Dall’accento fiorentino forzato dai pugliesi, a quello romano ibridato dai piemontesi. C’è un perverso gusto nel cimentarsi in dialetti che non sono i propri.
Oreste, Tiberio e Rachele. Un lavoratore, un lavativo e una zitella. Un fornaio che tira a campare, tramando romantiche fughe ed ordendo complotti carbonari; un creativo, un sognatore, un artista che vive di espedienti e di mezzucci per non cedere al richiamo del dovere; infine una donna sfiorita, col passare degli anni, consolata nella solitudine dalla grigia compagnia del denaro.
Oreste e Tiberio, due miseri borgatari. Rachele una borghese, romana anch’essa, ma ebrea. Ed essere ebrei, nel 1943, a Roma, era come avere una lettera scarlatta incisa a fuoco sulla carne. Una piccola storia d’amore (?), in una grande Storia d’odio.
“Ladro di razza” di Giovanni Clementi, lo spettacolo messo in scena ieri sera dalla compagnia “C’era l’Acca” al Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano, aveva tutte le carte in regola per essere la ciliegina sulla torta di questa prima parte del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano organizzato dalla F.I.T.A.
Qualcosa, però, non ha funzionato. In primis, l’utilizzo della voce da parte degli interpreti. Davvero si è fatto fatica a sentire le parole degli attori sul palco. Questo, inevitabilmente, ha condizionato il trasporto del pubblico per l’azione. Oreste Crescenzi (un modesto Marco Bolazzi) è un personaggio minore sulla scena. È come uno sparring-partner. Non ha un vero spessore. È solo funzionale all’intrigo di Tiberio Ceccotti (un bravo Filippo Spatola) con Rachele Bises (una rigida e squadrata Dilva Rossi).
Graziosa la scenografia. Il set è stato allestito senza soluzione di continuità, pur demarcando due ambienti interni (la bettola, lo sgabuzzino di Oreste da una parte; l’appartamento glabro e altolocato di Rachele, dall’altra) grazie anche ad un abile gioco di luci. Risparmiando un po’, si è ottenuto comunque un risultato dignitoso.
Le musiche, pressoché, assenti. Poco sonoro. Pochissimo. I soli suoni che si sono uditi sono stati quelli dei passi delle milizie nazi-fasciste nelle ore di coprifuoco, il brusio diurno della folla e solo un piccolo accenno di radio (Radio Londra). L’idea poteva anche essere buona, ma la resa poteva – anzi, doveva – essere migliore. Se lo scopo era quello di far sentire, metaforicamente, i passi della Storia (con la “S” maiuscola) che, fatalmente e prepotentemente, si avvicinavano alla micro-storia di queste persone, ebbene, è mancato forse un po’ più di pathos. I suoni dovevano trasmettere più angoscia. Più timore. Più suspence.
Il finale è stato troppo sbrigativo. E qui i problemi sono due: o l’errore è nella sceneggiatura, quindi nel testo, oppure nella regia (firmata, in questo caso, da Francesco Varano). Tiberio, molto cinicamente, cerca di entrare nelle grazie di Rachele con l’unico scopo di rubarle l’argenteria. Rachele – che, fino a quel momento, non aveva mai ceduto alle lusinghe di un uomo – si lascia abbindolare dalle sue (finte) galanterie. Alla fine, però, viene stordita con del sonnifero e Tiberio porta a compimento il suo piano.
Qui, però, accade quello che, se sviluppato un po’ di più, poteva essere davvero un coup de théâtre, e non un inspiegabile scena che ha lasciato nel dubbio gli spettatori sul gesto (e sui sentimenti) del protagonista. Oreste entra nella casa di Rachele (che dorme beatamente sul divano), annuncia a Tiberio (colto con le mani nel sacco) che sono in corso i rastrellamenti per le deportazioni nei campi di concentramento tedeschi e i due se la danno a gambe lasciando la povera ebrea al suo triste destino.
Poi Tiberio torna, si siede accanto a Rachele addormentata e una mano armata, dalla porta, punta la pistola verso di loro. Luci rosse sparate. Nessun colpo. Quasi una scena da fumetto. Alla Quentin Tarantino (sempre che, quest’ultimo, non si offenda per il paragone). Stop. Cala il sipario.
Rimane un quesito: Tiberio è tornato per amore o per senso di umana colpa?
L’opera vorrebbe strizzare l’occhio al neorealismo italiano, ma manca di un fattore essenziale: la credibilità del dramma.
Foto di Michele Quilici
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