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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
anniversario

60 anni dopo Barbiana: perché “Lettera a una professoressa” parla ancora alla scuola di oggi

Nel 1966, in una canonica di montagna nel Mugello, un prete, Don Lorenzo Milani, e un gruppo di ragazzi cominciano a scrivere un libro che non assomiglia a nessun libro di scuola. Nasce da una ferita concreta: una bocciatura vissuta come umiliante da due allievi agli esami magistrali a Firenze. Ma quella ferita diventa subito qualcos’altro: una denuncia pubblica del meccanismo con cui la scuola “seleziona” — e spesso chiama “giustizia” ciò che, visto dal basso, è esclusione.

Nel maggio 1967 il libro esce, pochi mesi prima della morte di Don Milani. Oggi, nel 2026, sono sessant’anni da quando quella scrittura cominciò. E la domanda non è solo celebrativa (“quanto è stato importante”), ma scomodissima: che cosa, di quel grido, non abbiamo ancora ascoltato? E soprattutto: che cosa può insegnare alla scuola del presente, che cambia in superficie (nuove parole, nuovi strumenti) ma rischia di restare identica nel suo cuore quando torna a premiare i “Pierini” e a perdere i “Gianni”?

Quando Lettera a una professoressa uscì nel 1967, non fu accolta con il tono neutro che si riserva ai “libri di scuola”. Fece rumore, e subito. Molti detrattori la liquidarono come un testo “di pancia”, non come un’opera “seria”: non un libro di pedagogia, ma un pamphlet polemico, buono — dicevano — per accendere la contestazione più che per ragionare di didattica. 

In ambienti più istituzionali quell’irruzione fu percepita come un disturbo: un “ronzio” capace di inquietare coscienze e perfino “le Istituzioni”, proprio perché toccava nervi scoperti della scuola e del Paese. C’era anche chi, tra gli “esperti” e i docenti, la bollava con sufficienza: il priore — si disse — non aveva nemmeno “fatto studi di Pedagogia”, dunque non aveva titolo per parlare. 

Persino chi poi riconobbe la forza del libro, come Pier Paolo Pasolini, confessò, all’inizio, un fastidio per “l’eccessiva facilità delle parole”: sembrava troppo semplice per essere “alta cultura”. Ma è proprio qui il punto: Barbiana non voleva “elucubrazioni” da addetti ai lavori. Voleva parole chiare, perché la scuola — diceva — non si cambia con i convegni, ma quando smette di perdere i ragazzi.

Un dettaglio che dice tutto: “la scuola era tutta per lui”

Barbiana non è una “scuola alternativa” in stile slogan. È un modo di stare insieme e imparare che nasce dalla necessità e dalla povertà, e proprio per questo rovescia molte certezze.

La descrizione è disarmante: niente cattedra, niente banchi. “Solo grandi tavoli” dove si studia e si mangia, con “una copia sola” per libro, stretti gli uni sugli altri. E soprattutto una regola non scritta che vale più di qualsiasi registro: finché non ha capito l’ultimo, gli altri non vanno avanti. È il contrario della didattica che corre “per finire il programma” e lascia indietro chi non tiene il passo: a Barbiana, “chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito”. E sembra una frase impossibile, finché non la leggi: “Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui.” 

Questa non è retorica buonista. È una scelta politica (nel senso più alto): decidere che la scuola serve prima di tutto a chi senza scuola non avrà voce.

La lettera comincia con un’accusa che non invecchia

Il libro si apre come una vera lettera, con un “Cara signora” che è già un processo. “Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.” 


Qui c’è la prima verità pedagogica (e anti-gentiliana, se vogliamo dirla così): la scuola può permettersi di dimenticare i singoli, perché li tratta come numeri; ma chi viene scartato non dimentica, perché quella “scartatura” gli cambia la vita.

E infatti il verbo che usano non è neutro: “respingete”. “Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.”  Non è solo un modo di dire. È la fotografia di una selezione: la scuola che spinge fuori e poi si volta dall’altra parte.

Oggi quel “respingere” non finisce solo “nei campi e nelle fabbriche”. Finisce spesso instrada. Fuori da scuola si va a cercare un posto dove sentirsi visti, un modo per contare, per non sentirsi “sbagliati”.

La strada — e oggi anche la strada digitale, i gruppi, le piazze, le notti — offre subito ciò che la scuola negava: appartenenza, riconoscimento, adrenalina, una regola semplice (“se stai con noi vali”). Ma la strada presenta anche il conto: solitudine, rabbia che diventa violenza, dipendenze, piccoli reati, sfruttamento, incidenti, vite che si bruciano presto. Non perché “ci siano ragazzi cattivi”, ma perché quando la scuola ti scarta, tu ti devi pur tenere vivo da qualche parte. E se la scuola non è più il luogo che ti dà parole, tempo e scopo, allora altri luoghi — spesso peggiori — te li danno al posto suo.

Il bersaglio: la bocciatura come tecnologia di selezione

Nel libro c’è una pagina che da sola basterebbe a far discutere qualsiasi collegio docenti: “Bocciare è come sparare in un cespuglio.” 


È una frase crudele, volutamente crudele. Perché la bocciatura, dicono, non è un gesto “educativo”: è un colpo sparato senza voler vedere davvero che cosa colpisce. “Forse era un ragazzo, forse una lepre.” E la cosa più dura è che spesso lo scopri dopo, “a comodo”.

Il punto non è fingere che tutti imparino allo stesso modo o allo stesso ritmo. Il punto è che una scuola dell’obbligo che boccia, per Barbiana, tradisce se stessa: promette otto anni a tutti e poi usa la bocciatura per scaricare i “pezzi difettosi”.

E qui arriva un altro passaggio che oggi dovremmo stampare e appendere in ogni aula insegnanti: “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde.”

Non “i programmi”, non “le prove”, non “l’eccellenza”, non “il livello”: i ragazzi che perde. Il resto viene dopo.

La critica alla pedagogia “imperante”: quando la pedagogia diventa un manuale

Per capire perché Barbiana brucia ancora, bisogna spostare lo sguardo: non tanto sui numeri e sulle statistiche, ma su come si fa scuola. Sulla didattica che corre dietro al programma, sulla valutazione che etichetta, sull’idea che selezionare significhi “tenere alto il livello”. È qui che Lettera a una professoressa colpisce più forte: non si limita a dire che la scuola è ingiusta; mostra anche come, spesso, la scuola insegna poco e giudica molto.

C’è un’ironia ferocissima contro la pedagogia come linguaggio di casta. A Barbiana arriva “un professorone” che parla di sport e pedagogia con un parolone detto a metà (“fisiopsico…”) e soprattutto “senza guardarci”. E la stoccata è micidiale: “Chi insegna pedagogia all’Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente.”

Qui non c’è anti-intellettualismo. C’è una critica precisa: se la pedagogia diventa un manuale che si applica dall’alto, senza guardare chi hai davanti, allora non è più scienza dell’educazione: è una lingua di potere.

E infatti, quando nel libro parlano di “problemi pedagogici”, dicono una cosa che oggi dovrebbe entrare nei corsi di formazione iniziale: “A Barbiana non passava giorno che non s’entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome.” E soprattutto: “Per noi avevano sempre il nome preciso di un ragazzo. Caso per caso, ora per ora.” 
Questa è una pedagogia concreta, non decorativa: non parte da un’astrazione (“l’alunno medio”), parte da Gianni, Sandro, Lucio — cioè da persone.

La didattica “gentiliana” come culto del programma e della forma

La tradizione scolastica che molti chiamano “gentiliana” (anche quando Gentile non c’entra direttamente) ha alcuni tratti riconoscibili: primato delle discipline come identità, culto della selezione, gerarchia rigida tra saperi “alti” e saperi “bassi”, attenzione alla forma più che alla sostanza, e un sottofondo di competizione come se fosse naturale.

Lettera a una professoressa la smonta in due mosse.

La prima è la “gerarchia delle urgenze”: quando il tempo della scuola è poco, bisogna scegliere ciò che serve davvero per vivere da cittadini. Loro fanno un esempio volutamente provocatorio: una professoressa vuole “a tutti i costi” Omero, ma “era il Monti!!” 
E poi la domanda che taglia: quel linguaggio serve a noi? parla “la lingua che occorre a noi”? 


Non è un attacco ai classici. È un attacco alla scuola che usa i classici come filtro sociale.

La seconda mossa è l’idea che la scuola non possa essere “fuori dal mondo”. C’è un passaggio in cui dicono che alcuni insegnanti sembrano avere ancora davanti agli occhi i cartelli “Qui non si parla di politica”. 
E aggiungono una frase che oggi, nell’epoca delle discussioni tossiche online, andrebbe capita bene: “Quel che non è politica non riempie la vita d’un uomo d’oggi.” 


Qui “politica” non significa propaganda. Significa capire i rapporti di forza, la giustizia, i diritti, il linguaggio con cui ti difendi.

La lingua: non è solo “italiano”, è potere

In un punto del libro c’è una scena che molti riconoscono ancora oggi: durante un esame una professoressa dice a un ragazzo, Gianni, che “non si sa esprimere”. E la Lettera non discute sul tono: discute sul senso. Perché “non sapersi esprimere” non è un difetto naturale, e nemmeno una colpa morale. È spesso il risultato di una scuola che giudica la lingua prima di insegnarla davvero. 

È qui che arriva una delle frasi più forti, e più fraintese se la si legge di corsa:

“Le lingue le creano i poveri… I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.” 

Detta in modo ancora più semplice, significa questo: le parole e i modi di parlare nascono nella vita quotidiana, nelle famiglie, nei lavori, nei quartieri. Poi però chi sta più in alto — socialmente e culturalmente — prende quel modo di parlare e lo “ferma” in una regola: stabilisce cosa è “corretto” e cosa è “sbagliato”. E quella regola, invece di diventare uno strumento per includere, rischia di diventare un confine: chi parla come “voi” passa, chi non parla come “voi” viene deriso o giudicato incapace. 

La lezione di Barbiana, qui, è chiarissima: la scuola dovrebbe essere il posto dove tutti imparano la lingua che serve per vivere da cittadini — scrivere, capire, argomentare, difendersi — non il posto dove quella lingua viene usata come un test per separare chi “è portato” da chi “non lo è”. Perché quando la lingua diventa un’arma di selezione, la scuola non dà voce: la toglie. 

Le tre riforme di Barbiana (e perché non sono “utopie”)

A un certo punto smettono di accusare e fanno proposte. Tre. Scritte così, secche, quasi come un manifesto:

  1. “Non bocciare.”
  2. “A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a pieno tempo.”
  3. “Agli svogliati basta dargli uno scopo.” 

È facile liquidarle come slogan. Ma se si prendono sul serio, sono tre idee didattiche molto concrete.

1) Non bocciare (cioè: assumersi la responsabilità)

Se non puoi “scartare” l’alunno, allora sei costretto a cambiare il tuo modo di insegnare. Il tornitore non consegna solo i pezzi riusciti: lavora perché riescano tutti
Tradotto: la valutazione non deve servire a separare i “bravi” dai “non adatti”, ma a far funzionare l’apprendimento.

2) Tempo pieno (cioè: tempo di parola, tempo di relazione)

Il tempo pieno non è riempire ore con compiti. È costruire continuità, dare tempo alla lingua, alla lettura, alla discussione, al recupero vero. Barbiana era persino dura (“non c’era ricreazione”), ma il senso era chiaro: la scuola era un luogo che ti prendeva sul serio. 

3) Uno scopo: studiare per contare, non per obbedire

Per Barbiana la motivazione non nasce dai voti, né dalla paura di sbagliare. Nasce da una domanda semplice: “a cosa mi serve studiare?” Se la risposta è solo “per prendere un buon voto” o “per fare bella figura”, prima o poi molti mollano. Se invece lo studio serve a diventare più liberi — a capire, a parlare, a difendersi — allora diventa uno scopo.

Nel libro lo dicono in modo diretto: a chi è “svogliato” spesso non mancano le capacità, manca un senso. “Agli svogliati basta dargli uno scopo.”  

E quale scopo? Sentirsi parte di una battaglia più grande, non di una gara individuale. Per questo scrivono che un ragazzo può sentirsi “fratello” di tanti bocciati, e studiare non per piacere alla scuola, ma per cambiare il proprio destino. In quel punto usano una parola forte, volutamente provocatoria: “La seconda vendetta è questa lettera.” 

Qui “vendetta” non è odio: è riscatto, è risposta pubblica, è dire “non mi avete cancellato”.

E la direzione è sempre collettiva, non individualista. La frase che riassume tutto — e che dovrebbe tornare a circolare — è questa: “Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.” 

“Questo libro non è scritto per gli insegnanti”

C’è un’altra scelta antitradizionale che spesso ci sfugge: chi è il destinatario del libro.

All’inizio lo dicono in stampatello: “Questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. È un invito a organizzarsi.” 


Questo ribalta un’altra abitudine della scuola “di casta”: l’idea che la scuola sia faccenda degli addetti ai lavori, e che le famiglie debbano solo “fidarsi”. Barbiana chiede l’opposto: partecipazione, pressione democratica, responsabilità collettiva.

E infatti la lettera finisce con un’immagine bellissima e vulnerabile: “Ora siamo qui a aspettare una risposta.” 


Non è la chiusura di chi “ha già ragione”. È la chiusura di chi crede ancora nel dialogo, ma pretende che il dialogo sia tra pari.

Che cosa c’entra tutto questo con la scuola di oggi?

C’entra perché, anche quando la scuola cambia nome alle cose, restano vivi alcuni rischi:

• Il rischio di una scuola che misura e seleziona più di quanto accompagni.

• Il rischio di una lingua scolastica che umilia chi non la possiede già in casa.

• Il rischio di una didattica che corre, “fa programma”, e poi considera “colpa” ciò che è mancanza di strumenti.

• Il rischio (sempre attuale) che la scuola torni a essere un ascensore per pochi e una scala rotta per molti.

Non siamo nel 1966. Sarebbe ingiusto verso chi ogni giorno prova a fare scuola bene, con classi difficili, risorse limitate e pressioni continue. Ma Barbiana serve proprio a questo: a non lasciare che la normalità diventi un alibi.

E soprattutto serve a ricordare un criterio semplice con cui giudicare tutto: quanti ragazzi perdi? Se li perdi, non è un incidente: è un problema strutturale.

BOX — 5 pratiche “alla Barbiana” da provare davvero (senza mitologia)

• La regola del “si va avanti quando l’ultimo ha capito” — Un’ora a settimana in cui chi è più avanti aiuta chi è indietro: non come punizione, ma come metodo. La classe smette di essere una gara e diventa una comunità di studio.

• Scrittura con riscrittura (non “tema e voto”) — Ogni testo si riscrive almeno una volta, con indicazioni pratiche. Barbiana lo dice senza giri: manca l’“arte dello scrivere” e certi giudizi sono solo etichette.

• Una notizia al giorno (per imparare a stare nel mondo) — Leggere una notizia, capirla, discuterla e riscriverla con parole proprie. È educazione linguistica e civica insieme: parole per capire, non per ripetere.

• Tempo per chi ne ha più bisogno (recupero vero, non scarico) — Se “fare parti eguali fra disuguali” è ingiusto, allora serve tempo diverso per bisogni diversi: anche due pomeriggi al mese possono cambiare l’andamento di una classe, se sono organizzati bene.

• Uno scopo chiaro per lo studio — “Agli svogliati basta dargli uno scopo.” Vuol dire: ogni unità didattica dovrebbe rispondere alla domanda «a cosa mi serve?». Se non sai rispondere, probabilmente stai insegnando solo “programma”, non strumenti di vita.

Riferimento bibliografico

Scuola di Barbiana (sotto la guida di Don Lorenzo Milani). Lettera a una professoressa. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina, 1967.

Scuola di Barbiana [a cura di Lorenzo Milani]. Lettera a una professoressa. Postfazione di Alberto Melloni; con uno scritto di Pietro Citati. Milano: Mondadori, 2023, coll. Oscar moderni, 204 p. ISBN 9788804782032.

Nota: il testo è reperibile anche gratuitamente online in alcune scansioni/PDF presenti in biblioteche digitali e archivi scolastici. Per correttezza editoriale, è preferibile consultare versioni pubblicate da fonti istituzionali o comunque autorizzate.

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