Mi alzo quando è ancora buio, convinto che per andare a caccia si debba partire prestissimo. Questa volta, però, l’appuntamento è quando è già giorno. Alcuni amici mi hanno invitato sulla loro tesa di caccia, vicino all’altopiano delle Pizzorne, e io ho accettato volentieri.
Non sono un cacciatore, anche se in passato ho avuto la licenza di caccia. Oggi sarò un ospite curioso, desideroso di conoscere da vicino questa attività e le persone che la vivono.
So che la caccia suscita opinioni diverse e che alcuni lettori potranno non condividere questa esperienza. Rispetto la sensibilità di chi è contrario e comprendo che l’abbattimento di un animale possa suscitare dispiacere. Ho accettato questo invito con la curiosità di conoscere una realtà del nostro territorio. Raccontarla significa condividere ciò che ho osservato, lasciando a ciascuno la libertà del proprio giudizio.
Prima di partire andiamo a prendere i piccioni da richiamo. I miei amici li sistemano con attenzione in macchina.
Li portate avanti e indietro ogni volta?
“Sì, vengono con noi al mattino e alla sera li riportiamo a casa”.
Sale anche Rocky, uno Springer Spaniel che riceve saluti e attenzioni come un vecchio amico. Osservo il modo in cui viene accolto e mi viene spontaneo sorridere.
Ma questo è un cane o uno della compagnia?
“È uno di noi. Vedrai dopo quanto sarà importante il suo lavoro”.
Raggiungiamo la tesa e fra gli alberi scorgo una struttura alta, simile a una torre. È il palco, costruito e mimetizzato con una cura che si nota avvicinandosi.
Quanto tempo vi è servito per preparare tutto questo?
“Mesi di lavoro. C’è da costruire, sistemare e mimetizzare. Il palco deve confondersi con la vegetazione”.
Guardo i particolari e riconosco la maestria di chi ha dedicato tempo e pazienza a ogni elemento. Per questi amici la preparazione comincia molto prima delle giornate trascorse ad aspettare i colombacci. Il palco ha due livelli. Quello inferiore accoglie lo spazio per ritrovarsi e preparare da mangiare; sopra si trova la piattaforma dalla quale si osserva il passaggio degli uccelli. Una scala ben realizzata conduce fino in cima, ma l’altezza mi mette un po’ di apprensione.
Bisogna proprio salire lassù?
La mia domanda suscita qualche sorriso. Salgo con prudenza e, una volta raggiunti gli altri, mi fermo a guardare. Il panorama ripaga subito lo sforzo: boschi, rilievi e profili lontani si aprono davanti a noi. Il sole è già sorto e il suo tepore rende ancora più piacevole quella mattinata mite. Intanto qualcuno resta al piano inferiore, impegnato con i preparativi per la merenda e il pranzo.
Ho capito: qui si viene a caccia, ma anche a mangiare?
“La giornata è lunga. Stare insieme a tavola fa parte del piacere di ritrovarsi”.
Le premesse, devo ammetterlo, sono incoraggianti. Gli altri sistemano i piccioni da richiamo e io seguo le operazioni, cercando di capire dove venga collocato ciascun animale.
Mi spiegate che cosa sono queste racchette?
“Sono supporti sui quali viene sistemato e assicurato il piccione. Muovendoli attraverso un comando, lo induciamo ad aprire o battere le ali, così da attirare l’attenzione dei colombacci”.
Imparo che gli uccelli impiegati come richiami su questi supporti vengono chiamati cimbelli. Le postazioni sono distribuite fra le fronde intorno all’appostamento.
E quelli che vedrò volare?
“Sono i volantini. Li addestriamo a partire dal posatoio e a tornarvi dopo il volo di richiamo. Il loro movimento può invogliare i colombacci di passaggio ad avvicinarsi”.
Quindi, dietro una giornata come questa, c’è anche tanto addestramento?
“Certo. I piccioni vanno allevati, seguiti e preparati con pazienza. Bisogna conoscerli”.
Ma questi colombacci da dove vengono e dove sono diretti?
“In autunno molti lasciano le zone di nidificazione dell’Europa settentrionale e centro-orientale e si dirigono verso sud e sud-ovest, per trascorrere l’inverno in territori più miti e ricchi di cibo. Una parte si ferma in Italia, altri raggiungono la Francia meridionale e la penisola iberica. Non tutti, però, migrano: ci sono anche colombacci che vivono stabilmente nel nostro Paese”.
Guardo nuovamente il cielo. Pensare al viaggio di questi uccelli aggiunge qualcosa alla mia esperienza: sopra i nostri boschi passano rotte che uniscono territori lontani, anche se non possiamo sapere da dove venga e dove arriverà ciascuno stormo. A metà mattinata l’attesa si anima. I volantini si alzano e si spingono più lontano. Seguo il loro movimento, poi uno degli amici mi indica i primi colombacci che si avvicinano. Le spiegazioni prendono forma davanti ai miei occhi. Risuonano i primi colpi e alcuni colombacci vengono abbattuti. Ora tocca a Rocky. Uno dei cacciatori gli dà le indicazioni e lui parte alla ricerca degli uccelli caduti nel bosco. Lo seguo finché riesco a scorgerlo. Quando ritorna ai piedi del palco con il colombaccio, mi colpiscono la precisione del riporto e l’intesa con chi lo guida.
È per questo che vi fidate tanto di lui?
“Proprio così. Conosce il suo compito e ci dà un aiuto prezioso”.
Rocky riceve complimenti e parole affettuose. Anche lui sembra fiero: nel suo sguardo immagino una frase tutta umana, «Avete visto? Anch’io ho fatto la mia parte!». Poi arriva l’una. Qualcuno porta da casa i tordelli della tradizione corsagnina, insieme a un contenitore di ragù di carne. Sul piano inferiore del palco ci ritroviamo attorno ai piatti, accompagnati da un ottimo vino rosso.
Dite la verità: anche il pranzo è una buona ragione per tornare?
“Certamente. Una tavolata fra amici non si rifiuta mai”.
Fra sorrisi, racconti e complimenti a chi ha preparato i tordelli, il pranzo diventa una festa. Mangiare lassù, fra gli alberi, dà alla tavolata un carattere particolare. Al termine arrivano il caffè corretto al rum e il classico grappino. Nel pomeriggio la caccia riprende e le occasioni aumentano. Seguo ormai con maggiore familiarità il movimento dei richiami e gli sguardi dei cacciatori. Rocky continua il suo lavoro, preciso e instancabile, meritandosi ogni volta l’affetto della compagnia. Le ore passano e il sole si abbassa. Il cielo assume sfumature rossastre, mentre i monti diventano profili sempre più scuri. Mi fermo a contemplare il paesaggio: da quella posizione anche il tramonto è un’esperienza da conservare. Prima che faccia buio cominciano i preparativi per il ritorno. Qualcuno raccoglie i colombacci, altri riprendono i piccioni da richiamo e sistemano le attrezzature. Si riordina lo spazio del pranzo e si raccolgono anche i bossoli delle cartucce sparate.
Portate via proprio tutto?
“Certo. Qui torniamo e vogliamo lasciare pulito”.
È una risposta accompagnata dai fatti: ciascuno si occupa di qualcosa, finché tutto è pronto per essere riportato a casa. Affronto nuovamente la scala, con prudenza e con le gambe un po’ tremanti. L’altezza continua a farsi sentire; anche la lunga giornata e la generosa tavolata hanno avuto la loro parte. Ricarichiamo la macchina. Prima di partire faccio un’ultima domanda.
Ma quanto conta, alla fine, il numero dei colombacci?
“Fa piacere quando la giornata va bene. Però si torna anche quando se ne prendono due, tre o uno soltanto. Ci ritroviamo, stiamo insieme e speriamo sempre nella prossima volta”.
Durante il viaggio ripenso a ciò che ho visto. Ero arrivato per curiosità e torno con il ricordo dell’accoglienza dei miei amici, della bravura di Rocky e di quei tordelli mangiati fra gli alberi. Sono stato loro ospite per un giorno. Nel mio bagaglio di vita entra un’esperienza nuova, con il volto delle persone che l’hanno condivisa con me.


