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Redazione
ANNO XIVgiovedì 15 Ottobre 2026
speciale serchio

Serchio, il fiume prima della diga: il Borgo che viveva sulle sue rive, tra ricordi e tragedie

C’è stato un tempo in cui Borgo a Mozzano e il Serchio vivevano quasi abbracciati. Il fiume non era soltanto un elemento del paesaggio, ma una presenza quotidiana, capace di offrire lavoro, sostentamento e momenti di svago. Le sue rive erano frequentate da bambini, pescatori e famiglie. Poi arrivarono la ferrovia, la diga e la circonvallazione, trasformando profondamente il rapporto tra il paese e il suo fiume.

A raccontarci quel mondo è Gabriele Brunini, appassionato conoscitore della storia borghigiana, che attraverso documenti, fotografie e testimonianze personali continua a custodire la memoria del territorio. Un racconto che comprende anche pagine dolorose, quelle dei giovani ai quali il Serchio ha tolto la vita.

Brunini, come descriverebbe il rapporto che un tempo legava Borgo a Mozzano al suo fiume?

“Il mio paese è nato e si è sviluppato lungo il Serchio. Per secoli il paese e il fiume sono stati una cosa sola. L’acqua serviva per innaffiare gli orti, si raccoglieva la legna trasportata dalle piene e si tagliavano le vetrici, che una volta seccate venivano utilizzate per intrecciare canestri. Si pescavano barbi, anguille, carpe e le piccole rovelline che si friggevano in padella. Dal greto si prendevano anche i sassi per costruire muri e case e la sabbia per impastare la calce. Era una vera simbiosi: il fiume dava da vivere e il paese rispettava il fiume”.

Le fotografie del suo archivio ci permettono di conoscere il Borgo di allora?

“Certamente. Una cartolina d’epoca mostra il paese affacciato sul Serchio, i campi coltivati e la barca che collegava le due rive. È importante precisare che quella cartolina fu ripresa dalla foce del Rio di Oneta. Altre fotografie documentano le barche dei borghigiani nella zona della Colonia, davanti alla Socciglia. Sono immagini del mio archivio fotografico che permettono di ricostruire con precisione luoghi e abitudini ormai scomparsi”.

Prima della costruzione del ponte Umberto, come si attraversava il Serchio?

“Il cosiddetto «Ponte Pari» fu costruito soltanto nel 1900. Prima esisteva il Ponte del Diavolo, ma per attraversare il fiume all’altezza di Anchiano c’era una barca che svolgeva un regolare servizio per le persone e per le merci. Era un mezzo di collegamento importante per la vita del paese”.

Lei ha conosciuto personalmente quel rapporto con il fiume. Quali ricordi conserva della sua giovinezza?

“Ricordo le estati quando uscivamo di casa al mattino, tornavamo a mezzogiorno per «desinare» e poi ripartivamo di corsa, dopo aver mangiato, per rientrare soltanto la sera. Si andava alla bottega a comprare il panino per merenda. Eravamo liberi, i nostri genitori si fidavano e il mondo non era pieno di paure come oggi. Il fiume era un bellissimo sfogo per la nostra giovinezza, un luogo dove stare insieme e sentirsi liberi”.

Il Serchio era anche un luogo di pesca. Lei stesso era un appassionato pescatore?

“Avevo il permesso di pesca, come tanti miei coetanei. Pescavo con la canna «fiorentina» insieme agli amici Antonio, detto Gioiello, Umberto, Fabio, Marcello e altri. Quando c’era la fiumara si pescava con la rete, chiamata anche bilancia, dai parapetti del ponte pari. I pescatori più esperti utilizzavano grandi bilance lungo il fiume e noi li guardavamo dal ponte con una certa invidia. Se si prendevano molte rovelline, si cercava di venderle al Pescatore, che aveva sempre pronta la frittura per i clienti. Anche «La Mora» di Sesto di Moriano era famosa per quei pesciolini che si mangiavano interi”.

Ha ricordato anche la raccolta delle vetrici. Era un’attività importante per i ragazzi?

“Durante l’estate trascorrevamo diverse ore lungo il fiume a tagliare le vetrici. Le portavamo a casa, le sbucciavamo e le mettevamo al sole a seccare. Alla fiera dell’8 settembre i fascetti venivano venduti ai fabbricanti di ceste e canestri, veri maestri dell’intreccio. Era un modo per guadagnare qualche lira, comprare qualche piccolo sfizio e non pesare troppo sulle famiglie, che certamente non navigavano nell’oro”.

Nella zona della Colonia, davanti alla Socciglia, c’erano anche luoghi dove i ragazzi imparavano a nuotare?

“Sì, c’erano le cosiddette «grotte» e i grandi pozzi d’acqua dove molti ragazzi imparavano a nuotare. La Colonia era un luogo conosciuto e frequentato. Si arrivava anche attraverso il sottopasso ferroviario vicino alla stazione. Oggi quei luoghi sono profondamente cambiati e in parte scomparsi a seguito delle trasformazioni del territorio”.

Ma il Serchio non era soltanto un luogo di vita e divertimento. Nei suoi scritti ricorda anche alcune tragedie che hanno colpito profondamente Borgo a Mozzano

“È vero. Ogni tanto il fiume era traditore e richiedeva qualche vittima. Negli anni almeno tre ragazzi di Borgo a Mozzano sono scomparsi nelle sue acque. Voglio ricordarli per nome, perché non siano dimenticati. Il quindicenne Renzo Amaducci morì il 26 luglio 1948. Sergio Tomei, che aveva soltanto tredici anni, perse la vita il 21 agosto 1981. Anche Simone Citti aveva tredici anni quando venne portato via dalla corrente, il 24 settembre 1984. Erano tutti ragazzi di Borgo a Mozzano, giovani vite spezzate troppo presto. Ho voluto richiamare alla memoria i loro nomi, forse dimenticati o sconosciuti ai più, insieme alla loro voglia di vivere e alla giovinezza perduta. Il Serchio ci ha dato tanto, ma qualche volta ci ha tolto ciò che avevamo di più caro”.

Anche la costruzione della diga provocò una giovane vittima borghigiana

“Sì, e credo sia doveroso ricordarla. Leonardo Fazzi morì a ventun anni, nel giugno del 1950, durante un incidente sul lavoro legato alla costruzione della diga. Anche lui appartiene alla storia del nostro fiume e della nostra comunità. Alla costruzione della galleria lavorò anche mio padre, tornato dalla guerra e dalla ritirata di Russia. Quel cantiere offrì lavoro in anni difficili, ma comportò grandi sacrifici. Mio padre, come altri lavoratori, si ammalò di silicosi. Dietro le grandi opere ci sono sempre persone, famiglie, sofferenze e vicende che non dobbiamo dimenticare”.

La costruzione della diga cambiò profondamente il paesaggio. Che cosa accadde?

“Dopo la seconda guerra mondiale venne realizzato lo sbarramento del fiume all’altezza del ponte pari, per alimentare la centrale idroelettrica di Ponte a Moriano. L’intervento modificò il normale deflusso delle acque e l’aspetto del Serchio. La diga rappresentò una delle grandi trasformazioni del territorio, ma non fu l’unica”.

Quali altri interventi contribuirono ad allontanare il paese dal suo fiume?

“Alla fine dell’Ottocento arrivò la ferrovia, inaugurata al Borgo nel 1898. Fu un taglio netto, perché la strada ferrata divise il paese dal fiume. Successivamente arrivò la diga e, nei primi anni Sessanta, la grande strada di circonvallazione. Quest’ultima occupò e cancellò i campi che si trovavano tra le case e la spiaggia, eliminando anche le grotte, la Colonia e il «puntone». Il paese cambiò profondamente e quel rapporto diretto con il Serchio andò progressivamente perduto”.

Il Serchio era anche un fiume capace di grandi piene. Quale ricorda attraverso le testimonianze storiche?

“Una delle più importanti fu quella del 2 ottobre 1836, ricordata nelle ricostruzioni storiche come una delle maggiori di cui si avesse memoria. Provocò danni al Ponte del Diavolo e al ponte di Diecimo, mentre sulla Lima venne distrutto il ponte della Fegana. Vicino al Ponte del Diavolo una targa in marmo conserva il ricordo del livello raggiunto dall’acqua. Anche questi avvenimenti ci ricordano la forza del fiume e la necessità di rispettarlo”.

Oggi, guardando il Serchio, che cosa rimane di quel mondo che ha conosciuto da bambino?

“Quel mondo non esiste più. Il fiume è laggiù, lontano, oltre la ferrovia e la strada sempre affollata di traffico. Si intravede tra la folta vegetazione l’acqua che scorre, ma è distante e non si tocca più come un tempo. Nessuno corre più a piedi nudi sui sassi rotondi della spiaggia, ormai coperta dalle vetrici troppo cresciute, che nessuno taglia più. Non serve più raccogliere la legna del fiume, non si prendono più i sassi per costruire un muro e si pesca sempre meno. Il paese e il Serchio non sono più in simbiosi. Resta però la memoria di quel rapporto, che credo sia importante tramandare alle nuove generazioni”.

Nota sulle fotografie

Le fotografie che accompagnano questa intervista provengono dall’archivio fotografico di Gabriele Brunini. La cartolina d’epoca raffigurante Borgo a Mozzano è stata ripresa dalla foce del Rio di Oneta, mentre le fotografie delle barche dei borghigiani si riferiscono alla zona della Colonia, davanti alla Socciglia.

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