Quando si parla di jazz succede una cosa curiosa. C’è chi lo riconosce al primo ascolto e chi, invece, cambia subito stazione alla radio. Questa è una delle caratteristiche principali di questo genere: non sempre arriva immediatamente. Bisogna ascoltarlo, lasciargli spazio, imparare a riconoscerne i suoni e le sfumature.
E pensare che la sua storia parte da molto lontano. Il jazz affonda le sue radici nelle tradizioni musicali afroamericane, dagli spiritual alle work songs, i canti legati al lavoro degli schiavi. Da lì, nel tempo, si è trasformato, contaminato ed evoluto, fino a diventare uno dei generi più importanti del Novecento. È una sfida, più che una semplice colonna sonora. Bisogna allenare l’orecchio e farsi sorprendere.
Se dovessi associarlo a una stagione, sceglierei sicuramente l’autunno. Per quella capacità di stare in mezzo: l’estate alle spalle, l’inverno non ancora arrivato. Un’atmosfera sospesa, raccolta ma viva.
Tranquilli, non sto per farvi una lezione sulla storia della musica. Per quella ci sono persone molto più preparate di me. Però una domanda me la sono fatta: come fa una musica considerata “per pochi” a trasformare, ogni estate, un piccolo borgo della Garfagnana in un punto di riferimento per artisti e appassionati provenienti da tutto il mondo?
La risposta si chiama BargaJazz.
Quando si parla di grandi festival vengono subito in mente il Pistoia Blues o Umbria Jazz. E poi c’è Barga. Un paese che, senza inseguire le mode, è riuscito a costruirsi un’identità fortissima, diventando negli anni un nome rispettato nel panorama internazionale.
BargaJazz nasce nel 1986 dall’incontro tra il musicista barghigiano Giancarlo Rizzardi e il compositore e direttore d’orchestra Bruno Tommaso. Quella che all’inizio sembrava una scommessa quasi visionaria è cresciuta anno dopo anno, fino a diventare un appuntamento conosciuto ben oltre i confini della Valle del Serchio.
Oggi il suo concorso di arrangiamento e composizione richiama talenti da tutto il mondo e, proprio quest’anno, BargaJazz festeggia i suoi primi quarant’anni. Quattro decenni in cui sono passati artisti che hanno scritto pagine fondamentali della scena italiana e mondiale.
L’edizione 2026 guarda a un gigante della storia della musica: Stevie Wonder. Il tema del concorso è infatti dedicato alle sue composizioni, che verranno reinterpretate per ensemble e strumento solista. A salire sul palco insieme all’orchestra del festival sarà Grégoire Maret, tra i più apprezzati armonicisti del panorama attuale. Una scelta tutt’altro che casuale: quel timbro è una delle caratteristiche più riconoscibili del repertorio di Wonder. Ed è una delle cose che rende il jazz così interessante: la possibilità di prendere un repertorio, attraversarlo, rileggerlo e dargli una forma nuova senza cancellarne l’identità.
Eppure, quello che più mi affascina non è il prestigio del festival. È quello che succede nelle strade. Per qualche giorno Barga cambia ritmo. Le note escono dai teatri, riempiono le piazze, si infilano nei vicoli e diventano parte della vita del paese. È impossibile non fermarsi ad ascoltare.
E poi arriva uno dei momenti che preferisco: la Street Band. Musicisti che attraversano il centro storico suonando, persone che li seguono quasi senza accorgersene, bambini che ballano, turisti incuriositi e bar pieni di gente. C’è colore, allegria e quella leggerezza che solo certe serate riescono a creare. Se dovessi descriverla con un’immagine, direi che è come una caramella: dolce, ma con quel pizzico di frizzante che ti sorprende e ti fa venire voglia di seguirla fino all’ultima nota.
Ma leggendo le parole di Alessandro Rizzardi, figlio di Giancarlo Rizzardi, ho capito una cosa: il vero cuore di BargaJazz non è soltanto quello che il pubblico vede. È tutto quello che succede dietro. Sono i volontari che ogni anno si prendono perfino le ferie per dare una mano. È Mario dell’edicola che accompagna Lee Konitz in albergo con la sua Cinquecento. È Kenny Wheeler che sale, un po’ perplesso, su un’Ape. È un pianoforte caricato su un trattore per arrivare dove deve arrivare. Sono le prove dell’orchestra con trenta gradi all’ombra, gli impianti montati in piazza, le jam session che finiscono a notte fonda, le merende condivise e la sensazione che, per qualche giorno, tutto il paese lavori per la stessa idea.
Dopo quarant’anni, BargaJazz rimane speciale perché non è solo un festival: è una comunità. Alessandro la definisce una “ciambella con tanti buchi“: imperfetta, piena di imprevisti, ma proprio per questo autentica. È qui il segreto: essere rimasti fedeli alle origini senza smettere di crescere, trasformando una passione parte integrante della vita del borgo. Perché la musica parla un linguaggio che non richiede traduzioni. E ogni estate Barga ce lo ricorda, nota dopo nota.
Come diceva Miles Davis: «Non suonare ciò che c’è. Suona ciò che non c’è.»
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R
Si ringraziano Alessandro Rizzardi e Cinzia per la disponibilità e per la testimonianza condivisa.
Si ringraziano inoltre Pasquale Mastronaldi per le fotografie.




