“La bisbetica domata” di Stefania Sandrelli, con la regia di Roberto Aldorasi, andata in scena ieri sera al Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana ha stupito un po’ tutti. E dico davvero! La commedia di Shakespeare si è trasformata in una tragedia; è diventata un racconto drammatico sulla storia della nostra povera e malcapitata bisbetica che viene “domata”, o forse no, a furia di maltrattamenti da parte del marito che non ha potuto scegliere, ma che gli è toccato in sorte.
Insieme ad Amanda Sandrelli, c’erano sul palco Maurizio Zacchigna (che interpreta il cattivissimo marito), Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Adriano Giraldi, Riccardo Naldini e Lucia Socci. È vero che la storia è più o meno è questa anche nella versione originale di Shakespeare – cioè quella che le donne devono accettare di essere sottomesse ai consorti, che ne diventano i padroni. Nel 1500, in Inghilterra, erano gli uomini i protagonisti assoluti; le donne non potevano recitare: inizieranno a farlo con Carlo I, almeno una trentina di anni dopo la morte di Shakespeare, e non porterà bene al sovrano che poi finì impiccato; e il teatro, in qualche modo, c’entra con la sua condanna.
Shakespeare aveva scritto altre commedie di tutt’altro spessore riguardo alle donne e agli amori: “Sogno di una notte di mezz’estate” ne è un esempio. Probabilmente, il tono de “La bisbetica domata” viene interpretato, solitamente, in tono più leggero e ironico. In questo adattamento, la storia inizia invece in modo scherzoso ma poi diventa, piano piano, sempre più drammatica e distopica. La Sandrelli, in realtà, viene sopraffatta, maltrattata, costretta a soprusi che subisce perché non può in alcun modo sottrarsi.
La regia vuole avvicinare la storia di Caterina, la bisbetica, a quella delle donne che subiscono maltrattamenti e non possono o non vogliono ribellarsi. L’effetto c’è tutto, e riesce. Stona un po’ il contrasto tra il testo della commedia, con i suoi equivoci e scambi di persona, e le sue parti leggere – che, ovviamente, ci sono: e, in questo, è bravissimo Riccardo Naldini, il quale interpreta il servo che si traveste e ne combina di tutti i colori, con il maltrattamento, vero, non scherzoso della Sandrelli, e, nel finale, anche la svolta patriarcale che coinvolge la sorella, con il suo consorte sposato, questa volta, per amore.
Sì, in fondo è una rivisitazione che non ti aspetti e che mette in luce una situazione che molte volte può diventare autentica in questa commedia che ha sempre presentato delle stonature, anche nelle versioni più leggere.
“E vissero tutti…” così termina. Ma “felici e contenti” non c’è, anche se Giuliana Colzi, che interpreta la madre, lo chiede: “E vissero tutti?” ma non ottiene risposta.
La stagione teatrale continua in modo strepitoso. Il prossimo spettacolo sarà il 28 gennaio, fuori abbonamento, quando andrà in scena “Lunga vita agli alberi” con Giovanni Storti e Stefano Mancuso e la regia di Arturo Brachetti. La stagione in cartellone continua, poi, giovedì 5 febbraio con Veronica Pivetti che presenta “L’inferiorità mentale della donna”.
Seguitemi nella mia rubrica “Il teatro è servito”, ovviamente insieme a tutto quanto fa spettacolo.