… c’è stato un tempo che noi non eravamo qui? che io non vedevo, al levarmi, la Pania e il Monte Forato? (…) Ma questa voce che è? un rotolio che mai non finisce, come d’un treno che non arriva mai. E il Fiume, cioè il Serchio. (…) c’è stato tempo che noi non s’udiva quella voce? Oh! sì: belle Panie aguzze e taglienti, bel fiume sonoro…
(Primi Poemetti, G. Pascoli)1
Abitare, avere consuetudine in un luogo, recita il vocabolario precisando che quindi il verbo proviene dal latino habere.
Ma veramente occorre vivere a lungo, o per sempre, in un luogo per poter dire di abitarlo? Oppure un luogo che rimane nel nostro animo con tutta la forza della sua peculiarità, della sua storia da cui ci sentiamo abbracciati, può farci sentire suoi abitanti, restando in esso, comunque, nel tempo?
C’è una casa, nel Castello di Coreglia, che continua a serbare suoni e colori come se fossero i passi di un diario. Nonostante tutto, quel diario non si è mai interrotto e ogni pagina ha continuato ad essere scritta e tramandata.
Le secolari mura danno riparo al tempo mentre il giardino conserva, quasi con ostinazione, gli aromi e i colori delle stagioni. E allora può accadere di sentire nell’aria lo schiocco di un bacio ed il mio personale carillon prende vita…
Il giardino ha sempre ospitato una parte dedicata a un piccolo verziere in cui il rosmarino, che accompagnava un antico muro in pietra, si era dimostrato particolarmente a suo agio irrobustendo fusto e profumo.
E’ una pianta officinale, il cui nome significa arbusto odoroso, che ha attraversato storia, mitologia e arti mediche, finendo altresì per essere imbottigliata come profumo col nome di Acqua di Ungheria. Leggenda vuole che verso la fine del 1300, essendo nota come strabiliante elisir di bellezza nonché come estratto curativo, una preziosa boccetta fosse stata offerta in dono a Elisabetta di Polonia, Regina consorte di Ungheria. Pare che la Regina ne fosse diventata una testimonial ante litteram eccezionalmente soddisfatta.
Ma torniamo al nostro arbusto odoroso. Il suo aroma, ora, aleggiava nella sorridente cucina di via del Forte. I rametti venivano tagliati per ultimo per guarnire l’impasto e la loro dose, sapientemente calibrata, definiva la riuscita perfetta di uno dei dolci più tradizionali, il castagnaccio, a cui il rosmarino conferisce non solo quel quid che fa la differenza, ma anche, secondo la tradizione, la particolare proprietà di conquistare il cuore della persona a cui viene offerto.
Dolce antico, fa parlare di sé da almeno cinquecento anni. Nulla in confronto all’albero che produce i dolci frutti che ha traguardi millenari, un esempio su tutti il Castagno dei cento cavalli con i suoi probabili quattromila anni e una circonferenza di 23 metri, che prospera sulle pendici dell’Etna. La Natura sa essere meravigliosa quando si salva dall’uomo.
E qualche cosa già nell’aspro cardo/ chiuso ascondevi, come l’avo buono/ che nell’irsuta mano cela un tardo/ facile dono. (…) e tu quei cardi, in mezzo alle procelle,/ spargesti sopra l’erica ingiallita,/ e li schiudevi… scrive nel 1896 Giovanni Pascoli nella poesia Il Castagno2 dedicandola all’amico Francesco Carlo Pellegrini, filologo, insegnante e revisore per la livornese casa editrice Giusti, presso la quale il Pascoli pubblicava le sue opere.
Il Poeta si era trasferito a Castelvecchio nell’ottobre dell’anno prima, dopo un breve sopralluogo in settembre. Il destino sa creare felici percorsi.
Nel giorno di natale del 1867, a Tereglio, nasceva Giovanni Giannini3, omonimo dello zio, il famoso botanico. Studioso della tradizione orale toscana, insegnante di lettere, fondatore nel 1904 della rivista di letteratura popolare Niccolò Tommaseo, anche lui, come il Pellegrini, stringerà stimata amicizia con Giovanni Pascoli.
Lo scambio di corrispondenza, le cartoline che gli inviava da Tereglio sono testimoni del pensiero che li accomunava: la ricerca di una lingua che avesse la suggestione dei sentimenti, che fosse viva e vivace come gli usi tramandati di generazione in generazione; le parole avrebbero dovuto avere colore e musicalità.
In Pascoli e Giannini era il desiderio che quanto appartiene alla storia e al vissuto del quotidiano, ritmico pendolo della vita di ognuno, non venisse dimenticato, anzi, fosse utile faro e chiave di lettura per il futuro.
La nostra Valle, allora come oggi, possedeva tutte le caratteristiche per conquistare quelle nobili menti. Fu così che di parola in parola, le cartoline divennero inviti e anche il Castello di Coreglia, elegantemente attorniato da selve e lussureggianti boschi di castagni, diede ospitalità ad alcuni tra i nomi più elevati di quelle che oggi definiamo le Dieci Arti.
Possiamo immaginare gli incontri tra i due studiosi, a Palazzo Giannini, a Tereglio, o a Castelvecchio, nello studio della villa settecentesca che il Poeta chiamava affettuosamente la Bicocca di Caprona.
Giovanni Giannini pubblicherà nel 1924, l’amico era mancato già da dodici anni, Le tradizioni popolari nella poesia pascoliana. Chi più adatto di lui avrebbe potuto scrivere questo saggio…
Per casa la fragranza morbida delle castagne si mescolava all’inconfondibile sentore del rosmarino, la pianta a cui già gli antichi riconoscevano anche la capacità di mantenere vivo il ricordo.
Coreglia, affacciata sul tramonto che indora le Apuane, attendeva il rifiorir delle stelle.
Cinzia Troili
1Dalla Prefazione ai Primi Poemetti dedicati alla sorella Maria, G. Pascoli, 1904. (Ed. Newton, 2011 -Pascoli, Tutte le poesie- pag. 100, 101).
2Myricae – Il castagno, G. Pascoli, 1896 (Ed. Newton, 2011 -Pascoli, Tutte le poesie- pag. 84).
3Relativamente all’etnologo Giovanni Giannini, le notizie sono tratte da:
– contributo del Prof. G. Lera nel libro Memorie Storiche di Tereglio -Lucca, Tip. Editrice Dama- fornitemi da Elisa Guidotti, profonda cultrice della Storia del territorio.
-ArchivioPascoli (Consultazione online del patrimonio archivistico pascoliano)
FOTO: -Targa commemorativa di Giovanni Giannini (Casa Giannini, Tereglio. Foto di Claudia Lucchesi).
-Castagno dei 100 cavalli, Rivista di Archeologia Storia Costume -Istituto Storico Lucchese -Sezione delle Seimiglia, 2018. Pag. 77)
