Il mio primo incontro con il mondo del lavoro risale all’estate del 1971. Ero ancora studente: frequentavo le scuole superiori, il primo anno a Lucca. Durante le vacanze estive andai a lavorare alla Plinc di Borgo a Mozzano, una grande fabbrica di confezioni che rappresentava una realtà fondamentale per l’economia di tutta la Valle del Serchio.
Riuscii a entrare in quell’azienda anche grazie a un legame familiare: mia mamma era cugina della Signora Iolanda Lucchesi, la titolare dello stabilimento insieme al marito Signor. Pietro Palagi. Ricordo ancora benissimo il mio primo giorno. Arrivai in fabbrica emozionato e un po’ intimorito. La Signora Iolanda, mi accompagnò personalmente all’interno dello stabilimento e mi affidò alla Signorina Maria Malgari capo catena e responsabile della produzione.
Quando entrai nella catena dove venivano confezionate le giacche e pantaloni accompagnato dalla signorina Maria, rimasi sorpreso e allo stesso tempo spaventato. Vedere come funzionava quella lunga catena di persone così precisa e organizzata, per me che ero giovanissimo era qualcosa di impressionante. La signorina Maria mi portò a una postazione e mi disse: “Questo è il tuo lavoro: devi aprire le cuciture di queste giacche”.
La catena era composta quasi esclusivamente da donne. Ogni punto aveva un compito ben preciso: il lavoro iniziava dall’inizio della fila e, passaggio dopo passaggio, arrivava alla fine, dove la giacca o il pantalone risultavano completi. Il mio compito era quello di aprire le cuciture con il ferro da stiro a vapore e di rifinirle bene la piega. Era un lavoro semplice, ma fondamentale per la qualità del capo finito.
Avrei preferito andare a lavorare in magazzino, dove c’erano i miei amici Franco e Bruno, e anche altri ragazzi e il responsabile era il Signor Renato Amidei. Mi sembrava un lavoro più “da uomini”, forse perché ero giovane e avevo ancora quell’idea un po’ ingenua delle cose. Invece no: fui inserito nella catena, vicino a tante donne.
Quelle donne mi hanno insegnato a lavorare, a stare insieme, a condividere piccoli e grandi problemi. Avevo appena sedici anni, ma porto ancora oggi quel periodo nel cuore.
La mia emozione era grande nel vedere uno stabilimento così importante, dove ognuno sapeva esattamente cosa fare. Fui accolto molto bene e, anche se all’inizio non fu facilissimo entrare nella dinamica aziendale, con il tempo mi ambientai. Ricordo in particolare che sopra di me c’era una ragazza giovane, molto carina, che si chiamava Giovanna.
Posso dire con certezza che quello stabilimento era come una famiglia. Ricordo tante figure importanti, i capi catena che organizzavano il lavoro con attenzione e competenza: la signora Lia, la signora Giulia in tagliatura e la signora Nardi, anch’essa in tagliatura.
Come prima esperienza di lavoro fu bellissima. Rimasi alla Plinc per tre mesi, fino a ottobre, quando tornai a scuola. Tornai poi a lavorarci anche l’estate successiva, nel 1972.
Lo stabilimento di Borgo a Mozzano era una risorsa fondamentale per il paese. La Plinc non era una fabbrica qualunque: produceva capi di abbigliamento destinati all’esercito italiano e ad altre importanti aziende ed enti pubblici, come l’ATAC di Roma, la Marina Militare e altre realtà istituzionali. Questo dava ancora più valore e prestigio al lavoro svolto quotidianamente all’interno dello stabilimento. Ricordo ancora quando, all’uscita dai turni, le operaie e gli operai — in maggioranza donne — invadevano le vie del paese. C’era chi andava a comprarsi un panino, chi una pizza al Pescatore: Borgo a Mozzano diventava vivo, animato.
Ricordo anche le poche volte in cui entrai negli uffici, dove la Signora Iolanda Lucchesi e suo marito Signor Pietro Palagi, proprietari dell’azienda, ricevevano le persone; c’era una grande vetrata che permetteva di vedere tutto lo stabilimento al piano terra: un colpo d’occhio che rendeva l’idea della concentrazione e dell’impegno con cui si lavorava.
Sono immagini che non potrò mai dimenticare. Ricordo l’ingresso dei dipendenti, il mio primo cartellino timbrato, una realtà completamente diversa da quella di oggi. Quando oggi passo nel luogo dove un tempo sorgeva lo stabilimento Plinc, vedo che tutto è cambiato: al suo posto c’è un grande centro commerciale. Della fabbrica non resta più nulla, se non il ricordo di ciò che ha rappresentato per Borgo a Mozzano e per tutta la Valle del Serchio.
Ricordo tante persone, tante ragazze. Io ero molto giovane e a volte arrossivo per le battute di quelle donne, spesso più grandi di me. Un imbarazzo tenero, adolescenziale, che oggi fa sorridere ma che allora era parte della mia crescita.
Ancora oggi, quando incontro persone che hanno vissuto quell’esperienza, come mia cognata Danila, condividiamo ricordi, episodi, nomi che riaffiorano piano piano.
Questo mio scritto vuole essere soprattutto un tributo sincero alle donne della Plinc di Borgo a Mozzano. Donne che, con il loro lavoro quotidiano, silenzioso e instancabile, hanno reso grande questa fabbrica e, insieme ad essa, un intero territorio.
Anche se oggi non riesco a ricordare tutti i nomi, ognuna di loro ha lasciato un segno. Non erano solo operaie: erano madri, figlie, sorelle, colonne portanti delle loro famiglie e della comunità.
Senza di loro, la Plinc non sarebbe mai diventata un’industria capace di fare la storia della Valle del Serchio.