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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
corsagna

Corsagna, il Giovedì Santo di una volta: riti, fede e tradizioni

Il Giovedì Santo, a Corsagna, era prima di tutto la Messa, molto partecipata. Ma era al termine della funzione che si viveva uno dei momenti più intensi e sentiti. Quella Messa ricordava l’Ultima Cena di Gesù, e già dall’inizio si respirava un’atmosfera diversa, più raccolta.

Tra i momenti più significativi c’era la lavanda dei piedi, gesto semplice ma profondo, con cui il sacerdote ricordava l’umiltà di Gesù. A rappresentare i discepoli venivano scelte persone del paese: anziani, giovani e anche i più umili, quelli che vivevano situazioni di povertà.

Era un segno forte, che faceva capire come davanti a quel gesto tutti fossero uguali.
Un momento che colpiva tutti, perché parlava senza bisogno di parole e rimaneva impresso nella memoria.

Al termine della Messa, i confratelli della compagnia di San. Rocco, già preparati nella loro sede, entravano in chiesa: indossavano le tuniche bianche con la mantellina verde e, ordinati, si disponevano per la processione.

In testa a tutti c’era il grande crocione nero di legno, imponente e pesante. A portarlo, secondo una tradizione ben conosciuta, era la famiglia Pellegrini: prima Pacino, poi il figlio Giovanni e infine Bartolomeo. Non era un compito facile: quel crocione richiedeva forza, passo sicuro e rispetto. La processione usciva dalla chiesa, percorreva il piazzale e poi rientrava. I confratelli accompagnavano il cammino con lampioni e flambò, creando un’atmosfera fatta di luci tremolanti nella sera.

Nel frattempo, in chiesa, i fedeli si univano nel canto del Tantum Ergo o del Pange Lingua. Il tutto si arricchiva di solennità con il suono dell’organo, che riempiva la chiesa e accompagnava ogni gesto. Il sacerdote, don Sergio, portava il Santissimo sotto un baldacchino, sorretto da sei confratelli. Dietro di lui seguivano i chierichetti, con la cappina nera e la cota bianca.

Quel gesto segnava il passaggio dall’Ultima Cena alla Passione: l’Eucaristia veniva custodita nel sepolcro come segno della presenza viva di Cristo e memoria della sua sofferenza. Il sepolcro, preparato con cura dai festaioli e dai confratelli, trasformava l’altare maggiore. Tutto era rivestito con velluto rosso e rifiniture dorate. La struttura a gradini portava al tabernacolo. Il padiglione che lo accoglieva era ricco di ceri, luci e fiori, creando un’immagine suggestiva e solenne.

Era un lavoro preciso, quasi artigianale. E a volte anche impegnativo: il parroco, dal coro, doveva salire fino in alto per sistemare il tutto. Con la deposizione del Santissimo, cambiava tutto. Le campane venivano legate e non suonavano più fino alla sera del Sabato di Pasqua. Il paese entrava in un silenzio profondo. A sostituirle c’era il traccolone. Il suo suono arrivava dalla porta della sagrestia, senza che nessuno lo vedesse. A suonarlo era un confratello anziano: a Corsagna, spesso, Paolo di Silvia. Al termine della funzione, la gente usciva in un silenzio quasi assordante.

Ci si incontrava sul piazzale, ma con discrezione. Ma la chiesa non si chiudeva. Restava aperta tutta la notte. I fedeli si alternavano in turni di adorazione davanti al sepolcro. E così, mentre fuori il paese dormiva, dentro la chiesa il Santissimo non restava mai solo.

Erano momenti semplici, ma profondi. Il crocione nero, le mantelline verdi, le luci dei flambò, il velluto rosso del sepolcro, il silenzio delle campane, il suono dell’organo e quello del traccolone. Tutto contribuiva a creare un’atmosfera unica.

E ancora oggi, a distanza di anni, quel Giovedì Santo resta uno dei ricordi più vivi della vita del paese.

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