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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

Quei panini con la croce: tra dea pagana e supermercato

Ci sono cose che capisci di un Paese senza cercarle davvero. Ti capitano davanti, tra uno scaffale e l’altro.

A me è successo entrando da Marks & Spencer. Corsie piene, colori di stagione, e loro — in fila ordinata — questi piccoli panini con la croce sopra. Hot cross buns.

Li avevo già visti, ma mai davvero guardati. Questa volta mi sono fermata. Anche perché, poco più in là, c’era pure la degustazione. E lì capisci che non è solo un prodotto: è proprio il periodo.

Gli hot cross buns sono panini dolci speziati, con uvetta o frutta candita, segnati da una croce bianca in superficie. Tradizionalmente si mangiano il Venerdì Santo: la croce richiama la Pasqua, mentre le spezie — si dice — ricordano quelle usate nella sepoltura di Cristo.

Ma la cosa curiosa è che questa storia potrebbe essere ancora più antica. Si racconta infatti che le origini vadano oltre il Medioevo, fino a culti pagani sassoni. Pane dolce segnato da una croce — non come simbolo cristiano, ma come richiamo alle quattro fasi lunari — offerto alla dea della primavera, Eostre.

Una figura legata alla rinascita, alla luce, al risveglio dopo l’inverno. E se il nome ti suona familiare, è perché da lì nasce anche “Easter”. Uova, lepri, primavera che torna. Alla fine, i simboli cambiano forma, ma non spariscono mai davvero.

Poi però arriva il presente. E il presente fa quello che sa fare meglio: prende la tradizione e la mette in produzione. Così oggi li trovi in tutte le versioni possibili. Classici, al cioccolato, con caramello, senza uvetta (per quelli che “no grazie, mai”), più gourmet o più basic. E soprattutto: li trovi ovunque. Anche con tanto di assaggino offerto, giusto per non sbagliare scelta.

E lì mi è venuto da sorridere. Perché, a pensarci bene, non è così diverso da noi. Anche il panettone, diciamolo, ormai non è più solo natalizio. Lo trovi tutto l’anno, versione estiva compresa — che ancora sto cercando di capire, ma vabbè. La colomba poi… lasciamo stare. Non è più solo quella classica. Tra creme, glasse, pistacchio e varianti creative, ormai è diventata un mondo.

E allora ho pensato a casa. In Garfagnana, ad esempio, c’è la pasimata. Meno conosciuta fuori zona, ma molto più legata alla tradizione vera. Un dolce semplice, con anice e uvetta, più compatto, più “di una volta”. Non nasce per stupire, nasce per esserci.

Gli hot cross buns, invece, sono più morbidi, speziati, quasi da colazione. Si tostano, si spalma un velo di burro e via. Hanno qualcosa di pratico, quotidiano. Ed è forse questa la differenza più interessante. Da una parte, dolci che restano legati al momento. Dall’altra, dolci che si adattano al ritmo della vita.

Qui la Pasqua si infila nella routine. Sta anche in un panino preso al supermercato, magari mangiato al volo o infilato in un picnic appena esce un raggio di sole — perché appena esce, qui si esce tutti. Poi certo, la base resta la stessa: un simbolo, una storia, un periodo dell’anno. Solo che cambia il modo di viverlo.

E alla fine, dopo averli guardati, scelti e — ovviamente — assaggiati, devo dire che hanno il loro perché. Morbidi, profumati, leggermente speziati. Non invadenti, ma riconoscibili. Di quelli che non ti stravolgono, ma ti restano.

Se ti viene voglia di provarli a casa…

Non sono complicati, ma richiedono un po’ di pazienza. Farina, latte, burro, zucchero, lievito, uvetta (o cioccolato), cannella e noce moscata. Si impasta, si lascia lievitare, si formano delle palline e si fanno riposare ancora. Prima di infornarli, la croce: una pastella semplice di farina e acqua. Poi forno caldo e il profumo fa il resto.

Non so se diventeranno una mia tradizione. Ma mi piace l’idea che certe abitudini inizino così. Senza programmi, senza aspettative. Solo perché, un giorno, ti sei fermata davanti allo scaffale giusto.

Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R

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