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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
corsagna

Maggio, il mese della Madonna e dei nostri piccoli altarini

C’era un tempo, tra gli anni ’50, ’60 e i primi anni ’70, in cui il mese di maggio non era soltanto una data sul calendario, ma un periodo atteso, vissuto e profondamente sentito. Era il mese dedicato alla Madonna, e noi ragazzi lo accoglievamo con semplicità, ma con una fede vera, costruita dentro le nostre case giorno dopo giorno.

Quella tradizione, che noi vivevamo in modo naturale, affonda le sue radici lontano nel tempo. Già nel Medioevo si sviluppò l’idea di dedicare il mese di maggio alla Vergine Maria, anche per dare un significato cristiano alle feste della primavera, legate ai fiori e alla rinascita della natura.

Con il passare dei secoli, soprattutto tra il Seicento e il Settecento, questa devozione si diffuse nelle famiglie grazie anche ai gesuiti, che invitavano a pregare Maria non solo in chiesa, ma anche nelle case, davanti a una sua immagine.

Ed è proprio da qui che nascono i nostri piccoli altarini domestici.

Ognuno di noi preparava il proprio altarino. Erano fatti con scatole di cartone, spesso scatole da scarpe, messe una sopra l’altra con fantasia per creare una piccola struttura. Sopra si metteva l’immagine della Madonna e intorno si sistemavano i fiori di stagione, raccolti nei prati vicino casa. I vasetti erano di vetro, semplici, quelli che si trovavano in casa, riempiti d’acqua e di fiori: margherite, roselline, fiori di campo.

E sopra quelle scatole di cartone venivano spesso stesi dei piccoli centrini bianchi, lavorati all’uncinetto. Ricordo ancora quelli preparati dalla mia nonna, fatti proprio appositamente per queste occasioni: semplici, ma curati, come a voler rendere ancora più bello e dignitoso quel piccolo spazio dedicato alla Madonna.

Questi altarini venivano collocati in punti ben precisi della casa: sul “canterale” della camera, oppure nel corridoio, poco prima di entrare nella stanza. Erano luoghi di passaggio, ma anche di raccoglimento, dove la famiglia si fermava, anche solo per un attimo.

La mattina, prima di andare a scuola, ci inginocchiavamo davanti a quell’altarino. Un gesto semplice, ma importante, che faceva parte della nostra educazione e della nostra crescita.

Poi arrivava la sera.

La sera era il tempo del “maggetto” nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo. Davanti all’immagine della Vergine Maria si recitava il rosario, si pregava, si cantava insieme.

A guidare quei momenti c’era il nostro caro Don Sergio, punto di riferimento della comunità, con la sua voce che riempiva la chiesa e accompagnava la preghiera di tutti.

E si cantava.

Si cantavano i canti più belli dedicati alla Madonna, quelli che ancora oggi risuonano nella memoria: “Mira il tuo popolo”, “Dell’aurora tu sorgi più bella”, “O Maria quanto sei bella”, e tanti altri che imparavamo quasi senza accorgercene, sera dopo sera.

La chiesa era piena.

Ma per noi ragazzi, il maggetto era anche qualcosa di più. Era un momento di incontro, di amicizia, di emozioni. Ci si ritrovava con gli amici, con le ragazze del paese. Era quasi un appuntamento. E tra una preghiera e un canto, c’era anche il coraggio di prendere per mano la propria “fidanzatina”, magari scambiarsi un piccolo bacio prima di salutarsi e tornare a casa.

Dopo il rosario ci si fermava ancora un po’, a parlare, a stare insieme.

Il maggetto non era solo un rito: era comunità, era vita. Ricordo ancora il canto delle rondini che si sentiva fuori dalla chiesa, il profumo delle rose vicino all’altare, quell’aria di primavera che entrava insieme alla fede.

Sono ricordi che porto nel cuore, momenti che hanno contribuito alla mia formazione, non solo spirituale, ma anche umana.

Oggi tutto questo, in gran parte, non c’è più. Il mondo è cambiato, i ragazzi hanno altri riferimenti, altri strumenti, altri modi di incontrarsi: i telefoni, i social, le nuove tecnologie. Ma quei piccoli altarini fatti con le scatole di cartone, quei centrini bianchi preparati con cura, quei fiori raccolti nei campi, quelle sere al maggetto non sono scomparsi davvero. Vivono dentro di noi. Vivono nei nostri ricordi, nelle emozioni che ancora oggi sanno farci tornare bambini, in quella fede semplice che ci è stata donata senza rumore, ma con amore.

Perché in quelle scatole di cartone non c’era solo un’immagine della Madonna. C’era la nostra infanzia. C’erano le nostre famiglie. C’era una comunità intera che cresceva insieme. E forse è proprio lì che abbiamo imparato, senza accorgercene, le cose più importanti della vita.

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