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Redazione
ANNO XIVlunedì 7 Settembre 2026
garfagnana

Piglionico, 82 anni dopo: la memoria dei ragazzi del Gruppo Valanga parla ancora al presente

Ottantadue anni dopo, la memoria torna sulla montagna. Ieri Gallicano e Molazzana hanno ricordato lo scontro del 29 agosto 1944 al Monte Rovaio e i giovani del Gruppo Valanga. Una commemorazione che ha visto una vasta partecipazione istituzionale, con numerosi comuni della Garfagnana e presenze anche dai territori di Modena e Reggio Emilia, accanto alle associazioni e ai tanti cittadini saliti per rendere omaggio ai caduti.

Iniziata al cimitero di Gallicano, con la deposizione della corona sulla tomba del comandante Leandro Puccetti e il saluto del sindaco David Saisi, la cerimonia è proseguita al Piglionico con l’alzabandiera, l’omaggio ai caduti, la Messa celebrata da Fra’ Benedetto Mathieu e gli interventi del sindaco di Molazzana Andrea Talani, del presidente dell’ISREC Lucca Mario Regoli e del sottosegretario alla Presidenza della Regione Toscana Bernard Dika.

A scandire i momenti della cerimonia è stato Massimo Turri, presidente dell’Associazione Autieri d’Italia, sezione Garfagnana, nel ruolo di cerimoniere. Ma quest’anno, accanto al rito della memoria, sono tornate soprattutto le vite di quei ragazzi. Una, in particolare, è quella di Gabriele Puccetti.

A Gallicano, il sindaco David Saisi ne ha ricordato la storia partendo da molto prima della Resistenza. Gabriele aveva appena otto anni quando perse il padre, tenente e combattente della Prima guerra mondiale. Lasciò Gallicano e fu mandato in collegio a Teramo. È da allora che cominciò a scrivere alla madre.

Quelle lettere accompagnano la sua crescita. Raccontano un bambino lontano da casa, poi un adolescente e un giovane che studia e attraversa diverse città italiane. Una corrispondenza conservata nel tempo e destinata, si spera, a diventare un libro da stampare e far leggere soprattutto ai ragazzi di oggi.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più particolare della storia di Gabriele: poterlo conoscere prima del partigiano e prima del caduto. Conoscerlo quando aveva l’età dei ragazzi che un giorno potrebbero leggere quelle lettere. Nel 1942, a vent’anni, viene chiamato alle armi. Dopo un periodo di addestramento alla Spezia nella Marina viene assegnato come furiere al comando della Marina militare di Roma. Dopo l’8 settembre viene catturato dai tedeschi e trascorre alcuni mesi in uno Stalag.

Nel gennaio del 1944 riesce a fuggire e raggiunge Montecatini Terme, dove nel frattempo viveva la madre. Come altri militari che avevano rifiutato di entrare nella Repubblica Sociale, diventa clandestino e si avvicina alla Resistenza. Nell’agosto di quell’anno gli viene affidato il compito di raggiungere il Gruppo Valanga per contribuire al coordinamento tra le formazioni partigiane. Gabriele arriva sulle montagne della Garfagnana e decide di rimanere con quei ragazzi.

Il 29 agosto 1944 è sul Monte Rovaio. Ha 22 anni. Muore in una postazione insieme a un altro giovanissimo partigiano, ma il suo corpo non viene ritrovato subito. Per mesi la sua sorte rimane incerta e si pensa perfino che possa essere sopravvissuto, gravemente ferito. Solo nella primavera del 1945, quando la neve si ritira dalla montagna, il suo corpo viene recuperato in un canalone insieme a quello del compagno caduto con lui. La neve li aveva conservati per tutto l’inverno. I funerali di Gabriele si svolgeranno, per volontà della madre, a Montecatini Terme il 29 agosto 1946. Oggi riposa a Gallicano, accanto al padre, in un piccolo monumento. È una vicenda personale dentro la grande storia, ma proprio per questo capace di raccontarla forse meglio di molte date.

Quei ragazzi avevano vent’anni

L’intervento storico di Mario Regoli ha riportato l’attenzione sulle scelte compiute da una generazione cresciuta dopo vent’anni di dittatura: giovani che avevano conosciuto praticamente una sola rappresentazione della realtà e che, nonostante questo, arrivarono a comprendere il valore della libertà, della partecipazione e della responsabilità. Tra loro c’era il comandante Leandro Puccetti, studente di Medicina di appena 21 anni, gravemente ferito nello scontro del 29 agosto e morto pochi giorni dopo.

Ma la Resistenza non fu soltanto quella di chi impugnò un’arma, fu anche una Resistenza di porte aperte, di pane diviso, di ragazzi nascosti e feriti aiutati, come mamma Viola **Violante Bertoni Mori, **aveva otto figli, ma nella sua casa accolse anche i giovani del Gruppo Valanga, dando loro rifugio, cibo e assistenza e mettendo a rischio se stessa e ciò che possedeva.

Talani: “La memoria come punto di unione

Nel suo intervento il sindaco di Molazzana Andrea Talani ha richiamato il dovere di continuare a ricordare il sacrificio dei ragazzi del Gruppo Valanga, definendolo uno dei pilastri della libertà e della democrazia. Ha sottolineato come, dopo più di ottant’anni, la Resistenza venga ancora considerata da qualcuno un tema divisivo e come questo rappresenti un errore. Essere antifascisti oggi, ha ricordato, non significa vivere nel passato, ma avere gli occhi aperti sul presente, perché l’antifascismo «non deve avere colore politico, ma deve essere un punto di unione». Un richiamo che Talani ha legato anche all’oggi, alle guerre, ai diritti negati e alle sofferenze che continuano a ricadere soprattutto sui più deboli e sugli indifesi.

Dika: “Che cosa faremo del domani che loro ci hanno consegnato?”

A chiudere gli interventi è stato Bernard Dika, sottosegretario alla Presidenza della Regione Toscana. La Regione Toscana era presente al Piglionico con il proprio gonfalone, insieme ai consiglieri regionali Mario Puppa e Vittorio Salotti. Dika ha ricordato una precedente salita sulla montagna insieme all’allora ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e ha richiamato ancora una volta la necessità di conoscere davvero la storia del Novecento e della Resistenza. Perché, ha sottolineato, conoscere gli articoli della Costituzione non basta se non si conosce anche il sacrificio compiuto per conquistarli.

Poi il discorso è tornato all’età di quei ragazzi. A ventuno anni si dovrebbe pensare all’amore, agli amici, ai sogni, alla vita davanti. Loro, invece, non ebbero dubbi da che parte stare. Ed è proprio da qui che Dika ha portato la commemorazione fuori dal solo ricordo del 1944 e dentro il presente; “E allora sento che un semplice grazie non basta, perché il modo più facile per tradire questi ragazzi sarebbe trasformarli in eroi lontani, metterli su un piedistallo, commemorarli e poi tornare a casa pensando che la loro storia non abbia più niente da chiedere alla nostra”.

Da qui gli interrogativi rivolti a chi era salito al Piglionico: “Leandro ha ancora qualcosa da chiederci. Mario ha ancora qualcosa da chiederci. Mamma Viola ha ancora qualcosa da chiederci. Questa montagna ha ancora qualcosa da chiederci”, E la domanda diventa inevitabilmente una domanda sul presente: “Voi, oggi, da che parte state? Quando vedete qualcuno più debole, da che parte state? Quando qualcuno viene discriminato, da che parte state? Quando la violenza torna a essere considerata normale, da che parte state? Quando la democrazia ha bisogno di essere difesa, da che parte state? Quando sarebbe più comodo voltarsi dall’altra parte, da che parte state?”.

Ottantadue anni fa, ha ricordato Dika, quei giovani risposero non con un discorso, ma con la propria vita. Alla generazione di oggi, fortunatamente, non viene chiesto lo stesso sacrificio: “Ci viene chiesto molto meno. Ci viene chiesto di ricordare, di partecipare, di non essere indifferenti, di custodire la democrazia, di riconoscere nell’altro un essere umano prima di un’appartenenza”.

E poi il pensiero torna ai ragazzi ricordati come dispersi, a quei nomi che non possono essere ridotti a un’incisione su una pietra. “Non sono nomi su una pietra, sono ragazzi che avevano un domani e quel domani non lo hanno avuto. Lo abbiamo avuto noi”. Da qui l’ultima domanda: “Che cosa faremo del domani che loro ci hanno consegnato?”.

Una domanda alla quale Dika ha legato anche il futuro della memoria. Finché qualcuno salirà su quella montagna, finché qualcuno pronuncerà quei nomi, finché un ragazzo domanderà chi fosse Leandro Puccetti, finché una madre racconterà chi fosse Mamma Viola, finché ci sarà qualcuno disposto a scegliere la libertà quando sarebbe più facile l’indifferenza, il Gruppo Valanga non sarà sconfitto dal tempo.

Perché, ha concluso: “Il sentiero della libertà non finisce qui al Piglionico, non finisce davanti a questa cappella, non finisce su questa montagna. Comincia da qui e continua nelle nostre scelte ogni giorno”.

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