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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
fornaci di barga

Clèmentine Pacmogda a Fornaci di Barga. Il progetto: “Un pozzo per il Burkina Faso”

Ci sono storie che non si dimenticano, perché riescono a mettere in discussione le nostre certezze quotidiane. In un mondo dove basta girare una manopola per avere acqua potabile, ascoltare Clementine Pacmogda è come un bagno di verità. Ti fa sedere in silenzio e ascoltare con rispetto. Ti obbliga a guardare oltre il tuo rubinetto.

È quanto è accaduto martedì 10 giugno alla biblioteca de “Gli incartati”, nello spazio sopra la stazione fs di Fornaci di Barga. Una serata promossa dal gruppo culturale “Gli Incartati”, che ha voluto offrire alla comunità un momento di riflessione e testimonianza dal titolo “Sorella Acqua, la grande sete”. Ha presentato l’incontro Annamaria Botti, mentre Clementine Pacmogda – ospite e protagonista della serata – ha preso la parola per raccontare con sincerità e forza la sua esperienza personale legata al tema dell’acqua e molto più.

Clementine è nata in Burkina Faso, uno dei paesi del Sahel, dove l’acqua è un bene raro, prezioso e faticosamente conquistato. Cresciuta senza genitori biologici, ha iniziato tardi la scuola e ha vissuto molte difficoltà, ma è riuscita a laurearsi in linguistica in Burkina Faso, a vincere un concorso per la Scuola Normale Superiore di Pisa, e a ottenere un assegno di ricerca presso l’Università Federico II di Napoli. Ma prima di questi successi accademici, c’è stata una vita segnata dalla sete, dalla povertà e da una lotta costante per la sopravvivenza.

“Oggi parliamo dell’acqua,” ha detto Clementine “Anche quando trovavamo l’acqua, non era mai limpida. Psicologicamente impari a non finirla mai”. Con parole semplici e potenti, Clementine ha raccontato cosa significa crescere in un villaggio dove l’acqua è un sogno e una battaglia, dove ogni goccia è guadagnata e conservata, dove anche un bicchiere pieno non si beve mai tutto, perché in fondo ci sono i sedimenti. “La natura non ci ha fatto sconti”, ha detto. “Tutto quello che abbiamo dobbiamo conquistarlo. E per le donne è ancora più difficile.” La loro vita si divide tra lavoro nei campi, lavori domestici, cura della famiglia, e persino i bambini, anche piccoli, sono coinvolti. Racconta come la scarsità d’acqua influenzi ogni aspetto della vita: dal cibo, all’igiene, alla salute.

Uno dei racconti più toccanti è stato quello della ricerca dell’acqua in tre stagni, con altri due ragazzini del villaggio. Il primo stagno era asciutto, il secondo prosciugato, nel terzo c’era ancora qualcosa. “Non importa se potabile o no,” ha detto, “quando hai sete, è acqua. È speranza.” In quei luoghi, la mancanza di acqua non toglie solo benessere, ma cancella anche l’infanzia, la spensieratezza, i sogni.

Ma la sete non è solo quella del corpo. Clementine ha condiviso anche una sete diversa: quella dell’amore materno, negato per anni. Ha raccontato l’incontro con la madre biologica, che pensava morta, in un momento davvero emozionante, che ha toccato tutto il pubblico presente. La madre era stata costretta ad allontanarsi, e Clementine era cresciuta nella famiglia paterna. Quando la vide per la prima volta non la riconobbe. “Se tuo figlio non ti riconosce, o non sei stata mamma, o non ti è stato permesso di esserlo,” ha commentato con lucidità.

Dopo un iniziale distacco emotivo, le due hanno ricostruito un legame profondo grazie all’impegno della madre. Ad oggi, purtroppo è malata, e Clementine ha potuto finalmente regalarle un rubinetto in casa. Ma anche da quel rubinetto spesso non esce nulla: a volte solo due gocce, a volte solo aria, ma intanto il contatore gira e la bolletta si paga. Da qui è nato il progetto che Clementine sta portando avanti con determinazione: la costruzione di un pozzo nel villaggio di Kombissiri.

Grazie all’aiuto di un conoscente in Burkina Faso che ha svolto i rilievi e progettato l’intervento, il pozzo potrebbe diventare realtà con 8000 euro, cifra necessaria per la perforazione, la costruzione della base, l’installazione di un serbatoio con rubinetti. Non solo per la madre, ma per tutto il villaggio. Clementine ha mostrato anche un video della nipotina che versa l’acqua dai bidoni nel contenitore più grande, segno di una quotidianità dura ma intrisa di dignità.

Il progetto è promosso dalla onlus Badenyà, parola che significa “fratellanza”. E proprio questo spirito vuole guidare la raccolta fondi, con l’invito a tutti a contribuire.

IBAN: IT65O0832505473000000208381
Banca Credito Cooperativo – intestato a Progetto Badenyà
Causale: Erogazione liberale per pozzo Kombissiri

Al termine dell’incontro, Annamaria Botti ha letto il celebre “Cantico delle creature” di San Francesco, ricordando quanto l’acqua sia non solo una risorsa naturale, ma anche un simbolo vitale. A seguire, la lettura di una fiaba africana, che ha lasciato in tutti il messaggio più semplice e più vero: “Anche una goccia può spegnere un incendio. Anche un piccolo gesto, se condiviso, può cambiare la realtà.” L’acqua, ha detto Clementine, “è l’unica cosa che quando manca, manca tutto.” Non è solo un elemento: è condizione di sopravvivenza, è diritto, è dignità.

Foto di Nicola Tognetti

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