A Corsagna, la benedizione delle case era un momento atteso e quasi solenne, che si svolgeva nella settimana precedente alla Domenica delle Palme. Non era solo un rito religioso: rappresentava un passaggio importante nella vita del paese, un’occasione in cui il parroco entrava davvero nelle case e nelle storie delle famiglie.
Il parroco arrivava accompagnato dai chierichetti. Eravamo in genere quattro ragazzi adolescenti ,vestiti con la cappa nera e la cotta bianca, orgogliosi di svolgere quel compito che ci faceva sentire parte viva della comunità.
Ognuno di noi aveva un ruolo preciso.
Uno portava il recipiente in metallo per l’acqua benedetta, un altro l’ aspersorio, con cui il sacerdote benediva le stanze; un altro ancora teneva i foglietti con gli auguri del parroco per la famiglia; e infine c’era chi custodiva un sacchetto dove venivano raccolte le offerte che le persone donavano, come segno di riconoscenza per la benedizione ricevuta.
Entravamo nelle case una dopo l’altra. Il parroco percorreva ogni stanza: la cucina, le camere, talvolta anche la stalla o i locali di lavoro. Con gesti semplici e parole di fede, benediva gli ambienti e le persone, chiedendo protezione e serenità per la famiglia. Ma non era sempre un passaggio veloce.
Quando il parroco percepiva che in quella casa c’era qualche difficoltà, tensioni o problemi di convivenza, allora si fermava. Si sedeva, parlava con i familiari, ascoltava. Cercava di dare consigli, non solo spirituali ma anche umani, perché quella famiglia potesse ritrovare equilibrio, pace e fiducia.
In quei momenti noi ragazzi uscivamo fuori e aspettavamo che il parroco terminasse. E lì iniziava un altro mondo, tutto nostro. Si giocava, si rideva, si correva per la strada o nel cortile.
E succedeva anche qualcosa che oggi fa sorridere.
Spesso l’acqua benedetta, tra uno scherzo e l’altro, finiva per essere versata per terra e il recipiente restava vuoto. A quel punto uno di noi di solito il più furbo correva alla prima fontana del paese e lo riempiva di nuovo.
Se il parroco lo avesse saputo, chissà che rimprovero ci sarebbe toccato! Ma nella nostra ingenuità pensavamo soprattutto a rimediare in fretta.
C’era però una cosa su cui non si scherzava mai: il sacchetto delle offerte.
Quello doveva essere custodito con la massima attenzione. Era una responsabilità vera, che sentivamo più di ogni altra.
Tra tutti i giorni della settimana, noi chierichetti avevamo una preferenza: il martedì. Dicevamo che era il giro più lungo, ma in realtà era anche il più bello.
La mattina si iniziava dalla via di Postabbio e nel pomeriggio si arrivava fino alla via di Fucina. La via di Postabbio quel tempo, era molto popolata, piena di famiglie, e molte di loro ci aspettavano con una gentilezza che non si dimentica.
C’era chi preparava la colazione: latte caldo con la cioccolata, oppure piccoli panini con il salame o il prosciutto. Per noi ragazzi era una festa nella festa.
La prima tappa, per molti di noi indimenticabile, era da Alma, nella corte di Bricco. Alma ci accoglieva sempre con il “caffè e con la martinicca”, un piccolo liquore dal nome curioso, che segnava quasi l’inizio del giro.
Non sappiamo bene cosa fosse, ma per noi aveva il sapore dell’ospitalità e dell’allegria. Andando avanti, casa dopo casa, questa accoglienza si ripeteva. Piccoli gesti, semplici, ma pieni di calore.
Il mercoledì si andava alla Scassatina, e poi i giorni successivi si percorrevano tutti i rioni del paese, fino al venerdì, quando il giro si concludeva.
Ma la benedizione iniziava molto prima.
Già un mese prima, nelle case si lavorava per sistemare tutto: si puliva a fondo, si riordinava, qualcuno arrivava perfino a imbiancare tutte le stanze. Quando il parroco doveva entrare, la casa doveva essere pronta, rinnovata, accogliente.
Quasi come se non fosse stata pulita, la benedizione non potesse “attaccare”.
E poi c’era la vita del paese, quella vera, che si vedeva fuori dalle porte.
Mentre il parroco era dentro una casa, la gente aspettava sulla strada e, da una voce all’altra, si rincorrevano le domande:
«Ma il prete a che punto è?»
«Non è ancora arrivato?»
È sempre da Giuliva, ma che si diranno che ci sta così tanto?»
«Io poi devo preparare il pranzo, che a mezzogiorno arriva il mi’ marito!»
E così, tra una battuta e l’altra, tra un sorriso e un po’ di fretta, il paese viveva quel momento come qualcosa di suo, condiviso, familiare.
La benedizione delle case era tutto questo: fede, certo, ma anche vita quotidiana, relazioni, piccoli episodi, responsabilità e allegria.
Era il parroco che entrava nelle case, ma era anche il paese che si ritrovava, si riconosceva e si raccontava.
Oggi non sappiamo quanto questa tradizione sia ancora sentita come un tempo a Corsagna, come in altri paesi.
Ma il ricordo resta vivo. Perché in quel semplice gesto — una porta che si apre, una casa che accoglie — c’era il senso più profondo della comunità: sentirsi parte gli uni degli altri.
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Tradizioni: la benedizione delle case a Corsagna
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