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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
lettera

“Servizi socio‑sanitari e vuoto normativo: il ruolo non definito del volontariato”

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Filippo Lifodi in merito al ruolo del volontariato nei servizi socio‑sanitari e il vuoto normativo in materia:

“Nel sistema socio‑sanitario italiano esiste un elemento strutturale raramente affrontato: l’assenza di una definizione normativa delle figure non sanitarie che operano nelle attività di soccorso. Questa lacuna, presente fin dagli anni Novanta, ha prodotto un modello eterogeneo, in cui ruoli e responsabilità non sono uniformi sul territorio nazionale.

Il D.P.R. 27 marzo 1992 ha definito l’organizzazione dei servizi di emergenza, individuando il personale sanitario e tecnico. Tuttavia, la norma non descrive profili laici specifici, non stabilisce competenze per il personale non sanitario e non disciplina la partecipazione volontaria. L’espressione “personale addetto al soccorso”, volutamente generica, ha lasciato un margine interpretativo molto ampio.

In assenza di una cornice nazionale, le Regioni – cui lo Stato ha attribuito la competenza sull’organizzazione dei servizi socio‑sanitari – hanno colmato il vuoto ricorrendo a forme di partecipazione volontaria radicate nei territori. Si tratta di pratiche storiche di aiuto alla popolazione, sviluppatesi nel tempo, ma che non corrispondono a figure tecniche o socio‑sanitarie definite dalla normativa.

In questo contesto, la partecipazione volontaria non costituisce una figura professionale né un profilo previsto dalla legge. È un’attività di supporto svolta da cittadini privati, formati per affiancare i servizi ma non per sostituire il personale tecnico o socio‑sanitario. La presenza di soggetti privi di titolo su veicoli di soccorso non trova fondamento in alcun decreto nazionale: può essere ammessa solo in funzioni ausiliarie, come la guida del mezzo o il supporto logistico, e non può comportare responsabilità operative proprie di figure qualificate.

Questa situazione evidenzia un punto essenziale: così come è strutturato oggi, il modello non può essere considerato un servizio professionale, poiché integra attività tecniche con la presenza di figure non definite dalla normativa e prive dei requisiti richiesti ai profili socio‑sanitari. La mancanza di una disciplina chiara impedisce di distinguere in modo netto tra supporto civico e competenze professionali.

La distinzione tra supporto volontario e ruoli professionali non rappresenta una valutazione di merito, ma un principio necessario per garantire coerenza organizzativa e sicurezza dei servizi. In un contesto tecnico come quello socio‑sanitario, la chiarezza dei ruoli è essenziale per tutelare sia gli operatori sia i cittadini.

A distanza di oltre trent’anni, la questione richiede una riflessione istituzionale. L’assenza di una definizione normativa delle figure non sanitarie ha generato un sistema non uniforme, in cui attività tecniche moderne convivono con forme di partecipazione nate in epoche e contesti completamente diversi. Un aggiornamento della normativa permetterebbe di superare questa ambiguità, definendo con precisione ruoli, limiti e responsabilità all’interno dei servizi socio‑sanitari contemporanei”.

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