Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione tecnica di Filippo Lifodi, operatore socio‑assistenziale e socio‑sanitario (ADB, EQF II), sul sistema pscichiatrico italiano e le sue peculiarità:
“Mi presento: sono Filippo Lifodi, operatore socio‑assistenziale e socio‑sanitario qualificato (ADB, EQF II). Parlo esclusivamente a titolo personale, sulla base delle mie competenze tecniche nell’ambito dell’assistenza alla persona e dei servizi sociali. Questa è una riflessione generale sul sistema italiano, non un’accusa verso enti o individui.
L’Italia continua a funzionare con strutture vecchie, lente e spesso scollegate dalla realtà. Nel 2026 utilizziamo ancora modelli organizzativi nati negli anni ’70 per sicurezza, salute mentale e cooperazione internazionale. È difficile essere credibili quando le infrastrutture non sono aggiornate.
Molti Paesi europei hanno sistemi moderni, interoperabili e integrati: Germania, Olanda, Belgio, Francia, Austria. Le loro piattaforme comunicano tra loro, i database dialogano, la cooperazione tra sanità e sicurezza è immediata. Non perché “siano migliori”, ma perché hanno investito in tecnologie e protocolli aggiornati.
In Italia, invece, esiste un paradosso storico: il sistema psichiatrico italiano è unico al mondo. Siamo l’unico Paese europeo ad aver chiuso completamente le strutture psichiatriche chiuse permanenti, mentre gli altri Stati le hanno trasformate in reparti moderni, digitalizzati e integrati con la sicurezza.
Questa scelta, fatta decenni fa, oggi crea differenze strutturali che incidono sulla gestione dei casi complessi. Allo stesso modo, il sistema giudiziario italiano è unico nel suo genere, con procedure e modelli che non sempre dialogano pienamente con gli standard europei più recenti. Non è una colpa di qualcuno: è una conseguenza tecnica di un impianto normativo e organizzativo che non è stato aggiornato in modo uniforme.
A tutto questo si aggiunge un problema ormai evidente: la mancanza di lavoro stabile e adeguato. Molti cittadini faticano a trovare occupazioni coerenti con le proprie competenze, e i servizi pubblici non riescono sempre a sostenere chi cerca di inserirsi nel mercato del lavoro.
Un sistema che non si modernizza finisce inevitabilmente per diventare meno competitivo anche sul piano occupazionale. Un Paese che non aggiorna i propri sistemi, non integra sicurezza e sanità, non digitalizza le strutture e non dialoga pienamente con l’Europa rischia di diventare tecnicamente debole, poco competitivo e incapace di garantire opportunità lavorative solide.
Non si può affrontare il 2026 con strumenti del 1978. Serve un aggiornamento reale, strutturale e condiviso”.