o l’originale maschera del conte Camillo Benso di Cavour, realizzata, in letto di morte, dal formatore coreglino Saverio Pellegrini e molti altri interessanti capolavori che non sto qui ad elencare.
Questo locale rappresenta la matrice storica e culturale, le radici più profonde di una intera comunità. Questo locale si chiama: Museo della Figurina di Gesso e dell’Emigrazione e oggi compie il suo cinquantesimo anno di età.
*Plinio il Vecchio ci dice che il primo ad usare il gesso fu Lisistrato Sicionio, fratello di Lisippo, nel IV secolo a.c.
Foto di Giovanni Nardini
coreglia: 50 anni del nostro museo
La figurina di gesso e l’emigrazione del figurinaio
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Mediavalle