back to top
Pubblicità
Redazione
ANNO XIVmartedì 15 Settembre 2026
tea & ribollita

Tra sobrietà e colore: quando una porta diventa identità

Chi ha visto almeno una volta Notting Hill probabilmente se la ricorda: quella porta blu dietro la quale vive William Thacker, il libraio interpretato da Hugh Grant. E chi è passato da Portobello Road avrà sicuramente fotografato, o almeno guardato, qualcuna delle facciate colorate diventate ormai una delle immagini più riconoscibili del quartiere. Ma in realtà non serve andare a Notting Hill. Basta passeggiare per Londra, anche lontano dalle strade più fotografate, per accorgersi che le porte qui sembrano avere una personalità tutta loro. Ci sono quelle rosse, blu, verdi, gialle, rosa, qualcuna decisamente più coraggiosa di altre. Magari la facciata è elegantissima, ordinata, quasi severa, identica a quella della casa accanto. Poi qualcuno decide di metterci in mezzo una porta fucsia e improvvisamente sai perfettamente dove abita.

È una cosa che mi è sempre piaciuta, forse perché ho l’impressione che negli ultimi anni abbiamo sviluppato una certa paura del colore. Bianco, nero, grigio, beige, tortora: colori eleganti, sicuramente, ma ogni tanto guardo una vecchia facciata, un portone verde, delle persiane azzurre o una porta colorata e penso che forse, insieme al colore, abbiamo perso anche un po’ di carattere. E allora mi sono chiesta: ma le porte inglesi sono sempre state così?

Non proprio. Quello che ha radici antiche non è tanto l’arcobaleno che oggi associamo a certi quartieri londinesi, quanto l’importanza della porta stessa. Nelle case georgiane, tra Settecento e primi decenni dell’Ottocento, l’ingresso era una parte fondamentale della facciata e doveva fare una buona impressione ancora prima che l’ospite entrasse in casa. Porte a pannelli, cornici, colonne e quelle caratteristiche finestrelle sopra l’ingresso, chiamate fanlights, contribuivano a trasformarlo in una sorta di biglietto da visita. Historic England racconta addirittura che all’epoca era proprio “the done thing”, la cosa da fare, impressionare i visitatori con una bella porta d’ingresso. Intorno agli anni Venti del Settecento cominciarono poi a diffondersi i fanlights, che permettevano alla luce di entrare nell’atrio. Insomma, molto prima di Instagram avevano già capito il concetto: la prima impressione conta.

Naturalmente, cercando di capire da dove arrivasse questa passione per le porte, mi sono imbattuta anche in una storia meravigliosa. Una leggenda racconta che, siccome molte case londinesi erano praticamente identiche, le porte cominciarono a essere dipinte di colori diversi per permettere ai mariti che tornavano un po’ troppo allegri dal pub di riconoscere la propria abitazione ed evitare di infilarsi in quella del vicino. Ora, sarebbe bellissimo poter dire che è tutto vero. Me le immagino già, le mogli, con pennello e barattolo in mano: «Facciamola rossa, almeno stasera torna nel letto giusto». Purtroppo non ci sono prove storiche che sia questa l’origine delle porte colorate. È una di quelle leggende che funzionano talmente bene che quasi dispiace rovinarle con i fatti. La realtà è meno alcolica: l’importanza dell’ingresso era legata soprattutto all’architettura, allo status e all’immagine che la casa doveva dare di chi ci abitava.

Di porte londinesi diventate celebri, però, ne abbiamo davvero, e una delle più famose non è colorata affatto: è nera. La porta del 10 di Downing Street, con il numero bianco e il celebre battente, è probabilmente una delle più riconoscibili al mondo. Ma la curiosità che mi piace di più riguarda quello che le sta intorno. Durante i grandi restauri terminati nel 1963 si scoprì che i famosi mattoni scuri di Downing Street erano in realtà gialli. A renderli neri erano stati circa due secoli di inquinamento londinese. Una volta ripuliti, però, l’edificio non sembrava più quello che tutti conoscevano e si decise quindi di dipingere i mattoni di nero per conservarne l’aspetto ormai familiare. In pratica, per una volta, lo smog aveva fatto un ottimo lavoro di branding.

E poi torniamo da dove siamo partiti: alla porta blu di Notting Hill. Si trova al numero 280 di Westbourne Park Road e non era una semplice scenografia: apparteneva davvero alla casa in cui aveva vissuto Richard Curtis, sceneggiatore del film. Dopo il successo della pellicola diventò una vera attrazione turistica, al punto che il proprietario successivo finì per separarsene. La porta originale fu venduta all’asta da Christie’s; per un periodo quella nuova fu dipinta di nero, ma oggi al numero 280 c’è nuovamente una porta blu. Pensateci: non recita, non parla e non compare nei titoli di testa, eppure più di venticinque anni dopo continua ad avere i suoi fan.

Ed è proprio a Notting Hill che la storia delle case colorate ha avuto recentemente un risvolto quasi paradossale. A Lancaster Road, a pochi passi da Portobello, alcuni residenti esasperati da turisti e influencer hanno deciso di fare esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo: hanno cominciato a dipingere di nero le loro facciate colorate per renderle meno appetibili sui social. Il problema, infatti, non erano più soltanto due fotografie al volo. Gli abitanti hanno raccontato di persone che occupavano i gradini delle case per servizi fotografici, si arrampicavano sulle ringhiere, lasciavano rifiuti e trattavano la strada come se fosse un set. Alcuni residenti hanno installato corde e barriere davanti agli ingressi. Il concetto espresso da uno di loro era piuttosto semplice: queste sono case, non un museo o un parco divertimenti.

Così una casa rosa è diventata nera nella speranza di non finire più su Instagram. Solo che c’è stato un piccolo inconveniente: anche le case nere sono diventate una curiosità e hanno cominciato ad attirare attenzione. In pratica, hanno cercato di diventare meno instagrammabili e sono riusciti a creare una nuova cosa da instagrammare.

A questo punto verrebbe quasi voglia di tornare a casa, prendere un pennello e decidere che da domani la porta sarà gialla, verde o di quel rosa che probabilmente si vede anche dalla Toscana. Ma in Inghilterra il principio “casa mia, porta mia” funziona soltanto fino a un certo punto. Le porte storiche sono considerate parte importante del carattere di un edificio e, se la casa è tutelata o si trova in una conservation area, alcune modifiche possono richiedere autorizzazioni o essere sottoposte a vincoli particolari.

E qui abbiamo anche l’aneddoto che non voglio assolutamente perdere: Ronnie Wood dei Rolling Stones e la sua porta rosa. Nel 2026 il chitarrista si è trovato a discutere con Westminster Council proprio per il colore acceso della porta della sua casa a Maida Vale, in una zona tutelata. Il Council ha chiesto che la porta venisse ridipinta in una tonalità più neutra. Ora, chiedere a un Rolling Stone di sostituire una porta rosa significa servire la battuta su un piatto d’argento: Paint It, Black. A quanto pare, quindi, persino se sei un Rolling Stone, “casa mia, porta mia” vale fino a quando il Council non bussa.

Forse è proprio questo che mi piace delle porte londinesi. In mezzo a file di case ordinate, costruite secondo regole precise e spesso molto simili tra loro, basta un rettangolo di colore per cambiare tutto. Non credo che una porta rosa significhi necessariamente che dietro viva una persona allegra, né che una porta nera appartenga a qualcuno terribilmente serio: quelle interpretazioni le lascio agli oroscopi dell’arredamento. Però una porta colorata mi fa sempre venire voglia di guardarla.

In Toscana mi succede davanti a un vecchio portone di legno, magari scolorito dal tempo, con la pietra intorno e una maniglia che chissà quante mani hanno già toccato. A Londra può succedermi davanti a una porta gialla, blu o rosa. Alla fine la curiosità è la stessa: chissà che storia c’è dietro quella porta. E adesso sappiamo che potrebbe esserci davvero di tutto: un primo ministro, Hugh Grant, una famiglia esasperata dagli influencer o un Rolling Stone che litiga con il Comune per una mano di rosa.

Alla prossima,

Lovely to see you!

T&R

Dalla homepage

Ultimi articoli in Tea & Ribollita