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Redazione
ANNO XIVgiovedì 17 Settembre 2026
opinione

Sanità nella Valle del Serchio: quando i cittadini restano soli

Nella Valle del Serchio la sanità torna ad essere, ancora una volta, terreno di preoccupazione e di disagio per i cittadini. Non è una novità, ma ogni volta che accade lascia un segno più profondo.

L’ultimo caso è quello del dottor. Biagioni, medico stimato, apprezzato per la sua professionalità e per la capacità di ascolto, che ha lasciato il servizio sul territorio. Un punto di riferimento per tanti assistiti, venuto meno senza che, ad oggi, si intraveda con chiarezza chi prenderà il suo posto.

E così, come spesso accade, a pagare il prezzo più alto sono i cittadini.

In questi giorni si ascoltano storie che hanno dell’incredibile. Persone costrette a orientarsi tra procedure complicate, tra informazioni poco chiare e soluzioni che sembrano lontane anni luce dalla realtà quotidiana, soprattutto per chi è anziano o fragile.

Sono testimonianze raccolte direttamente sul territorio, nelle vicinanze dei poliambulatori di Borgo a Mozzano e di Fornoli, dove cittadini spaesati cercano risposte che spesso non arrivano.

C’è chi racconta di dover acquistare una chiavetta USB per il trasferimento dei propri dati sanitari. Poi recarsi ai poliambulatori, attendere che qualcuno trasferisca queste informazioni, e infine riportarle al nuovo medico.

Un percorso che, sulla carta, può sembrare semplice. Ma nella realtà è tutt’altro.
Perché qui non si parla di cittadini abituati a muoversi tra strumenti digitali e procedure informatiche. Qui si parla di anziani, di persone sole, di malati, di chi fatica anche solo a comprendere cosa sia una “chiavetta USB”.

Qualcuno, con innocenza disarmante, ha perfino pensato che quella “chiavetta” fosse la chiave di casa da lasciare al medico di famiglia, perché potesse entrare liberamente anche in assenza dei familiari, magari per una visita urgente. Un’idea che oggi può far sorridere, ma che affonda le radici in un tempo in cui il rapporto tra medico e paziente era fatto di fiducia totale e presenza continua, quando il dottore passava anche di notte, bussava alle porte e diventava parte della vita delle famiglie. Ma quello era un altro mondo, cinquant’anni, sessant’anni fa. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a un sistema che rischia di allontanare proprio quelle persone che avrebbe il dovere di accompagnare.

E allora la domanda diventa inevitabile: è davvero questo il modello di sanità che vogliamo?

È inimmaginabile che, nel 2026, il trasferimento dei dati sanitari debba passare attraverso dispositivi acquistati dai cittadini, spostamenti fisici e percorsi burocratici così complessi?

Dov’è il sistema pubblico in tutto questo? Dov’è quella sanità territoriale che dovrebbe essere vicina alle persone, soprattutto nei momenti di bisogno?

La Regione Toscana ha spesso parlato di innovazione, di digitalizzazione, di centralità del paziente. Parole importanti, condivisibili. Ma che rischiano di restare tali se poi, nella pratica, si traducono in difficoltà, disorientamento e, in alcuni casi, vero e proprio abbandono.

La Valle del Serchio non chiede privilegi. Chiede semplicemente servizi funzionanti, continuità assistenziale e rispetto per i propri cittadini.

Perché la sanità non è fatta di procedure, ma di persone.

E quando una persona malata, anziana o fragile si trova sola davanti a un sistema che non comprende, allora non è solo un problema organizzativo.

È un problema di civiltà.

Una sanità che costringe i cittadini a arrangiarsi non è una sanità moderna: è una sanità che ha smarrito la sua missione.

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