Ogni anno arriva l’8 marzo e, puntuale, si parla di mimose, cene tra amiche e serate dedicate alle donne. Ma la verità è che, prima di essere una festa, è una ricorrenza: una giornata nata per ricordare le lotte delle donne per i diritti, il lavoro e la dignità.
La giornata che oggi conosciamo come International Women’s Day affonda infatti le sue radici nei primi anni del Novecento, tra proteste operaie e rivendicazioni sociali. Donne che chiedevano condizioni di lavoro più giuste, il diritto di voto e il riconoscimento del proprio ruolo nella società. Non nasce quindi come una celebrazione leggera, ma come memoria di una battaglia civile.
Forse è proprio per questo che quando qualcuno dice “auguri” in questa data, il significato dovrebbe essere un po’ diverso da quello di una festa tradizionale. Non sono auguri come quelli di un compleanno.
Semmai dovrebbero essere un augurio di forza.
Un modo per dirsi — tra donne, ma non solo — continuiamo ad andare avanti, continuiamo a pretendere rispetto, continuiamo a non dare per scontate le conquiste fatte.
Il problema è che spesso l’8 marzo viene percepito semplicemente come la festa della donna, quasi fosse una ricorrenza simile a San Valentino, con regali, mimose e serate dedicate. Ma non è nata per essere questo.
Per questo a volte mi chiedo: che senso ha regalare una mimosa se non si sa davvero perché lo si fa?
Il gesto in sé è anche bello, certo. Ma senza consapevolezza rischia di diventare solo una tradizione ripetuta per abitudine, svuotata del suo significato.
In Italia la mimosa è diventata nel tempo il simbolo di questa giornata. Non tutti sanno però che la scelta risale al 1946, quando alcune attiviste dell’Unione Donne Italiane cercavano un fiore che potesse rappresentare l’8 marzo. Doveva essere semplice, accessibile a tutti e facile da trovare proprio in quel periodo dell’anno.
La mimosa rispondeva perfettamente a queste caratteristiche: cresce spontaneamente in molte zone del Paese e il suo colore giallo acceso sembra quasi annunciare l’arrivo della primavera. Da allora è rimasta il simbolo della giornata, un piccolo segno che nelle intenzioni originarie voleva ricordare soprattutto la solidarietà tra donne.
Personalmente, l’8 marzo l’ho sempre osservato da una prospettiva un po’ diversa. Per anni ho lavorato nella ristorazione e quella giornata l’ho vissuta quasi sempre dietro le quinte, dall’altra parte della sala.
Ricordo ristoranti pieni, tavolate di amiche, un’atmosfera diversa dal solito. Per l’occasione molti locali preparavano menù dedicati, decorazioni speciali, perfino piccoli omaggi pensati per le clienti. Era una di quelle serate in cui bisognava prenotare con largo anticipo, perché i posti si riempivano velocemente.
Dalla mia posizione di osservatrice vedevo soprattutto tanta allegria, risate, voglia di stare insieme. Per molte donne sembrava essere anche un momento di leggerezza, quasi uno sfogo dalla routine quotidiana.
Negli anni, però, questa ricorrenza ha assunto sempre più anche i tratti di una vera e propria festa commerciale: eventi a tema, serate nei locali, spettacoli organizzati appositamente per quella data.
Eppure, osservando tutto ciò, mi sono spesso chiesta quanto quel modo di vivere l’8 marzo fosse davvero legato al significato originale della giornata.
Forse anche per questo, vivendo oggi nel Regno Unito, ho notato una differenza interessante. In Gran Bretagna — e in particolare a Londra — questa giornata è spesso accompagnata da incontri, conferenze e iniziative dedicate al ruolo delle donne nella società, alla parità nel lavoro e alle opportunità.
Lo stesso accade anche in Scozia e in Irlanda, dove università, associazioni e comunità organizzano dibattiti ed eventi culturali. Più che una festa, diventa l’occasione per fermarsi a riflettere su quanta strada sia stata fatta — e su quanta ne resti ancora da percorrere.
Nel parlare di dignità, identità e diritti delle donne è difficile non pensare a figure che hanno dedicato la propria vita a queste battaglie. Tra queste c’è sicuramente Maya Angelou, poetessa, scrittrice e attivista per i diritti civili.
Con i suoi scritti ha raccontato il coraggio di essere se stessi, la forza di rialzarsi dopo le difficoltà e l’importanza di non smettere mai di credere nel proprio valore. Le sue parole, ancora oggi, continuano a ricordare quanto la dignità e il rispetto non siano conquiste da dare per scontate.
Io penso che anche questo sia il senso più profondo dell’8 marzo: non soltanto ricordare le battaglie del passato, ma continuare a dare spazio alle voci, alle storie e alle esperienze delle donne.
Come scriveva Maya Angelou:
«La mia fierezza ti disturba?
Perché ti avvolge il malumore?
Perché cammino come se avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio salotto?
Proprio come la luna e come il sole,
con la certezza delle maree,
come le speranze che risorgono alte,
ancora mi rialzo.»
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R