Quest’estate il caldo non ha dato tregua. Passeggiando nei parchi, tra prati ingialliti e foglie talmente secche da sembrare ottobre invece che estate, più di una volta ho avuto la sensazione che l’autunno avesse deciso di presentarsi in anticipo. Poi entri in un negozio e trovi già zucche, ragnatele e Halloween che ti aspetta dietro l’angolo.
Ed è stato lì che mi sono tornati in mente i folletti. La prima volta che ne ho sentito parlare davvero è stata quando mi sono trasferita in Garfagnana. Se in casa spariva qualcosa e non si trovava più, la risposta poteva arrivare con una tranquillità disarmante: «È stato il folletto. Te l’ha nascosta. Prima o poi la ritrovi.» E devo dire che, tra questa versione e «non ti ricordi dove l’hai messa», ho sempre preferito la prima. Almeno salva la dignità.
In Garfagnana quel dispettoso ha anche un nome: Buffardello. O Baffardello, Linchetto e altre varianti, perché naturalmente un folletto che cambia aspetto non poteva accontentarsi di un nome solo. E infatti cambia davvero. A seconda del paese e del racconto può essere un omino, uno spirito invisibile, un uccello, una palla nera oppure persino un colpo di vento improvviso che solleva foglie e fieno. A Piazza al Serchio poteva apparire come un piccolo essere o un uccello che ammucchiava le foglie; in altre località della Garfagnana era proprio identificato con quei vortici d’aria improvvisi dell’estate.
E qui, sinceramente, ho pensato: allora magari quelle foglie nei parchi non erano il caldo. Era in trasferta. Tra l’altro, in un racconto raccolto a Minucciano, il Buffardello compare proprio nel periodo che precede Ognissanti: quando la gente ammucchiava le foglie nei campi e nei boschi, lui si divertiva a creare vortici e a sparpagliarle di nuovo dappertutto. Praticamente, secoli prima dei soffiatori elettrici, aveva già trovato il modo di rendere inutile il lavoro altrui. Ma le foglie erano solo una parte del suo repertorio.
Il Buffardello entra nelle case, nasconde gli oggetti, frequenta le stalle, intreccia code e criniere dei cavalli e può decidere persino quali animali gli stanno simpatici e quali no. In alcune storie porta il fieno alle bestie preferite e lo toglie alle altre. Insomma, dispettoso, permaloso e con preferenze personali molto precise. Quasi un condomino.
A questo punto, vivendo in Inghilterra, la domanda è venuta da sola: possibile che qui non abbiano qualcosa di simile? Naturalmente sì. Solo che il folklore britannico, invece di darcene uno, ha pensato bene di prepararne un’intera squadra.
Uno dei più curiosi è il brownie, uno spiritello domestico della tradizione soprattutto scozzese e del nord britannico. Di notte, mentre gli abitanti dormivano, poteva occuparsi dei lavori di casa e della fattoria: pulire, sistemare, aiutare con gli animali. In cambio si lasciavano piccole offerte di cibo, come panna o porridge.
Fin qui uno potrebbe pensare: fantastico. Un folletto che pulisce casa mentre dormo? Dove si firma? Il problema è che il brownie aveva le sue regole. Non gradiva essere trattato come un dipendente e soprattutto bisognava stare molto attenti ai regali. Secondo la tradizione, regalargli dei vestiti nuovi poteva significare vederlo prendere cappotto e cappello e andarsene per sempre.
Vi ricorda qualcuno? Un certo Dobby, magari? Il motivo cambia da racconto a racconto: offesa, orgoglio, liberazione dal lavoro. Ma il risultato era sempre lo stesso. Casa da pulire di nuovo da soli. Una specie di dimissioni immediate. Senza nemmeno il preavviso.
Poi c’è Puck, o Robin Goodfellow, che molti conoscono grazie al Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Ma Shakespeare non se l’era inventato. Robin Goodfellow apparteneva già al folklore inglese ed era noto come spiritello dispettoso ma talvolta utile: faceva scherzi, confondeva le persone, ma poteva anche aiutare nei lavori domestici in cambio di cibo e latte. Shakespeare lo ha semplicemente reso una celebrità.
Se il brownie è quello che vorresti avere in casa, almeno finché non gli regali una giacca, esiste però anche il boggart. E qui l’atmosfera cambia. Nel folklore dell’Inghilterra settentrionale il boggart può essere uno spirito legato alla casa oppure a un luogo, ma è decisamente meno collaborativo: disturba, combina guai e, in alcune storie, arriva persino a seguire una famiglia quando questa tenta di trasferirsi per liberarsene. Immaginate fare scatoloni, cambiare casa, pagare il trasloco e scoprire che l’unico che non aveva bisogno del cambio d’indirizzo era il folletto.
In Lincolnshire c’è persino una storia in cui un boggart pretende una parte del raccolto di un contadino. Il contadino però lo frega: quando il boggart sceglie ciò che cresce sopra il terreno, lui pianta patate; quando vuole ciò che cresce sotto, semina grano. Dopo essere stato raggirato più volte, il boggart finalmente rinuncia al campo. E lì, lo ammetto, un po’ di soddisfazione c’è. Per una volta vince quello senza poteri magici.
Buffardello, brownie, Puck, boggart: non sono la stessa creatura e sarebbe sbagliato metterli tutti nello stesso cappello a punta. Però qualcosa in comune ce l’hanno. Vivono vicino agli uomini. Entrano nelle case e nelle stalle. Aiutano oppure disturbano. Hanno un caratterino non sempre facilissimo. E soprattutto trasformano le piccole cose inspiegabili della vita quotidiana in una storia.
Forse è questo che mi piace di più. Perché oggi, quando perdiamo qualcosa, abbiamo mille spiegazioni razionali: siamo distratti, siamo di corsa, abbiamo troppe cose per la testa.
Una volta c’era il Buffardello. E, sinceramente, la prossima volta che non troverò le chiavi, credo che continuerò a scegliere lui. È molto più comodo. E soprattutto non può contraddirmi.
Alla prossima,
Lovely to see you!
T&R