La Garfagnana è un luogo incantevole. Una terra che spesso ti lascia senza parole: per i paesaggi che sorprendono e per le tradizioni che, ostinate, resistono al tempo.
Tra queste ce n’è una che mi sta particolarmente a cuore: quella del contafole. Nel mondo garfagnino il contafole era – ed è – il raccontastorie. Non leggeva da un libro: pescava dalla memoria, dall’ascolto, dalla voce. Un mestiere antico, nato non solo per intrattenere, ma per salvare una lingua.
Il dialetto garfagnino, mi è stato detto, è difficile da scrivere. Parlarlo, invece, è un po’ più facile. E così le storie passavano di bocca in bocca, di sera in sera, senza carta, ma con tanta voce.
Io ne conosco uno di contafole speciale. E a lui ho fatto tre domande semplici, di quelle che sembrano leggere ma tengono dentro un mondo.
La prima: perché nasce il contafole?
La risposta è stata chiara: “Per la salvaguardia del dialetto garfagnino. Perché se una lingua non si parla, si perde. E raccontare è un modo per tenerla viva“.
La seconda: qual è stata la prima fola che hai ascoltato?
La risposta è arrivata senza esitazioni: “Guerrin Meschino. Una storia ascoltata da bambino, raccontata da suo padre Mario. Perché spesso le prime fole non si dimenticano: si radicano“.
La terza: cosa rende una fola una vera fola?
“Non il contenuto, non il finale. Ma il modo di raccontarla. Il ritmo, le pause, lo sguardo, la voce che cambia. Perché una fola non è solo una storia: è un’esperienza condivisa“.
Oggi le fole hanno ancora vita grazie a persone come lui. Persone che le hanno ascoltate da piccoli e che sentono il bisogno di rimetterle in circolo, di trasmettere tradizioni che spesso sembrano non trovare più spazio.
Il contafole non era solo “uno che racconta storie”. Era una memoria vivente, una voce collettiva. Non inventava per sé: custodiva per gli altri. Raccontava la sera, davanti al camino, quando il lavoro era finito e il tempo rallentava. Perché le fole nascono quando il tempo non corre — l’esatto opposto di oggi. Ogni racconto portava con sé una morale, mai dichiarata apertamente, ma sentita. Serviva a mettere in guardia, a spiegare l’inspiegabile, a tenere unita una comunità.
Il dialetto garfagnino vive di ritmo, pause, tono. Cambia da valle a valle. Scriverlo lo irrigidisce, raccontarlo lo mantiene vivo. … quindi è anche un atto di resistenza linguistica.
Il narratore speciale che conosco — il papà di un’amica — oggi racconta persino su YouTube. Un gesto che sembra moderno, ma in realtà è antichissimo: usare il mezzo che hai per tramandare ciò che conta.
E allora viene spontanea una domanda: se si perdono queste tradizioni, chi racconterà di noi? Chi racconterà di come si stava seduti davanti al camino, con il buio fuori e una voce che riempiva la stanza più del fuoco? Chi racconterà le parole storte, il dialetto che non si scrive bene ma si dice meglio, le pause, gli sguardi, le risate trattenute?
Io le fole le conosco perché ho avuto una maestra senza cattedra. Una persona che mi ha insegnato senza insegnare, raccontando. È grazie a lei se oggi certe storie non sono solo “tradizione”, ma ricordi vivi, impressi addosso come l’odore della legna che brucia.
Perché se smettiamo di raccontarci, smettiamo anche di riconoscerci. E senza storie, senza fole, senza voci, rischiamo di diventare un posto bellissimo, sì — ma muto.
Ringrazio Andrea Campoli detto “il Tatone” per avermi dedicato il suo tempo.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R