Non (solo) un racconto eroico in occasione del 60° anniversario: l’alluvione di Firenze intercetta un cambiamento già “nell’aria” tra i giovani e lo trasforma in esperienza concreta. Poi, inevitabilmente, arriva la domanda: come si passa dal “fare insieme” alla politica organizzata — e cosa si perde, in quel passaggio?
Certe date non restano nella storia solo per ciò che distruggono, ma per ciò che mettono in moto. L’alluvione di Firenze del 1966 è una di queste: una città sprofondata nel fango, soccorsi complessi, un’intera comunità travolta.
A sessant’anni di distanza, però, il punto non è aggiungere l’ennesima rievocazione. Il punto è capire perché quell’evento ha inciso così tanto anche fuori da Firenze — e perché, sociologicamente, assomiglia a una soglia: un “prima” e un “dopo” nel rapporto tra giovani, società e istituzioni.
Un cambiamento nell’aria, ma senza sbocco.
Nel 1966 il mutamento generazionale è già percepibile: modernizzazione rapida, nuovi consumi, nuovi linguaggi culturali, desiderio di autonomia. Ma per molti giovani quel cambiamento resta ancora senza forma collettiva stabile. C’è inquietudine, c’è ricerca, c’è una voglia di contare che però non trova ancora un canale chiaro.
Non è ancora il ’68: manca un lessico condiviso, mancano strutture e riti del conflitto, manca — soprattutto — la convinzione diffusa che “si può” incidere davvero sull’ordine delle cose.
Poi arriva l’Arno. E accade qualcosa di tipico delle crisi: l’azione precede le parole.
L’emergenza come accesso immediato alla scena pubblica.
Un disastro funziona come un “rivelatore sociale”: accelera decisioni, mette a nudo fragilità, svela quanto (e come) le comunità siano capaci di coordinarsi.
Nella ricostruzione del Dipartimento della Protezione Civile, l’alluvione del ’66 evidenzia l’inadeguatezza del sistema centrale dei soccorsi: l’esondazione non viene preannunciata per l’assenza di una rete di monitoraggio; nei primi giorni aiuti e soccorsi arrivano quasi esclusivamente dai volontari (“angeli del fango”) e dalle truppe in città; solo diversi giorni dopo lo Stato riesce a introdurre una rete di soccorso organizzata.
Questo dettaglio conta: perché consegna a migliaia di giovani un’esperienza rara, quasi improvvisa. In un tempo in cui spesso si è “spettatori”, l’emergenza li rende protagonisti. Non in astratto, ma davanti a tutti: mani nel fango, fatica, organizzazione, risultati visibili.
Firenze, poi, ha una particolarità che amplifica tutto: l’emergenza non riguarda solo case e negozi, ma anche ciò che la città rappresenta nel mondo. La Biblioteca Nazionale Centrale, costruita vicino all’Arno, viene investita in pieno e l’alluvione sommerge quasi un milione di unità bibliografiche collocate ai piani bassi dell’edificio. La Basilica e il Quartiere di Santa Croce, la zona degli Uffizi, e molti altri luoghi ricchi di capolavori finiscono sott’acqua.
Qui il “fare” assume un significato ulteriore: non si tratta soltanto di ripulire, ma di proteggere un bene comune che è anche simbolico. È un’esperienza potentissima per chi vi partecipa: quello che faccio oggi non serve solo a me o al mio quartiere; serve a qualcosa che supera me.
La domanda inevitabile: solidarietà apolitica o anticamera del ’68?
Ecco il punto che interessa oggi: Firenze ’66 è stata davvero un’ondata “fuori dalla politica”, o una forma di politica ancora senza bandiere?
Una risposta possibile è questa: l’alluvione non “produce” il ’68, ma offre una palestra. Per molti giovani è la prima volta che sperimentano, insieme, tre cose che poi diventeranno centrali nella politicizzazione:
– l’azione collettiva funziona davvero;
– l’autorità può essere lenta o impreparata;
– la legittimità non scende solo dall’alto: si conquista anche dal basso, davanti a tutti.
Quando questa esperienza si deposita, può trasformarsi in domanda: perché l’energia del “noi” deve emergere solo nelle catastrofi? Perché il quotidiano appare immobile? Chi decide le priorità, e in nome di cosa?
È qui che il “mutamento nell’aria” trova una prova concreta — e quindi anche un possibile sbocco. Ma il passaggio al “dopo” non è automatico. Nel ’66 l’urgenza unisce: nasce un “noi” concreto, fatto di lavoro e coordinamento, e quel “noi” viene anche riconosciuto e legittimato. Quando però l’emergenza finisce, resta una certezza nuova: insieme si può incidere. E allora la solidarietà può trasformarsi in domanda: perché contiamo solo nelle crisi? Chi decide nella normalità? Qui sta la continuità — reti, competenze, senso di efficacia — e qui la discontinuità: dall’agire per riparare insieme si può passare al chiedere voce e, se serve, al contestare.
Il passaggio delicato: dalla solidarietà alla politica organizzata (e il rischio di assorbimento).
Ma l’Italia di allora è anche un Paese in cui la politica, per esistere con continuità, passa quasi sempre attraverso forme organizzate: partiti e sindacati, e poi — sempre più — nuove costellazioni di movimento.
Quando una nuova energia sociale diventa visibile, le organizzazioni provano a intercettare, interpretare, tradurre. In ogni caso, ciò che nasce come “fare” orizzontale rischia di diventare rapidamente appartenenza, linea, identità di campo.
E qui sta l’ambivalenza: il “fare” di Firenze ’66 può essere prodromico a un fare-politica più esplicito; ma quando quella spinta cerca durata e riconoscimento, può anche essere assorbita e ridotta a strumento — elettorale o ideologico — perdendo una parte della sua immediatezza e pluralità. Una parte dei giovani accetta il passaggio (perché vuole cambiare le cose dentro le regole); un’altra lo rifiuta e sperimenta l’autonomia. Il ’68, in fondo, è anche questo: un conflitto su chi ha il diritto di parlare in nome dell’energia collettiva che si è vista all’opera.
Perché riguarda anche noi, nel Serchio.
Per i territori di fiume, dal Serchio in giù, Firenze ’66 non è solo memoria: è una lente per leggere il rapporto tra comunità e istituzioni nelle emergenze. E soprattutto è una domanda attuale: esistono ancora spazi in cui i giovani possano contare attraverso il fare, senza che tutto diventi subito tifoseria o marketing identitario?
Forse l’eredità più viva degli “angeli del fango” è proprio questa soglia: il momento in cui un cambiamento già presente — ma ancora senza sbocco — trova un gesto concreto. E da quel gesto nasce una consapevolezza: la società non è qualcosa che “si subisce” soltanto. È qualcosa che, qualche volta, si può costruire.
Fonti essenziali
Dipartimento della Protezione Civile, Firenze 1966: l’alluvione e gli “angeli del fango” (dossier/PDF) e schede storiche sul 1966.
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (BNCF), materiali e schede su L’alluvione del 1966 (con bibliografia).
Progetto CEDAF / Università di Firenze – Sistema Bibliotecario, Archivio degli Angeli del Fango (raccolta testimonianze e materiali).
Giovanni Grazzini, articolo sul Corriere della Sera (10 novembre 1966), spesso indicato come origine della formula “angeli del fango” (richiamato in ricostruzioni successive).
Rai Teche e RaiPlay: archivi e programmi dedicati all’alluvione di Firenze e agli “angeli del fango”.
Elisa Di Renzo, Una biblioteca, un’alluvione. Il 4 novembre 1966 alla Nazionale di Firenze: storia di un’emergenza, AIB, 2009.
Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943–1988, Einaudi (per il contesto storico-sociale degli anni ’60).
Donatella della Porta, Mario Diani, I movimenti sociali, NIS, 1997; Alberto Melucci,
L’invenzione del presente, Il Mulino, 1982; Sidney Tarrow, Power in Movement (per la cornice teorica su mobilitazione e rapporto movimenti–istituzioni).