Riceviamo e pubblichiamo questo intervento, a firma di Filippo Lifodi, in cui si affronta un tema delicato e complesso come quello della violenza nel settore socio-sanitario:
“La violenza continua a essere trattata come un’emergenza episodica, mentre rappresenta un comportamento disfunzionale radicato e spesso tollerato nella vita quotidiana. Senza servizi psichiatrici adeguati, senza stabilità lavorativa e senza un territorio capace di contenere il disagio, la violenza non può essere ridotta in modo significativo. È un problema strutturale, non morale.
Nel settore socio‑sanitario la violenza non è un giudizio etico, ma un indicatore di disfunzione. La violenza è sempre un comportamento attivo dell’autore e non può essere attribuita alla vittima.
È fondamentale distinguere la violenza dagli interventi di contenimento: il contenimento non è un atto aggressivo, ma una misura di tutela prevista dalla legge e dalle linee guida cliniche per prevenire danni e proteggere la sicurezza collettiva.
Come indicato nei principali manuali diagnostici internazionali (DSM‑5 e ICD‑11), alcuni soggetti con compromissione del giudizio possono percepire gli interventi di tutela come “limitazioni della libertà”, ma si tratta di una distorsione percettiva. Le procedure di contenimento non sono violenza: sono interventi necessari quando il comportamento supera la soglia di sicurezza.
La psicopatologia descrittiva classifica come comportamenti a basso valore sociale tutte le condotte che violano le norme di convivenza e indicano compromissione del giudizio: molestare, infastidire in modo ripetuto, disturbare intenzionalmente, interferire nella vita altrui, provocare, diffondere falsità, costruire narrazioni assurde o persecutorie.
Tra i comportamenti disfunzionali rientrano anche le condotte comunicative destabilizzanti: diffusione di voci non verificate, pettegolezzi denigratori, narrazioni distorte o costruite, attribuzioni infondate di intenzioni o fatti, manipolazione informativa con finalità di pressione sociale.
In psicopatologia descrittiva queste forme di aggressività indiretta indicano disorganizzazione del pensiero, impulsività comunicativa e distorsione percettiva del contesto.
Non sono “chiacchiere”: generano danno relazionale, tensione ambientale e deterioramento della convivenza.
Non ha senso discutere di violenza di genere, violenza sessuale o discriminazione se la violenza rimane un comportamento di base tollerato nella società.
La violenza non si elimina con slogan o campagne occasionali: richiede strutture reali.
Senza servizi psichiatrici adeguati e senza un sistema lavorativo capace di garantire integrazione e stabilità, la violenza non può essere ridotta in modo significativo.
Ignoranza, marginalità e disturbi non trattati alimentano comportamenti aggressivi che il sistema, privo di strumenti, non riesce a contenere.
La letteratura socio‑sanitaria mostra che i comportamenti disfunzionali emergono più facilmente in contesti segnati da: disturbi non trattati, isolamento sociale, precarietà economica, assenza di continuità terapeutica, stress ambientale cronico.
Un ulteriore elemento critico riguarda le dinamiche di gruppo.
In assenza di adeguati fattori di controllo sociale, gruppi informali possono proteggere i propri membri anche quando mettono in atto comportamenti disfunzionali, riducendo la percezione delle conseguenze e aumentando il rischio che tali condotte vengano riprodotte verso soggetti vulnerabili.
In Italia il dibattito sulla tutela e sul contenimento è spesso condizionato da gruppi politici che utilizzano il tema della “libertà individuale” come leva identitaria. Questa narrazione, pur legittima sul piano politico, genera confusione quando viene applicata a contesti clinici: la tutela non è una limitazione arbitraria della libertà, ma una misura prevista dalla legge per prevenire danni.
La chiusura degli ospedali psichiatrici, avvenuta senza una reale riforma dei servizi territoriali, ha prodotto un vuoto strutturale.
Il bisogno di contenimento non è scomparso: è stato semplicemente spostato sul territorio, che spesso non dispone degli strumenti necessari per gestire i casi complessi.
Il risultato è un sistema che: non intercetta i comportamenti disfunzionali, non contiene i casi a rischio, non protegge i soggetti vulnerabili, non tutela la collettività.
La violenza non è un fatto episodico, ma un comportamento disfunzionale che emerge con maggiore probabilità in territori privi di servizi adeguati, stabilità sociale e strumenti di contenimento.
Finché la violenza “di base” rimarrà tollerata e finché il sistema continuerà a confondere tutela e limitazione della libertà, ogni discussione su sicurezza, discriminazione o convivenza sarà inevitabilmente parziale.
Intervenire sulle cause strutturali è l’unico modo per ridurre davvero il fenomeno”.