Quando si impara una lingua nuova, all’inizio si pensa che il problema siano i verbi. I tempi verbali, la pronuncia, quelle parole che ripeti tre volte e la persona davanti a te continua a guardarti come se stessi parlando in codice. Poi, quando finalmente pensi di aver raggiunto un certo equilibrio, arriva qualcuno e ti dice: “It’s raining cats and dogs.” Piovono gatti e cani. E lì capisci che forse i verbi erano il problema minore. E no, non è nemmeno una versione zoologica di “It’s Raining Men”, resa celebre anche da Geri Halliwell, ex Spice Girl. Qui purtroppo dal cielo non arrivano uomini: arrivano cani e gatti.
A quel punto, però, da italiana non posso nemmeno permettermi di prendere troppo in giro gli inglesi. Perché noi cerchiamo peli dentro le uova, abbiamo grilli per la testa, tiriamo le cuoia e facciamo parlare padelle e paioli. Quindi, tutto sommato, siamo in buona compagnia.
I modi di dire mi hanno sempre affascinata proprio per questo. Li pronunciamo senza pensarci, perché li abbiamo sentiti dire dai genitori, dai nonni, dagli anziani. E soprattutto una volta c’erano quei proverbi legati al tempo e alla natura che sembravano quasi piccole previsioni meteorologiche.
“Cielo a pecorelle, acqua a catinelle.” Io me li ricordo, gli anziani che guardavano il cielo e dicevano come sarebbe andata. Niente app, niente percentuale di precipitazioni, niente telefono da consultare ogni cinque minuti. Guardavano le nuvole. E, cosa che continua a sorprendermi, spesso ci azzeccavano pure. Oggi probabilmente avrebbero qualche difficoltà in più: il clima è cambiato, le stagioni sembrano aver perso un po’ la bussola e perfino la natura ogni tanto pare non sapere più che mese sia.
Gli inglesi, davanti alla stessa pioggia, hanno invece deciso di complicare leggermente la situazione: “It’s raining cats and dogs.” L’origine dell’espressione non è certa. Tra le tante teorie che circolano ce n’è anche una decisamente poco allegra, secondo cui durante i grandi acquazzoni l’acqua delle vecchie strade avrebbe trascinato via anche carcasse di animali. Non sappiamo se sia davvero da lì che arrivino i famosi cani e gatti. E forse è meglio così.
Passando dalla pioggia alla cucina, invece, ho scoperto una coincidenza che per una rubrica chiamata Tea e Ribollita sembra quasi preparata apposta. In Toscana abbiamo: “La padella dice al paiolo: fatti in là che tu mi tigni.” Con tutte le varianti di pronuncia che potete immaginare passando da un paese all’altro — perché in Toscana una consonante tranquilla non è mai garantita. Il significato è quello del più conosciuto “il bue che dà del cornuto all’asino”: criticare qualcuno per un difetto che abbiamo anche noi.
In inglese esiste: “The pot calling the kettle black.” La pentola che accusa il bollitore di essere nero. Un’immagine che nasce dal fatto che entrambi, stando sul fuoco, potevano annerirsi. Quindi il concetto è praticamente identico. Noi abbiamo messo a litigare una padella con un paiolo. Loro una pentola con un kettle. Tea da una parte, ribollita dall’altra. Direi che ci siamo.
Poi ci sono i pensieri strani. Noi diciamo “avere i grilli per la testa”. Gli inglesi possono dire “to have a bee in your bonnet”, avere un’ape nel cappello. Il senso non è perfettamente identico in ogni situazione: l’espressione inglese indica soprattutto avere una fissazione, un’idea che continua a ronzare in testa. Però l’immagine mi piace. Noi abbiamo scelto i grilli, loro le api. Evidentemente per secoli avere un pensiero senza coinvolgere un insetto era troppo semplice.
Poi l’inglese decide di alzare ulteriormente il livello. “Bob’s your uncle.” La prima volta che uno sente una frase del genere, la risposta più naturale sarebbe: “No. Veramente mio zio si chiama in un altro modo.” Invece significa qualcosa come “et voilà”, “e il gioco è fatto”. Sulla sua origine esistono diverse teorie. Quella più famosa tira in ballo il politico britannico Robert Cecil e suo nipote Arthur Balfour, ma non è stata dimostrata con certezza. Quindi, per il momento, Bob resta zio di tutti senza che nessuno sappia bene perché.
E se Bob non bastasse, c’è anche il macellaio. Nel vecchio slang londinese si può sentire: “Have a butcher’s.” Che non significa andare a comprare due bistecche. Significa semplicemente: “Dai un’occhiata.” Arriva dal Cockney rhyming slang: butcher’s hook fa rima con look. Poi, come spesso succede nello slang londinese, una parte dell’espressione sparisce e rimane soltanto butcher’s. Facilissimo. Sempre che qualcuno ve lo abbia spiegato prima. Altrimenti rischiate seriamente di cercare una macelleria.
Ma se il macellaio vi sembrava strano, aspettate di incontrare quello con il cane. “I’m off to see a man about a dog.” Letteralmente: “Vado a vedere un uomo per un cane”. A questo punto verrebbe spontaneo rispondere: “Va bene. Salutami il cane.” Solo che, molto probabilmente, non c’è nessun cane. È una vecchia espressione britannica usata quando si vuole andare da qualche parte senza spiegare esattamente dove o perché: una maniera più o meno elegante per dire “devo fare una cosa, fatti gli affari tuoi”. La frase è attestata già nell’Ottocento, anche se il motivo per cui sia finito proprio un cane nella storia non è affatto sicuro.
E poi ci sono quei momenti in cui abbiamo cose ben più importanti di cui occuparci. Da noi possiamo dire: “Ho altre gatte da pelare.” Gli inglesi invece hanno: “I have bigger fish to fry.” Ho pesci più grossi da friggere. L’espressione inglese indica proprio l’avere faccende più importanti a cui pensare, e forme molto simili circolano da secoli. Quindi noi peliamo gatte, loro friggono pesci. Quando siamo impegnati, a quanto pare, nessuno lascia in pace gli animali.
Alla fine forse è questa la cosa che mi diverte di più dei modi di dire. Finché appartengono alla nostra lingua ci sembrano normalissimi. Nessuno si ferma davvero a chiedersi perché abbiamo dei grilli nella testa, perché una padella dovrebbe accusare un paiolo di sporcarla o perché, quando abbiamo troppo da fare, ci mettiamo pure a pelare gatte. Poi ne ascolti uno in un’altra lingua e pensi: “Ma questa da dove è uscita?” Solo che, guardando meglio, scopri che anche noi abbiamo costruito nei secoli un repertorio niente male.
E forse imparare davvero una lingua significa anche questo: arrivare al momento in cui un inglese ti dice che piovono gatti e cani, che Bob è tuo zio, che vuole dare un’occhiata dal macellaio o che deve andare a vedere un uomo per un cane, e tu non chiami nessuno per chiedere spiegazioni. O almeno non subito. Per tutto il resto, come direbbero loro, magari semplicemente: not my cup of tea.
E questa, per una volta, credo di averla capita.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R