“Il Kids Act parte da un presupposto importante: bambini e adolescenti non sono semplicemente adulti più giovani, ma persone in una fase dello sviluppo in cui il cervello è ancora in formazione, apprende velocemente e sta costruendo proprio quelle capacità critiche che servono anche per orientarsi negli ambienti digitali. Sui social d’altronde abbiamo alle spalle circa vent’anni di ricerca che hanno evidenziato associazioni tra un uso problematico e una maggiore presenza di sintomi depressivi e ansiosi, comportamenti di dipendenza e disturbi dell’alimentazione. Proprio questa esperienza ci porta a dire che il limite di età all’uso dei social può essere un argine, ma non può essere l’unico strumento di tutela”.
A dirlo è Andrea Piazzoli, referente del gruppo di lavoro Psicologia Digitale dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, commentando l’approvazione del cosiddetto EU Kids Act, che prevede il divieto di accesso ai social per i minori di 13 anni, forme di supervisione dei genitori tra i 13 e i 15 anni e account autonomi dai 15 anni.
“Dobbiamo imparare a riconoscere prima i segnali di un rapporto che sta diventando problematico con il digitale. Non guarderei soltanto al numero di ore: sono più significativi l’aumento progressivo del tempo dedicato allo smartphone, una forte frustrazione quando viene tolto, l’abbandono di hobby e attività che prima interessavano il ragazzo, la contrazione delle relazioni sociali in presenza e la scelta sempre più frequente del dispositivo al posto degli amici o di altre esperienze. Sono cambiamenti che genitori e insegnanti possono cogliere nella vita quotidiana – nota lo psicologo – e che meritano attenzione, soprattutto quando si presentano insieme”.
“Voglio dire che il rischio è pensare che tutto si esaurisca nella quantità di tempo trascorsa online. In realtà dobbiamo guardare anche a quello che i ragazzi vivono dentro quegli ambienti: il confronto continuo con gli altri, la ricerca di approvazione, l’esposizione a contenuti inappropriati, le dinamiche di esclusione e il cyberbullismo possono avere conseguenze sul modo in cui un adolescente percepisce se stesso e costruisce le proprie relazioni. La Toscana si sta muovendo sul fronte della prevenzione, ma c’è ancora spazio per rafforzare il lavoro nelle scuole, dalle elementari alle superiori, e soprattutto per imparare a individuare più tempestivamente chi sta sviluppando un uso problematico. La direzione deve essere educare – sottolinea Piazzoli – non semplicemente vietare: questi strumenti faranno parte della vita dei ragazzi e dovranno imparare a utilizzarli in modo consapevole”.
“Per questo la vera sfida non riguarda soltanto i ragazzi, ma anche gli adulti che li accompagnano. Famiglie, scuola e servizi territoriali devono poter condividere linguaggi e strumenti, senza procedere a compartimenti stagni. Chi educa deve essere messo nella condizione di capire quali comportamenti rientrano in un normale rapporto con la tecnologia e quali invece possono segnalare una difficoltà. Gli psicologi hanno gli strumenti professionali per fare questa valutazione e orientare, quando necessario, verso un intervento. Ai genitori direi quindi di non aspettare che la situazione diventi ingestibile: se c’è un dubbio, chiedere un consulto psicologico è già una forma di prevenzione. Intercettare per tempo una situazione potenzialmente problematica permette di intervenire in modo più semplice ed efficace”, conclude il referente del gruppo di lavoro Psicologia Digitale dell’Ordine degli Psicologi della Toscana.