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Redazione
ANNO XIVmartedì 15 Settembre 2026
borgo a mozzano

Quando a Corsagna si levava il malocchio: il ricordo di Ferminda Giusti

Ci sono tradizioni che appartengono a un mondo ormai quasi scomparso, ma che meritano di essere raccontate perché hanno fatto parte della vita quotidiana dei nostri paesi. Una di queste era quella di “levare il malocchio”, una pratica nella quale un tempo molte persone credevano e alla quale si ricorreva soprattutto quando un bambino, ma anche un adulto, accusava un malessere difficile da spiegare.

Secondo la credenza popolare, il malocchio era una sorta di influenza negativa che poteva essere provocata dallo sguardo, dall’invidia o dalla malevolenza di qualcuno, talvolta perfino inconsapevolmente. Si riteneva che potesse colpire soprattutto i bambini, ma anche gli adulti, provocando mal di testa, spossatezza, irritabilità, perdita di appetito e, nei più piccoli, pianto insistente e agitazione. Erano disturbi che, secondo la mentalità e le conoscenze di allora, non trovavano una spiegazione immediata e che per questo potevano essere attribuiti al malocchio.

A Corsagna una delle persone conosciute per saperlo “levare” era Ferminda Giusti, il cui nome di nascita era Ausilia Giusti. La ricordo bene: era una donna alta, con i capelli neri, una bella donna, energica, intraprendente e con una forte personalità. Era anche una brava operaia. Lavorava nelle fabbriche di Bagni di Lucca dove venivano realizzati quelli che noi chiamavamo i “mammalucchi”, le caratteristiche statuine del presepe in gesso e cartapesta che ebbero una grande diffusione. Negli ultimi anni della sua attività lavorativa si dedicò anche alla realizzazione di pupazzi di stoffa.

Ma c’era un’altra capacità per la quale Ferminda era conosciuta in paese: sapeva levare il malocchio. Quando qualcuno riteneva che un bambino o una persona adulta fosse stata colpita dal malocchio, ci si rivolgeva a lei. Ferminda prendeva un normale piatto fondo da cucina e lo riempiva d’acqua. Preparava poi un cucchiaio nel quale metteva dell’olio e, all’estremità, sistemava un piccolo stoppino fatto con dei fili, che veniva acceso. Il piatto contenente l’acqua veniva tenuto sopra la testa della persona. A quel punto Ferminda iniziava il rito, pronunciando sottovoce una breve preghiera e alcune parole misteriose, appartenenti a quel sapere che veniva custodito gelosamente. Poi lasciava cadere nell’acqua piccole gocce dell’olio preso dal cucchiaio. Era quello il momento più atteso. Ferminda osservava attentamente come l’olio si disponeva e si allargava sulla superficie dell’acqua. Secondo quella credenza, proprio dalla forma e dall’ampiezza delle chiazze si poteva capire se il malocchio c’era e quanto fosse forte.

Mi è rimasta impressa una sua esclamazione. Quando vedeva l’olio allargarsi particolarmente, alzava le mani e diceva: «Mamma mia, quanto ne ha!» E quel “quanto ne ha” non aveva bisogno di altre spiegazioni. Per Ferminda significava che quella persona aveva davvero molto malocchio. Non necessariamente tutto si concludeva quella sera. Ferminda poteva tornare il giorno successivo e ripetere il rito. Si andava avanti anche per tre o quattro sedute e, secondo quella tradizione, le chiazze d’olio nell’acqua diventavano progressivamente più piccole. Quando non si allargavano più come all’inizio, significava che il malocchio se ne era andato e il rito poteva considerarsi concluso.

C’era poi un altro elemento affascinante e misterioso: il segreto per levare il malocchio non poteva essere insegnato in un momento qualsiasi dell’anno. Secondo quanto ho sempre sentito raccontare, le parole e il procedimento venivano trasmessi da una persona all’altra nella notte di Natale. Era quello il momento nel quale chi possedeva il “segreto” poteva affidarlo a un’altra persona, perché quella tradizione non andasse perduta. Questo particolare, peraltro, trova riscontro nelle raccolte dedicate alle tradizioni popolari italiane: in territori diversi sono documentati rituali contro il malocchio nei quali ricorrono l’acqua, l’olio, le preghiere pronunciate sottovoce e la trasmissione delle formule nella notte di Natale. Ogni comunità, naturalmente, aveva modalità e gesti propri e quella raccontata qui è la pratica che ricordo personalmente a Corsagna.

Oggi tutto questo può apparire molto lontano. La medicina e le conoscenze scientifiche ci portano, giustamente, a cercare altre spiegazioni davanti a un malessere. Ma sarebbe altrettanto sbagliato cancellare o deridere questi ricordi. Quelle pratiche raccontano infatti come vivevano e pensavano le nostre comunità, quali erano le loro paure e, soprattutto, quanta fiducia veniva riposta in alcune persone del paese. Donne e uomini ai quali una conoscenza tramandata da generazioni attribuiva una capacità particolare e ai quali ci si affidava con semplicità.

Ferminda era una di queste. Ricordarla oggi, con il suo piatto d’acqua, il cucchiaio, l’olio e quelle parole pronunciate sottovoce, significa riportare alla luce un’altra piccola pagina della Corsagna di un tempo. Un mondo fatto di lavoro, semplicità, fede, credenze popolari e rapporti umani molto stretti, nel quale anche il misterioso rito del malocchio faceva parte della vita della comunità.

Nella foto: Ferminda Giusti

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