La pratica ordinaria si assottiglia, i sacramenti dell’iniziazione reggono più dei comportamenti adulti, il dopo-cresima resta il passaggio più fragile e il matrimonio religioso diventa una scelta selettiva. Letta alla luce del quadro interpretativo proposto da Franco Bonarini, la condizione religiosa della Garfagnana e della Media Valle del Serchio non coincide con una semplice scomparsa della fede, ma con una riorganizzazione dei modi di appartenere, praticare e riconoscersi nella tradizione cattolica.
Premessa metodologica
Questo articolo propone una lettura sociologica della condizione del cattolicesimo in Garfagnana e nella Media Valle del Serchio. Non è un’indagine statistica autonoma né una presa di posizione personale: si fonda sui materiali pubblici dell’Arcidiocesi di Lucca — documenti della visita pastorale, questionari, programmi e resoconti di comunità — e sui dossier della Caritas diocesana. Le fonti non sono omogenee per tutto il territorio. Alcune riguardano l’intera area pastorale, altre singole comunità o presìdi ecclesiali. Per questo i casi citati vanno letti come indicatori di tendenza, non come fotografia integrale della Valle.
Proprio qui il lavoro di Franco Bonarini, Mutamenti dei comportamenti religiosi in Italia, risulta utile come telaio metodologico. La sua lezione principale è che la religiosità non si misura con un solo indicatore e che i dati grezzi, presi da soli, possono essere fuorvianti. Occorre distinguere tra appartenenza formale, pratica effettiva, partecipazione ai sacramenti, scelte familiari, vocazioni, rapporto con la scuola e presenza ecclesiale nella società; inoltre bisogna tenere conto dei mutamenti strutturali della popolazione, delle differenze generazionali e della pluralizzazione intervenuta negli ultimi decenni. Anche se il suo studio è diversi anni fa resta prezioso come quadro interpretativo di lungo periodo.
Questa impostazione consente di leggere con più precisione anche il materiale valligiano. La Media Valle emerge soprattutto attraverso Bagni di Lucca e Diecimo; la Garfagnana attraverso i poli di Castelnuovo, Camporgiano e Piazza al Serchio; i dati Caritas di Borgo a Mozzano, Castelnuovo Garfagnana e Alta Garfagnana illuminano invece la presenza sociale della Chiesa. Il punto, dunque, non è stabilire se il territorio sia ancora o non sia più “cattolico” in senso generale, ma capire in quali forme concrete continui a esserlo e dove, invece, l’appartenenza si assottigli o cambi natura.
Una tesi da precisare
La tesi di fondo può essere formulata così: in Garfagnana e nella Media Valle del Serchio la fede non sparisce, ma cambia posizione nella vita sociale. Il cattolicesimo locale non vive più dentro una società in cui la parrocchia organizza automaticamente l’intero corso della vita collettiva. L’area pastorale conta ancora 8 comunità parrocchiali, 167 parrocchie e 49.434 abitanti: una presenza capillare e storicamente radicata. Ma non basta più dire che un territorio “è cattolico” per capire come vi si viva la religione.
Seguendo la distinzione suggerita da Bonarini, bisogna separare almeno cinque piani: l’appartenenza culturale, la pratica liturgica ordinaria, la partecipazione ai sacramenti, i comportamenti familiari dell’età adulta e la presenza ecclesiale nei momenti di fragilità e di prossimità sociale. Soltanto mettendo insieme questi livelli si evita sia l’illusione di una continuità intatta sia la semplificazione opposta, secondo cui il calo della messa domenicale basterebbe da solo a certificare la “fine” della religione.
Da questo punto di vista, il quadro valligiano appare abbastanza netto. Tengono di più i riti che restano visibili alla comunità e investiti di un significato pubblico o familiare. Tengono meno le pratiche che chiedono continuità, scelta adulta e fedeltà ordinaria. La messa domenicale appare il luogo più fragile. L’iniziazione cristiana conserva invece una capacità di attrazione almeno fino alla cresima. Il matrimonio religioso diventa più selettivo. Il dopo-cresima è il passaggio più scoperto. Non è la scomparsa del sacro; è piuttosto la fine della sua distribuzione uniforme e automatica nella vita collettiva.
Una diocesi che osserva il fenomeno con indicatori differenziati
La stessa diocesi imposta così il problema. Nel Questionario pastorale della visita non chiede soltanto quante attività si svolgano nelle parrocchie: chiede come sia cambiata la partecipazione alla messa domenicale negli ultimi cinque anni, quale sia la presenza nelle domeniche ordinarie e a Natale o Pasqua, quanti sacramenti vengano celebrati, quale rapporto ci sia tra prima comunione e cresima, come evolvano matrimoni civili, convivenze e natalità, e se crescano altre religioni o nuove forme spirituali. La questione, dunque, non è più soltanto quante persone si dichiarino cattoliche, ma come e fino a che punto continuino a vivere concretamente un’appartenenza ecclesiale.
È un passaggio importante, perché coincide con la cautela metodologica di Bonarini. Anche nel caso italiano, infatti, la religiosità non può essere ridotta a un’unica variabile. Una cosa è il numero dei battezzati; un’altra la frequenza alla messa; un’altra ancora la partecipazione ai sacramenti, la scelta del matrimonio religioso o il rapporto di fiducia con la Chiesa. Il vantaggio di questa impostazione, applicata alla Valle, è che impedisce di forzare le fonti. Allo stato dei materiali pubblici non esiste una tabella aggregata unica per tutta la Garfagnana e la Media Valle con percentuali puntuali su pratica domenicale e sacramenti. Sarebbe scorretto attribuire all’intero territorio numeri che non sono stati pubblicati. Ma la direzione del mutamento emerge ugualmente con chiarezza.
Sacramenti dell’iniziazione: tenuta relativa, non continuità piena
Questo si vede già nel modo in cui la diocesi formula le sue domande. Per i sacramenti dell’iniziazione non interessa solo il numero complessivo: interessa anche quanti ragazzi, dopo la prima comunione, arrivino poi alla cresima. Il segnale è chiaro. Fino a una certa soglia il meccanismo della trasmissione religiosa continua a reggere, ma regge soprattutto come rito sociale e familiare, più che come scelta spirituale interiorizzata e stabile.
Su questo punto l’apporto di Bonarini è particolarmente utile. Nel quadro nazionale egli mostra che la diminuzione dei battesimi, delle prime comunioni e delle cresime va letta distinguendo i dati assoluti dalle trasformazioni del contingente dei nati e delle famiglie. Ciò non significa negare il calo, ma interpretarlo meglio. I numeri grezzi fanno vedere il declino; l’analisi più fine mostra che i sacramenti dell’iniziazione resistono più a lungo di altri indicatori e che non tutti i cali assoluti hanno lo stesso significato sociologico. Trasposto con prudenza sul caso valligiano, questo suggerisce che la tenuta dell’iniziazione cristiana non va scambiata per una continuità piena della pratica, ma neppure liquidata come pura inerzia senza significato. È piuttosto il segno di un legame che resta forte nei passaggi familiari e comunitari più esposti.
Il nodo generazionale: il dopo-cresima come punto critico
Il punto critico emerge subito dopo. Alcuni documenti locali dell’ultima visita pastorale sono molto espliciti. Nel programma triennale della comunità Santa Madre di Dio di Bagni di Lucca si osserva che la partecipazione alla catechesi “stride” con l’assenza alla messa domenicale e alla vita parrocchiale; il dopo-cresima viene definito fallimentare e bisognoso di nuovo impulso. Nello stesso testo si collega il calo dei fedeli non solo alla minore frequenza alla messa, ma anche alla quasi totale assenza di matrimoni religiosi, alla richiesta incerta del battesimo e, in alcuni casi, perfino al suo rifiuto. Il quadro della Media Valle, qui, è netto: la catechesi non si traduce facilmente in appartenenza stabile.
Un riscontro complementare viene dalla comunità di San Giovanni Leonardi, con riferimento a Diecimo nel comune di Borgo a Mozzano. I materiali della visita indicano una comunità di 19 parrocchie e 4.632 abitanti. Anche qui il nodo centrale è la trasmissione della fede alle nuove generazioni e la difficoltà di trasformare i percorsi dell’iniziazione in una partecipazione adulta e continuativa.
È precisamente su questo passaggio che il lavoro di Bonarini offre la chiave più convincente. La sua lettura per generazioni mostra che la partecipazione regolare alla messa si riduce in tutte le coorti considerate e che il salto più sensibile si registra tra l’adolescenza e la prima giovinezza. In altre parole, il problema del dopo-cresima non è soltanto una difficoltà organizzativa locale, ma uno snodo strutturale del cattolicesimo contemporaneo: la cresima tende sempre più a segnare la fine di un percorso, non l’inizio di una maturazione ecclesiale. I documenti valligiani non fanno che rendere visibile, in scala ravvicinata, questa stessa dinamica.
La pratica domenicale: indicatore decisivo, ma non totale
La messa domenicale resta un indicatore decisivo, perché misura la continuità di un’appartenenza effettivamente praticata. Anche qui, però, la cautela è necessaria. Bonarini ricorda che le dichiarazioni sulla frequenza alla messa possono sovrastimare il comportamento reale e che, comunque, la pratica liturgica non esaurisce l’intera esperienza religiosa. Applicato alla Valle del Serchio, questo significa due cose.
La prima è che la fragilità della pratica ordinaria va presa molto sul serio. Tutti i documenti locali convergono nel segnalare che la partecipazione festiva è l’anello più debole della catena. La seconda è che non si può far coincidere l’intera religiosità con la sola presenza alla messa. Un territorio può vedere diminuire la pratica regolare e continuare tuttavia a esprimere appartenenza nei sacramenti, nelle feste patronali, nel rapporto con i morti, nei momenti del lutto, nell’ascolto e nella domanda di accompagnamento. Questo non attenua il problema pastorale; lo descrive in modo più realistico.
I comportamenti adulti: il matrimonio religioso come scelta selettiva
Il matrimonio religioso segnala con particolare chiarezza il mutamento dei comportamenti adulti. È significativo che il Questionario pastorale consideri strutturale il monitoraggio di matrimoni civili e convivenze: segno che la trasformazione della vita familiare è ormai uno degli snodi centrali della condizione religiosa. A Bagni di Lucca si parla di quasi totale assenza di matrimoni religiosi, in connessione con una più generale rarefazione della vita parrocchiale. Più in generale, il matrimonio religioso non appare più come il passaggio normale e quasi obbligato della vita adulta, ma come una scelta più selettiva, meno scontata e meno generalizzata.
Anche qui Bonarini aiuta a leggere meglio. Nel quadro italiano mostra che l’aumento dei matrimoni civili è fortissimo, ma mette in guardia dal trasformare i dati assoluti in slogan: sul fenomeno pesano anche i secondi matrimoni, la crescita delle unioni con cittadini stranieri, le convivenze prematrimoniali e più in generale la trasformazione delle biografie familiari. In altre parole, il rito religioso perde centralità non in un vuoto sociale, ma dentro una ridefinizione dell’età adulta. Questo combacia perfettamente con quanto si osserva nella Valle, dove alcune richieste di matrimonio arrivano da coppie conviventi da anni e già con figli, e dove si sono celebrati perfino riti unici di matrimonio e battesimo. Il rito non sparisce; entra più spesso in una biografia familiare già costruita.
Garfagnana e Media Valle: stesso processo, accenti diversi
La Valle del Serchio non è sociologicamente uniforme. La Media Valle, più vicina alla piana e alla città di Lucca, appare più esposta ai flussi economici e culturali esterni. La Garfagnana, più interna e più raccolta, conserva più fortemente il peso della continuità comunitaria, delle tradizioni locali e del legame simbolico con il paese. Questa differenza non va irrigidita, ma aiuta a capire perché le stesse trasformazioni religiose si presentino con tempi e accenti diversi.
Nella Media Valle risaltano soprattutto tre elementi: la rarefazione della pratica ordinaria, la debolezza del dopo-cresima e la trasformazione delle biografie familiari. In Garfagnana emergono invece con maggiore forza la concentrazione delle pratiche in alcuni centri di riferimento, la necessità di coordinare meglio catechesi, liturgia e responsabilità laicali, e una tenuta un po’ più lunga di alcune forme tradizionali di appartenenza. Nella parte occidentale, attorno a Castelnuovo e Camporgiano, il Progetto pastorale 2026-2029 riconosce limiti concreti: proposta debole per le nuove generazioni, educatori poco formati, iniziative troppo clero-centriche, scarsa partecipazione giovanile agli eventi comunitari. La risposta è altrettanto concreta: concentrare la catechesi dei bambini nei CEP di Castelnuovo e Camporgiano e fare dell’oratorio di Castelnuovo, in località Baccanelle, il centro principale per formazione e aggregazione. Nell’alta Garfagnana, attorno a Piazza al Serchio, Sillano, Gorfigliano e Pieve San Lorenzo, un documento sinodale registra che catechismo e celebrazione domenicale si concentrano in alcuni centri di riferimento, con spostamento di persone dai paesi vicini, mentre mancano veri e propri consigli pastorali.
Anche qui la religione non scompare: si concentra, si coordina, diventa più selettiva. In entrambi i casi, però, la tendenza di fondo è la stessa: meno uniformità, meno automatismo, più selezione. La lettura di Bonarini non fornisce una mappa territoriale della Valle, ma aiuta a nominare con rigore questo processo di differenziazione interna.
Non solo declino: la Chiesa come presenza di prossimità
Ridurre tutto alla sola pratica liturgica, però, sarebbe sbagliato. Anche quando perde presa come regolatrice totale dei comportamenti, la Chiesa può restare presente in altri punti decisivi della vita collettiva. Qui entrano in gioco i dossier Caritas. Non misurano la pratica religiosa, ma documentano una presenza sociale concreta. Nei centri di ascolto di Borgo a Mozzano, Castelnuovo Garfagnana e Alta Garfagnana si registrano nel 2022 rispettivamente 68, 90 e 18 contatti; nel 2024 i contatti sono 79, 128 e 16. Questi numeri non esauriscono la complessità della Valle, ma mostrano che la presenza ecclesiale continua a contare almeno in alcuni snodi rilevanti del territorio.
In questo passaggio il confronto con Bonarini è ancora utile. La sua impostazione suggerisce infatti che i legami con la Chiesa non si esauriscono nella partecipazione settimanale alla messa: esistono appartenenze più larghe, meno intense, talvolta intermittenti, ma non per questo irrilevanti. La Chiesa valligiana sembra dunque perdere centralità come istituzione totale, ma conservare riconoscibilità come istituzione di prossimità. Dove un tempo regolava in modo più uniforme il ritmo della vita paesana, oggi appare più forte nei momenti di soglia e nelle zone della fragilità: il lutto, l’accompagnamento delle famiglie, l’ascolto, la povertà, i passaggi biografici ancora pubblicamente riconosciuti.
Pluralizzazione delle appartenenze e tipologie del credere
Anche il quadro religioso complessivo non è più quello di un tempo. La diocesi chiede esplicitamente alle comunità se siano in crescita confessioni cristiane non cattoliche, religioni non cristiane e perfino forme di esoterismo, magia o nuove tendenze spirituali. Questo non autorizza semplificazioni sull’“avanzata” di una religione o dell’altra. Segnala però che neppure l’istituzione ecclesiale legge più la Valle come uno spazio religiosamente omogeneo. Il cattolicesimo locale deve misurarsi insieme con il calo della pratica e con la pluralizzazione delle appartenenze.
In questa prospettiva torna utile anche il richiamo a Silvano Burgalassi, sacerdote e sociologo. Se, come insegna Bonarini, non basta contare i praticanti e bisogna distinguere i modi concreti di vivere l’appartenenza cattolica, allora nella Valle di oggi si possono riconoscere almeno alcune figure ricorrenti: i cattolici di ambiente, legati ai patroni, ai morti, alle feste e alla memoria del paese; i cattolici sacramentali, vicini alla Chiesa nei passaggi esposti della vita ma meno presenti nella pratica ordinaria; i praticanti convinti, minoritari ma stabili; i cattolici affettivi ma distanti; e i selettivi, che compongono il proprio vissuto religioso in modo più individuale e intermittente. Non è una classificazione statistica, ma una tipologia interpretativa coerente con le domande poste dalla diocesi e con le diagnosi che emergono dai documenti.
Conclusione
La conclusione, allora, è meno drammatica di quanto dicano i nostalgici e più esigente di quanto dicano i superficiali. La religione non sembra semplicemente sparire. Cambia il suo modo di stare nella vita sociale. La pratica ordinaria si assottiglia; i sacramenti dell’iniziazione restano più visibili; il dopo-cresima si rivela fragile; il matrimonio religioso tende a diventare selettivo; la presenza ecclesiale conserva peso soprattutto nei momenti di soglia e nelle forme della prossimità sociale.
La riscrittura del quadro valligiano alla luce di Bonarini consente soprattutto una cosa: evitare due errori speculari. Il primo è leggere ogni diminuzione numerica come prova immediata di una desertificazione religiosa totale. Il secondo è scambiare la tenuta dei riti sociali per la persistenza intatta di una civiltà parrocchiale. La realtà sembra stare nel mezzo. Il cattolicesimo della Valle del Serchio non appare semplicemente morire; appare piuttosto scomporsi e ricomporsi: meno uniforme, meno automatico, meno capace di organizzare da solo l’intera vita sociale; ma ancora radicato nella memoria dei paesi, nei riti che continuano a contare, nelle soglie decisive dell’esistenza e nelle reti di aiuto che attraversano il territorio.
Più che una scomparsa della religione, ciò che emerge è il passaggio da una Chiesa del centro a una Chiesa della soglia. Ed è forse proprio qui, più che nei numeri assoluti del declino, che oggi si misura il vero stato di salute della Chiesa in Garfagnana e nella Media Valle del Serchio.