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Redazione
ANNO XIVlunedì 12 Ottobre 2026
riflessione

Si stava meglio quando si stava peggio

“Si stava meglio quando si stava peggio” è un’espressione che può sembrare contraddittoria, ma che mi torna alla mente pensando al medico condotto di un tempo e confrontandolo con la medicina territoriale di oggi.

Ricordo con particolare affetto gli anni della mia infanzia. Quando un bambino prendeva l’influenza, aveva la febbre alta oppure uno dei nostri genitori si sentiva male, arrivava il medico condotto.

Lo vedevamo comparire con la tradizionale borsa, dentro la quale custodiva gli strumenti essenziali del mestiere e pochi medicinali. Non esistevano le possibilità diagnostiche e terapeutiche di oggi, ma quella borsa e quella figura rappresentavano già una sicurezza.

Il medico veniva direttamente nelle nostre case, di giorno, la sera e, quando era necessario, anche durante la notte. Percorreva strade e sentieri, sotto il sole, la pioggia o la neve, per raggiungere chi aveva bisogno di lui.

Quando entrava dalla porta sembrava arrivare anche un po’ di serenità. Visitava il malato, parlava con i familiari, spiegava cosa fare. Conosceva le persone, la loro storia, le condizioni di vita e spesso anche le difficoltà delle famiglie.

Era il medico di tutti. Curava bambini e anziani, seguiva le donne in gravidanza, interveniva per una caduta, una ferita, un dolore improvviso o una malattia. Nei limiti delle conoscenze e dei mezzi di allora, doveva saper affrontare un po’ di tutto: faceva il medico di famiglia, il pediatra, l’internista e, quando serviva, anche un po’ l’ortopedico e il ginecologo.

Non voglio certamente idealizzare quel periodo. Le medicine erano poche, gli strumenti limitati e molte malattie che oggi si curano con successo allora facevano davvero paura. Gli ospedali erano più lontani e la scienza medica non disponeva delle possibilità straordinarie che abbiamo conquistato negli anni.

Eppure, quando avevamo molto meno, avevamo una certezza: sapevamo a chi rivolgerci.

Nel 2026 abbiamo ospedali moderni, esami sofisticati, farmaci efficaci, specialisti e tecnologie che allora sarebbero sembrati fantascienza. Dovremmo avere tutto. E invece, in molti territori, proprio il primo riferimento sanitario è diventato più difficile da raggiungere.

Ci sono zone nelle quali trovare un medico di famiglia non è semplice e chi esercita questa professione deve spesso seguire moltissimi assistiti, trascorrere ore davanti al computer, occuparsi di prescrizioni, certificazioni, messaggi e di una burocrazia sempre più pesante.

Per questo non sarebbe giusto puntare il dito contro i medici di oggi. Molti lavorano con grande impegno e in condizioni difficili. È piuttosto il sistema che, anziché avvicinare il medico al cittadino, rischia qualche volta di creare una distanza.

Per essere visitati bisogna telefonare, scrivere, attendere una risposta e fissare un appuntamento. Ma c’è una cosa che continuo a domandarmi: la malattia può davvero aspettare un appuntamento?

La febbre, il dolore, una caduta o un peggioramento improvviso arrivano quando vogliono loro.

Anche la visita a domicilio, che un tempo era parte naturale dell’attività del medico, oggi appare molto meno frequente. E questo accade proprio mentre aumentano gli anziani, le persone sole, quelle con disabilità e i malati cronici che possono avere maggiori difficoltà a raggiungere un ambulatorio.

Per i bambini oggi esiste giustamente il pediatra, così come abbiamo specialisti per ogni settore della medicina. È una conquista importante e nessuno vorrebbe tornare indietro. Ma specializzazione e tecnologia non dovrebbero farci perdere il valore della presenza e dell’ascolto.

Non si tratta, dunque, di rimpiangere un passato nel quale si curava peggio. Si tratta di domandarsi se, dentro una sanità enormemente più avanzata, non possiamo recuperare qualcosa di quella medicina semplice e profondamente umana.

Le nuove strutture territoriali e le Case della Comunità potranno rappresentare una risposta importante, ma dovranno essere riempite di professionisti e di servizi. Perché un edificio, da solo, non cura nessuno.

Forse è proprio questo il significato di quel paradosso: si stava meglio quando si stava peggio.

Non perché avessimo medicine migliori o più possibilità di cura. Era vero esattamente il contrario.

Ma quando qualcuno stava male, sapeva che il suo medico conosceva la strada di casa.

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