Negli ultimi giorni, attorno ai nuovi interventi di riorganizzazione sanitaria avviati da Regione Toscana e USL Toscana Nord Ovest, si sono moltiplicate perplessità e preoccupazioni, soprattutto in relazione al riassetto del sistema dell’emergenza-urgenza.
In Valle del Serchio, però, il punto non è soltanto capire che cosa cambi sul piano organizzativo. La questione vera è un’altra: capire se questa riorganizzazione sia davvero pensata sulle esigenze di un territorio di montagna oppure se, ancora una volta, venga costruita altrove e poi adattata a una realtà che ha caratteristiche ben precise, fatte di distanze, tempi più lunghi e fragilità particolari.
È da qui che nasce l’inquietudine di molti cittadini. Non si tratta solo di una sensazione diffusa, ma di una condizione concreta che incide ogni giorno sulla vita delle persone. In montagna, infatti, ci sono almeno due fattori che più di altri alimentano insicurezza e apprensione.
Il primo è la distanza. Tra paesi, frazioni e presidi ospedalieri, il tempo necessario per raggiungere un servizio sanitario non è un dettaglio, ma una parte essenziale del diritto alla cura. Lo stesso vale per i servizi territoriali, a cominciare dalle Case della Comunità: se risultano troppo accentrate, rischiano di essere formalmente presenti ma, di fatto, lontane da chi dovrebbe utilizzarle. Un presidio è davvero utile solo se è raggiungibile, facilmente comprensibile e concretamente fruibile.
Il secondo elemento è la paura, soprattutto in una popolazione mediamente anziana, che spesso non sa con certezza a chi rivolgersi e teme di perdere tempo prezioso. Per questo molti cittadini finiscono per saltare i passaggi intermedi e si rivolgono direttamente ai pronto soccorso di Castelnuovo, oppure chiamano l’ambulanza. Non sempre si tratta di un uso improprio dei servizi: nella maggior parte dei casi è una risposta dettata dall’ansia e dal bisogno di avere subito un riferimento certo.
È proprio qui che emerge uno dei limiti più delicati dell’attuale riorganizzazione. Le Case della Comunità possono rappresentare una soluzione importante, ma solo se diventano presidi reali e non semplici contenitori organizzativi. Il loro avvio, almeno finora, è apparso lento. Qualche segnale si intravede, soprattutto sul versante della telemedicina, ma da solo non basta. In montagna servono personale presente, orari chiari, collegamenti efficienti con il territorio e una rete costruita tenendo conto della dispersione geografica.
Se invece prevale una logica troppo accentrata, il rischio è evidente: chi vive più lontano continuerà a percepire questi servizi come difficili da usare e tenderà a bypassarli. Così la Casa della Comunità, che dovrebbe alleggerire il carico sugli ospedali, finisce per non svolgere appieno il proprio compito.
C’è poi un altro aspetto che pesa molto e che, finora, è stato affrontato solo in parte: l’informazione ai cittadini. Utilizzare bene le nuove strutture territoriali richiede orientamento, chiarezza ed educazione sanitaria. Bisogna sapere chi chiamare, quando farlo, dove andare, in quali casi rivolgersi al servizio di emergenza e quando invece è corretto usare i canali dell’assistenza non urgente. Su questo fronte, però, la confusione resta ancora forte.
Ed è così che si spiega ciò che accade ogni giorno: molte persone, non sapendo quale sia il percorso giusto, si rivolgono direttamente al pronto soccorso. È una reazione comprensibile, soprattutto in una valle dove i collegamenti non sono semplici, la popolazione è anziana e la lontananza dei servizi sanitari aumenta il senso di smarrimento.
Un tempo, nel vissuto collettivo, c’era la figura del medico condotto: un riferimento vicino, riconoscibile, immediato. Oggi quel modello non esiste più e nessuno pensa realisticamente di tornare indietro. Ma proprio per questo il nuovo sistema dovrebbe essere ancora più chiaro, più leggibile e più vicino alle persone. Invece, troppo spesso, il cittadino si trova di fronte a numeri, procedure, filtri e sedi diverse, senza avere la certezza del percorso corretto. E quando prevale l’incertezza, cresce inevitabilmente anche l’ansia.
Per questo il tema del 116117 va chiarito fino in fondo. Può essere uno strumento utile, ma soltanto se inserito in una rete comprensibile e realmente funzionante. Un numero telefonico può orientare, ma non può sostituire da solo la presenza dei servizi sul territorio. Non basta centralizzare le chiamate se poi, nella pratica, il cittadino continua a sentirsi distante dal sistema o non sa quali risposte aspettarsi.
Il 116117 è il numero di riferimento per le richieste sanitarie non urgenti: serve per chiedere un consiglio, essere indirizzati al servizio più adatto e attivare il percorso corretto quando il medico di riferimento non è disponibile. La sua utilità, quindi, dipende molto da quanto il cittadino lo conosce e da quanto il sistema riesce a renderlo semplice, accessibile e affidabile.
Diverso è il caso dell’emergenza sanitaria, per la quale il riferimento resta il 118. Ed è proprio su questo versante che, in un territorio di montagna, le preoccupazioni aumentano. In Valle del Serchio, come già ricordato anche su queste pagine, il servizio di emergenza-urgenza sarà garantito da due ambulanze con infermiere a bordo e da due auto mediche dislocate in quattro località lungo la Valle. Si tratta di un presidio fondamentale per un’area dove distanze, tempi di percorrenza e condizioni della viabilità incidono direttamente sulla sicurezza dei cittadini.
In un territorio come questo, infatti, l’urgenza non può essere valutata con gli stessi criteri di un’area urbana o di pianura. Qui pesano la conformazione geografica, la dispersione dei centri abitati, la rapidità dell’intervento e la possibilità di raggiungere in tempi brevi anche le località più isolate. Per questo ogni arretramento percepito, ogni dubbio sulla copertura del servizio, ogni incertezza sulla tempestività dei soccorsi viene vissuto come una perdita concreta di sicurezza.
È qui che si apre anche una questione politica. La riorganizzazione della sanità, nata anche all’interno di una logica di razionalizzazione e contenimento dei costi, rischia di far pagare il prezzo più alto proprio alle comunità più fragili: quelle montane, più anziane, più disperse e meno servite. Comunità che si trovano così a convivere con maggiore ansia, maggiore incertezza e con un crescente senso di abbandono.
Su questo fronte la politica locale ha ancora molto da fare. Ci sono amministratori che il problema lo sentono e cercano di portarlo all’attenzione delle istituzioni. Ce ne sono altri che sembrano accettare passivamente decisioni prese altrove. Ma il nodo resta sempre lo stesso: la montagna non ha bisogno di servizi semplicemente riorganizzati. Ha bisogno di servizi pensati in base alla sua geografia, alla sua popolazione e ai suoi tempi.
Perché la montagna non si impoverisce soltanto per lo spopolamento o per la mancanza di lavoro. Si impoverisce anche quando i servizi essenziali, a partire da quelli sanitari, vengono progettati senza tenere conto delle difficoltà concrete del territorio. E una sanità che non sa adattarsi alla montagna, per chi in montagna vive, finisce inevitabilmente per essere una sanità più lontana.