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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
borgo a mozzano

La testimonianza: “In Libia ero uno schiavo, in Italia son tornato uomo”

Ci sono storie che parlano di dolore, paura e disperazione. Ma ci sono anche testimonianze che riescono a raccontare la rinascita, l’integrazione e la speranza.

Quella di Moussa – nome di fantasia, per tutelare la sua persona – è una di queste. Oggi vive nel comune di Borgo a Mozzano, lavora come giardiniere, ha una moglie e un bambino nato in Italia. Parla bene italiano, saluta tutti con educazione e ormai è diventato parte integrante della comunità dove vive.

Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo educato, rispettoso e onesto, qualità che gli hanno fatto conquistare nel tempo la fiducia di tante persone del territorio. Eppure dietro quel sorriso si nasconde una storia durissima.

La Gazzetta del Serchio lo ha incontrato per farsi raccontare il suo viaggio.

Da dove è partito?

“Sono nato in Niger, in un piccolo villaggio molto povero. La mia famiglia viveva di agricoltura e di piccoli lavori. Da ragazzo vedevo tanti giovani partire perché non c’era futuro. Anch’io ho deciso di cercare una vita diversa”.

Ed è arrivato in Libia

“Sì. Pensavo di trovare lavoro e dignità. Invece, lì è iniziato l’inferno”.

Che cosa faceva?

“Lavoravo nei cantieri, soprattutto nella saldatura e nei lavori pesanti. Facevamo turni lunghissimi, senza sicurezza. Dormivamo ammassati in stanze piccole. Spesso non ci pagavano”.

Ha subito violenze?

Moussa abbassa lo sguardo. “Sì. Una volta mi hanno picchiato perché avevo chiesto il mio stipendio. In Libia tanti migranti vengono trattati come schiavi. Ho visto persone soffrire, piangere, sparire. È qualcosa che non dimenticherò mai”.

Quando ha deciso di partire per l’Italia?

“Quando ho capito che se fossi rimasto lì sarei morto dentro, o forse davvero. Una notte ci dissero che sarebbe partita una barca. Avevo paura del mare, ma ancora di più avevo paura di restare in Libia”.

Si ricorda quel viaggio?

“Sempre. Eravamo stretti uno vicino all’altro. Donne, bambini, uomini. Pensavo che il mare ci avrebbe portati via. Pregavo soltanto di arrivare vivo”.

E poi l’Italia

Per la prima volta sorride. “Sì. Quando siamo stati soccorsi ho pianto. In Italia ho trovato persone che mi hanno aiutato davvero. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sono sentito trattato come una persona”.

Come è iniziato il suo percorso?

“All’inizio non è stato facile. Non conoscevo la lingua e avevo paura di tutto. Però ho incontrato persone buone. Grazie anche all’accoglienza e all’aiuto del Centro per l’Impiego di Fornaci di Barga ho iniziato il mio percorso di integrazione. Lì ho trovato ascolto, rispetto e incoraggiamento. Poi ho iniziato a lavorare come aiuto giardiniere e piano piano ho imparato il mestiere”.

Le piace questo lavoro?

“Sì, molto. Lavorare con le piante mi dà serenità. Dopo tutto quello che avevo vissuto avevo bisogno di pace”.

Poi è tornato in Africa

«Sì. In Nigeria viveva la mia fidanzata. Quando ho avuto una situazione più stabile sono tornato da lei e ci siamo sposati”.

E oggi siete insieme in Italia

“Sì. Grazie al ricongiungimento familiare mia moglie mi ha raggiunto. E qui è nato nostro figlio. Quando l’ho preso in braccio ho pensato che finalmente la mia vita era cambiata davvero”.

Come si trova oggi nella comunità italiana?

“Molto bene. Ormai qui è casa mia. Ho amici italiani, lavoro, una famiglia. Le persone mi salutano e mi rispettano. Questo per me è importante”.

Che messaggio vuol lasciare a chi ci legge?

“Che dietro ogni migrante c’è una storia. Nessuno lascia la propria terra per divertimento. Io sono partito per cercare dignità”.

La storia di Moussa non vuole dividere né fare polemica su un tema complesso come quello dell’immigrazione. Vuole semplicemente ricordare che dietro ai numeri esistono persone vere, con sofferenze, paure e speranze. E quando accoglienza, lavoro e integrazione riescono davvero a incontrarsi, possono nascere storie come questa: storie silenziose, ma capaci di restituire fiducia nell’umanità.

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